Lucian Freud e Jenny Saville non temono i giudizi. Le loro opere sono ritratti dell’imperfezione e nudità emotiva che diventano esaltazione di corpi che chiunque nasconderebbe. Se non conoscete questi due pittori, se la vostra aspettativa è quella di vedere dei dipinti rassicuranti, con forme armoniose e colori ben bilanciati, smettete di leggere quest’articolo. I due artisti con le loro opere sanno imporre alla vista dello spettatore la crudezza della realtà, filtrata dai loro occhi. L’immediata sensazione provata osservando i loro ritratti è un senso di disagio. Allo stesso tempo si prova però un senso di familiarità davanti queste visioni non idealizzate, ma colme di imperfezioni, così come lo è l’umanità a cui tutti apparteniamo. Tutti possediamo la sua parte deperibile: il corpo, protagonista assoluto nella pittura per Lucian Freud e Jenny Saville.

LUCIAN FREUD E L’INGOMBRANTE EREDITÀ DEL SUO COGNOME

Nipote di Sigmund Freud,l’inventore della psicoanalisi”, da suo nonno aveva ereditato il frugare, lo scandagliare,  l’affondare le mani nel corpo, non solo nell’anima.  I dipinti di Lucian Freud diventarono ben presto proiezioni sulla tela della sua psiche, nonché della sua visione delle cose e dei corpi altrui. Da subito la sua inclinazione artistica virò, soprattutto, sulla rappresentazione di ritratti ed autoritratti. Essi non mostrano la bellezza  idealizzata, ma la realtà, con tutte le sue bellezze e bruttezze, deformata dallo specchio della sua mente. Al pittore non interessava la notorietà o la pubblicità del suo lavoro. Al contrario dipingeva perché era un bisogno ossessivo. L’unico momento di assoluta sinergia libera fra corpo e mente.

UNA VITA TURBOLENTA

I suoi dipinti sono turbolenti, violenti e immediati, sono il racconto inusuale ed iconografico della sua vita, che fu altrettanto violenta, passionale e complessa. Come quando dopo l’ennesima rissa un tassista gli sferrò un pugno rendendo l’occhio sinistro pesto. Non fu un episodio isolato, tanto che l’artista in un’intervista  affermò candidamente:

Ho partecipato a molte risse, non perché mi piacesse combattere, ma semplicemente perché quando la gente mi dice delle cose, l’unica risposta che riuscivo a dare erano i pugni.

Pochi mesi prima della sua morte è stato ritrovato il piccolo ritratto “Self-Portrait With a Black Eye” realizzato 1978. Era stato nascosto dallo stesso autore per più di trent’anni, poi acquistato e rivenduto dalla casa d’aste Sotheby’s nel 2010 per oltre tre milioni di Euro.

LA PELLE COME MATERIA VIVENTE

Lucian Freud amava ritrarre persone che conosceva bene, i suoi amici, le sue compagne, i suoi figli, senza vestiti. ”Voglio che la pittura sia carne”, affermava. Ritrae allora una carne tormentata, ridondante, con le sue pieghe e i suoi solchi. Ogni curva, segno e sfumatura della pelle è come la punteggiatura in un romanzo. Un’estetica non immediatamente godibile, ma che va letta fra le righe dei grotteschi ritratti. Lucien mette a nudo i suoi protagonisti, li spoglia ma non solo dei suoi vestiti, essi sono nudi nella sostanza. Corpi privati del costume sociale dell’apparenza. Tutte le persone ritratte sono inzuppate di pigmenti materici, colti nella loro intimità. Spesso sono distese, assopite, annoiate. Sono icone istantanee disturbanti, in cui il vuoto mentale si traduce in una posa distorta. Il corpo è opulento o emaciato, terribilmente pesante, i genitali brutalmente esibiti. “La pelle non è inanimata, ma materia vivente” e così era trattata dal pittore, come se fosse un complemento imprescindibile dei pennelli e dei colori, essa stessa uno strumento, un mezzo espressivo.

