Keith Haring nasce nel 1958 a Reading, piccolo paese della Pennsylvania. Dopo pochi anni la famiglia si trasferisce a Kutztown, poco distante da Reading, dove cresce insieme ai genitori e alle tre sorelle più piccole.

Inizia a disegnare fin da bambino, ispirato dai cartoni animati di Walt Disney e Dr Seuss. Fin dall’inizio il padre riconosce il suo talento e lo incoraggia a coltivare questa passione. Come ricorda lo stesso Keith infatti: “Al posto di insegnarmi a copiare altri disegni o cartoni animati, [mio padre] voleva che inventassi i miei personaggi”. Trascorre così l’infanzia nella tranquillità di una piccola cittadina, andando a scuola durante la settimana e a messa ogni domenica.

“Andy Mouse”, di Keith Haring

Cresce infatti in una famiglia molto credente che si preoccupa della sua buona istruzione. A diciott’anni si iscrive allora all’Ivy School of Professional Art di Pitsburgh, abbandonando una città che è sempre stata troppo piccola per lui. Si ritira però quasi subito dall’università, insoddisfatto degli insegnamenti accademici. Si dedica così a diversi lavoretti in città e contemporaneamente alla propria arte, tanto che nel 1978 a Pitsburgh vienne allestita la sua prima mostra.

Lo stesso anno si iscrive alla School of Visual Arts di New York, dove viene catapultato in un mondo totalmente diverso da quello della sua infanzia. In questi anni iniziano a delinearsi i tratti distintivi della sua poetica. Immediatamente, infatti, rimane talmente affascinato dai graffiti della grande mela, tanto da affermare che: “Ogni volta che prendevo la metro era un evento per me”. L’intera città diventa così un’enorme tela per il giovane Keith che si avvicina sempre di più alle nuove espressioni artistiche.  A questo periodo risalgono inoltre diverse opere incentrate ossessivamente sul tema del sesso, disseminate di simboli erotici, specialmente fallici. L’artista stesso rivela poi come questi disegni siano stati la prima volontà di affermare apertamente la propria sessualità.

“We Are The Youth”, di Keith Haring, Philadelphia

Nel pieno dei suoi vent’anni divide così la sua vita fra studi e divertimento, trovato nei moltissimi svaghi offerti da una grande città come New York. Diventa allora un assiduo frequentatore del celebre Club 57, molto popolare fra gli artisti di Manhattan. Sono anni estremamente felici per il giovane artista, che da lì a poco però decide di abbandonare completamente gli studi e dedicarsi alla sua vera arte. Inizia così a disegnare coi gessetti negli spazi pubblicitari vuoti della metro, che gli fanno in breve tempo acquisire sempre più successo.

Nonostante le sue nuove opere gli procurino diversi problemi con la legge, Haring diventa un nome sempre più riconosciuto, anche a livello europeo. Inizia così ad essere chiamato in tutto il mondo per diverse commissioni, fino alla definitiva consacrazione del suo genio, nel 1986, con l’apertura del Pop Shop a SoHo. Il nuovo store infatti mette a disposizione di tutti gadget ritraenti le sue opere, non limitandosi al più alto mercato dell’arte. Il nuovo shop di Haring incarna a pieno la sua volontà di rendere l’arte accessibile al più ampio numero di persone possibile, già dettato dalla scelta della street art come mezzo espressivo. Come possiamo appurare, riesce a pieno nel suo intento: ad oggi rimane infatti uno dei più celebri artisti del XX secolo. Il suo stile iconico infatti è facilmente riconoscibile in quasi tutto il mondo.

Keith Haring all’opera nel museo Stedelijk di Amsterdam, 1986

Ma qual è il vero elemento scatenante che ha reso l’arte di KeithHaring memorabile tutt’oggi? La scelta di uno stile semplice, quasi infantile, è dettata dalla volontà di veicolare messaggi politici, talvolta estremamente critici, in modo semplice e diretto. Tanti piccoli omini colorati, a prima vista innocui, diventano così protagonisti di scene che denunciano razzismo, ingiustizia sociale, riarmo nucleare e l’odio in generale. Keith Haring infatti per tutta la sua carriera si è battuto per l’emancipazione degli omosessuali e per la lotta all’AIDS. Proprio all’inizio degli anni ’80 comincia la stigmatizzazione della malattia, denunciata dalle masse come una malattia turpe, legata a comportamenti quali la prostituzione e la dipendenza da droghe pesanti. Si verificano così sempre più fenomeni di discriminazione sociale a livello mondiale. Haring allora, vedendo i suoi stessi amici morire pian piano, attraverso le proprie opere, tenta di sensibilizzare un pubblico vittima dell’ignoranza e dell’isteria pubblica.

Poco dopo, nel 1988, anche lui scopre di essere stato infettato dal virus, rivelazione che lo porta a una nuova concezione della vita. Comprende infatti il valore del tempo e tenta di dedicarne il più possibile ad aiutare il prossimo, attraverso la propria arte. In giro per il mondo così, troviamo le sue opere in ospedali, scuole, piazze, per portare un po’ di gioia nelle vite delle persone. Esemplare in questo caso è il suo ultimo intervento pubblico, a Pisa, dove ha realizzato un inno alla vita e alla diversità di tutto il mondo sul muro di un convento.

 

Da lì a breve si spegnerà il 16 febbraio 1990, ad appena 31 anni. Nell’immaginario comune Keith più di tutti diventa portavoce di una generazione che vuole sormontare qualsiasi barriera divisoria. Il tema dell’uguaglianza è centrale in ogni opera e la libertà si rivela il linguaggio necessario per comprenderlo. La semplicità con cui è stato in grado di esprimere messaggi universali, quali la vita, la morte, la guerra e l’amore, è il motivo per cui tutt’oggi noi dobbiamo ricordarlo.

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