Yayoy Kusama è l’artista femminile più venduta al mondo e, grazie al documentario distribuito da Wanted Clan e Feltrinelli Real Cinema, la sua vita ci viene presentata senza filtri. Nata in Giappone nel 1929, dal cui tradizionalismo è prontamente scappata appena ne ha avuto l’occasione, ha passato gran parte della sua vita negli Stati Uniti, dove ha partecipato alle grandi lotte per la libertà sessuale e la rivoluzione culturale. Quando atterra nella Grande Mela inizia da subito a lottare contro un’America che pratica sessismo e razzismo pur professandosi come novità e baluardo di una nuova cultura mondiale. Questa sua vitalità si è riversata nelle sue opere e nelle sue tele, tanto che lei stessa afferma di voler “convertire l’energia in vita”.

Sua madre le strappava i pennelli dalle mani per impedirle di distrarsi dalla ricerca di un marito e da tutte quelle attività proprie di una signorina di buona famiglia del Novecento. Yayoi Kusama si sentiva in gabbia, destinata già a una vita normale e insapore. Questi episodi conflittuali con la madre ed il continuo guardare la donna che l’aveva messa al mondo intrappolata in un matrimonio infelice le ha sempre causato una foga febbrile nel completare il proprio lavoro.

La genesi artistica di questa donna straordinaria coincide tutt’oggi con la trasposizione in arte delle sue difficoltà psicologiche. Kusama infatti completa le sue opere in pochissimo tempo, nonostante la loro complessità geometrica. L’inizio della sua carriera ufficiale da artista si deve a una pittrice americana, Georgia O’Keeffe, di cui vide l’opera “Iris” nella sua città natale. Quel fiore la colpì talmente tanto che decise di scrivere alla sua autrice che le rispose di perseverare facendo della pittura la sua vita.

Georgia O’Keeffe, Iris

Kusama allora partì per New York e non fece più ritorno in Giappone per quarant’anni. Il coraggio di seguire ciò che ci rende liberi è quello che dovremmo imparare da quest’artista estrosa che non ha mai avuto paura del rifiuto. Molti galleristi raccontano come lei si presentasse nei loro uffici con le sue immense tele o con le sue installazioni, determinata a convincerli che avevano la dignità per essere esposte. In un mondo pieno di squali, Yayoi è riuscita a farsi strada,  lottando contro tutti coloro che pensavano non avrebbe mai sfondato nel mondo dell’arte statunitense. Dopo la guerra e le due bombe atomiche era inevitabile essere considerata solamente un “muso giallo” e veniva continuamente guardata con ostilità da una parte di America ancora troppo aristocratica, reazionaria e legata alle tradizioni.

Gran parte del lavoro di Kusama è dedicato all’infinito. Con il 1969 l’universo culturale e scientifico inizia a prendere in esame l’immensità dello spazio e la piccolezza umana. L’artista giapponese, vivendo pienamente il suo tempo, intuisce questa rinnovata tensione sociale e prova a riprodurre nel suo linguaggio artistico quello che lei considera infinito. Mentre con altre artiste, come la Abramovic, lo spettatore contribuisce a rendere l’opera d’arte tale, Kusama inserisce il visitatore in un’altra dimensione creando uno spazio temporale e mentale alternativo. È stata la prima, ad esempio, a creare uno spazio artistico utilizzando degli specchi. Nel 1966 Kusama espone alla Biennale di Venezia installando centinaia di specchi sferici in un giardino e ballandoci nel centro. Accanto al prato aveva posizionato un cartello: “Compra il tuo narcisismo”. Per pochi spiccioli ogni spettatore poteva portarsi a casa una sfera e, per tal via, Kusama rese l’arte fruibile a tutti quanti, anche alla Biennale di Venezia. Si tratta di una rivoluzione che ancora oggi stenta a decollare.

D’altronde Kusama è stata la prima a sperimentare molte cose. A New York diventa scandalo la decisione di sposare due omosessuali e le sue sculture morbide che ricordano il sesso maschile sono state copiate persino da Andy Warhol. Costruendo uno spazio fisico inedito, le mostre di Kusama trasportano il visitatore in una dimensione ulteriore fatta di pois neri e gialli, rossi e bianchi, di luci e specchi che riproducono le stelle del firmamento. L’unicità di quest’artista è insita proprio nel suo sguardo: indubbiamente vede il mondo in modo diverso e, come succede a tutti i geni, questa sua attitudine affascina e incuriosisce inevitabilmente chiunque. Tuttavia comporta anche dei grandi squilibri mentali e fisici che, nel caso dell’artista giapponese, la costringono a vivere oggi in un ospedale psichiatrico. Anche in questo caso però Kusama non si è arresa: ha affittato un hangar vicino alla struttura che la ospita e continua a lavorare ininterrottamente perché l’unica cura possibile è l’arte. Il documentario Kusama Infinity distribuito da Wanted Clan e da Feltrinelli Real Cinema indaga tutte le sfumature di una donna che è riuscita, nonostante le difficoltà, a trasformare i suoi pensieri e la sua vita in un’arte fruibile a tutti.