LE DONNE DI JENNY SAVILLE E LA DENUNCIA SOCIALE

Pittrice altrettanto verace e immediata è la britannica Jenny Saville. L’artista abbraccia l’idea della rappresentazione del corpo senza idealizzazioni, ma applica tale visione al solo corpo femminile. Tuttavia per Jenny Saville scompare ogni forma egoistica della rappresentazione della carne, per veicolare invece un messaggio profondo e femminista. Attraverso la sua pittura vi è la denuncia contro l’idealizzazione del corpo femminile  e la sua strumentalizzazione. Le sue donne, i suoi autoritratti sono muti, ma gridano rivalsa. La pittura ad olio, applicata in strati pesanti, diventa viscerale come la carne stessa, ogni corpo si fa avanti, autonomo, voluminoso, rifiuta di nascondersi.

LE CRITICHE ALL’ESIBIZIONISMO DEL CORPO

Molto deve far riflettere il fatto che Jenny Saville espone corpi nudi con le loro nefandezze, così come Freud, eppure è stata, a differenza del collega maschio, molto criticata. Addirittura tacciata di violenza e di brutalizzazione del  corpo femminile. In realtà da sempre si associa la corporeità maschile alla brutalità, si rimanda invece l’immagine della femminilità ad una sorta di corporeità estetizzante. Ma un corpo femminile è, per quest’artista, invece, un corpo estremamente violento. Basti pensare che ogni mese una donna sanguina. Il corpo femminile rappresenta in pieno la sofferenza. Pensiamo alla gravidanza, al cambiamento fisico che avviene in una donna, al dolore del parto. Per l’artista tutto questo è più vicino alla violenza di quanto si possa realmente pensare. Così la rappresentazione della carne della donna, distorta con i suoi turbamenti, cambiamenti e limiti assume la valenza di ammissione e denuncia.

L’OBESITÀ E CORPI DA NON NASCONDERE

Ogni corpo è unico e degno di essere visto. Le forme, le pieghe e le ombre generate dalla sovrabbondanza della carne di donne molto grasse diventano cassa di risonanza per grida mute di disagio. Essa stessa si è ritratta nuda e grassa nel 2002 con l’opera “Propped” che l’aveva consacrata al successo. La tela era stata venduta dalla casa d’aste Sotherby’s per 9.5 milioni di dollari. Con questo suo autoritratto Jenny dipinge sé stessa allo specchio, nuda, seduta con le braccia incrociate. Le dita delle mani affondano sulle sue cosce carnose, quasi a volerle penetrare. Sulla tela è appena leggibile una scritta al contrario,  leggibile se riflessa in uno specchio, è una citazione della scrittrice Luce Irigaray, nota femminista. Le sue parole sono un monito a rompere gli schemi e il silenzio di una società maschilista:

Se continuiamo a parlare in questa stessa identità parliamo come gli uomini hanno parlato per secoli,  falliremo a vicenda. Ancora una volta, le parole passeranno attraverso i nostri corpi, sopra le nostre teste, scompariranno, ci faranno scomparire”.

L’ARTE CHE RIABILITA E CREA CAMBIAMENTI

L’artista ammette che lavorando con modelle obese di aver avvertito lo stesso disagio, lo stesso sentimento di vergogna e solo dopo un lungo processo, fatto attraverso la fotografia e il ritratto, loro si sentivano riabilitate. Presentare i loro ritratti è come ammettere al mondo la loro esistenza ed accettazione, svuotare il senso di colpa, il pregiudizio.  La pittrice ha trovato questa esperienza colma di responsabilità. Pur non essendo il suo scopo principale far sentire meglio le persone ritratte, ma documentare la realtà, ogni realtà che vale la pena di esser conosciuta, il far sentire meglio le persone ritratte è stata una conseguenza non prevista che, in certi casi, ha cambiato anche modo di vedere e sentire dell’artista stessa.

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