Nato a Breda, in Olanda, intorno al 1530, Pieter Bruegel (detto “il Vecchio” per distinguerlo dall’omonimo primogenito, anch’egli pittore) è riconosciuto come uno dei maestri che hanno saputo illustrare al meglio il Nord Europa cinquecentesco, conservando la tradizione dei grandi pittori fiamminghi delle generazioni precedenti come Hugo van der Goes e Jan van Eyck. Ma fu indubbiamente Hieronymous Bosch, visionario pittore vissuto tra il 1450 e il 1516, a ispirare maggiormente Bruegel: il pittore di Breda aveva conosciuto le fantasiose opere di Bosch grazie alla sua formazione presso Hieronymous Cock, incisore, editore di stampe e mercante d’arte di Anversa. Bruegel però non è da considerarsi un continuatore di Bosch: sebbene la sua influenza sia inequivocabile, Bosch risulta ancora fortemente legato all’elemento demoniaco e al moralismo medievale, espresso attraverso un marcato e fantastico simbolismo; Pieter Bruegel il Vecchio, invece, porta l’arte fiamminga a un nuovo livello, quello dell’Umanesimo. Egli vuole innanzitutto rappresentare la vita, in tutte le sue declinazioni e lasciando che sia lo spettatore a giudicare la moralità dei personaggi rappresentati. Una delle prime testimonianze dell’influenza di Bosch sul periodo di formazione di Bruegel è indubbiamente l’incisione “I pesci grandi mangiano i pesci piccoli”.

Pieter Bruegel il Vecchio, I pesci grandi mangiano i pesci piccoli (foto: commons.wikimedia.org)

La prima fonte scritta su Pieter Bruegel risale al 1551, quando entrò a far parte della Corporazione di San Luca ad Anversa. Grazie a questo documento è possibile stabilire all’incirca la data di nascita del pittore, in mancanza di notizie più precise: i nuovi membri della Corporazione, infatti, avevano un’età compresa tra i 20 e i 25 anni, informazione che ci permette di inserire la sua data di nascita tra il 1525 e il 1530. Sempre nel 1551, Bruegel parte per un viaggio in Italia che sarà di grande ispirazione per i suoi dipinti più maturi. Non abbiamo molte informazioni sui dettagli del suo soggiorno nella penisola, ma sicuramente ha vissuto per diverso tempo a Roma, dato il gran numero di opere che raffigurano scorci della Città Eterna. Le architetture classiche possono essere ritrovate in una delle sue opere più importanti, sebbene di una decina d’anni successiva al viaggio, la “Torre di Babele”: realizzata in due versioni, entrambe nel 1563, l’opera rappresenta la costruzione della biblica torre, simbolo dell’arroganza umana, mai terminata a causa dell’intervento divino. L’architettura della torre, che si sviluppa ad anelli concentrici determinati da arcate a tutto sesto, è verosimilmente ispirata a quella del Colosseo, che più volte Bruegel aveva potuto ammirare durante il suo soggiorno romano. In Italia, Bruegel ha l’occasione di avvicinarsi agli ambienti umanistici dell’epoca, ma, diversamente dai rinascimentali italiani, sviluppa un’idea pessimistica dell’essere umano, che viene rimpicciolito rispetto al paesaggio circostante, quasi a sottolinearne l’impotenza rispetto all’immensità della natura. È il caso, per esempio, del dipinto “La parabola del seminatore”, in cui Bruegel lascia molto spazio al paesaggio (ispirato in parte a quello alpino) e relega il protagonista, il seminatore appunto, nell’angolo in basso a destra: Bruegel anticipa quello che succederà ben 250 anni dopo, quando Caspar David Friedrich, in linea con il Romanticismo europeo, metterà a confronto la condizione effimera dell’uomo e l’eternità del tempo e della natura.

 

Altro grande tema, forse il più importante, dell’arte di Bruegel è la rappresentazione della vita quotidiana dei contadini nei momenti del lavoro, della festa, del banchetto o delle mansioni giornaliere: tali raffigurazioni prendono vita in dipinti ricchi di personaggi, diversi da quelli di Bosch per il realismo e per la composizione accuratamente studiata. A dominare questo genere di dipinti è il movimento, spesso un ballo, che pervade la totalità della scena. Bruegel è interessato a scoprire le tradizioni del popolo e a documentare gli usi e i costumi della società rinascimentale del Nord Europa: per questo suo intento descrittivo dimostra spesso di adottare non solo uno stile più dettagliato, ma anche un punto di vista soprelevato, in modo da permettere allo spettatore di osservare la scena nella sua totalità. È rilevante anche la ricerca di un effetto a tratti comico, ottenuto grazie alle smorfie dei personaggi e alle loro azioni nella composizione. Un esempio di questo tipo di dipinti è la “Lotta tra Carnevale e Quaresima”, in cui Bruegel raffigura un fantasioso scontro tra due opposti della tradizione europea: il Carnevale (impersonato da un paffuto personaggio a cavalcioni di una botte) e la Quaresima (una smunta figura di donna dall’incarnato grigiastro). Le armi che i due protagonisti impugnano sono molto significative: il primo protende uno spiedo carico di polli arrosto, la seconda, invece, una pala con due sole aringhe; a scontrarsi sono la libertà dei costumi e l’abbondanza del Carnevale e la religiosa astensione della Quaresima. Come i protagonisti, anche gli altri personaggi della piazza si dividono tra chi, sostenendo il Carnevale, è intento a mangiare o a bere, e chi, dalla parte della Quaresima, è in preda alle sofferenze. Bruegel non intende prendere una posizione netta, ma solamente inscenare due delle tradizioni più importanti del suo tempo. Egli lascia in mano ai suoi personaggi il compito di interpretare una parte, che sia quella della donna di spalle alla cui vita è legato un lume (metafora dell’arrancare al buio del Cattolicesimo e del Luteranesimo) oppure quella dell’uomo che dà l’elemosina a una mendicante, nonostante i colori dei vestiti di lui rivelino simbolicamente l’ipocrisia delle classi sociali più elevate. Il grottesco e l’anti-idealizzazione nei dipinti di Bruegel sono la traduzione pittorica del sentimento di sfiducia nell’uomo che pervade il Cinquecento fiammingo: non basta la finta redenzione di un periodo quaresimale a risollevare l’essere umano dal vizio che lo caratterizza. Bruegel guarda alla perversione umana non con indignazione o biasimo, ma con bonaria ironia, quasi riallacciandosi (in un sincretismo artistico e cronologico) alla satira oraziana dell’Età Augustea.

Nella sua analisi generale della vita, Pieter Bruegel il Vecchio non dimentica il ciclo che anima la natura e i suoi frutti, quello delle stagioni. È così che nasce uno dei suoi dipinti più famosi, in cui uomo e natura si incontrano ancora una volta: stiamo parlando di “Cacciatori nella neve”. Il quadro fa parte di un ciclo pittorico denominato “I mesi”, in cui Bruegel analizza il rapporto tra le stagioni e l’attività umana, come la mietitura ad agosto e il ritiro delle mandrie dai pascoli ad inizio autunno. In “Cacciatori nella neve” ci troviamo probabilmente tra dicembre e gennaio. Vediamo un gruppo di cacciatori ritornare verso il villaggio seguiti dai fedeli cani da caccia. La scena si divide in due piani: il primo rappresentato dai tre cacciatori e da alcuni personaggi riuniti intorno a un fuoco all’esterno di una locanda; il secondo, in lontananza, costituito dalla vita nel villaggio dall’architettura evidentemente nordica e dalle distese di campagne ricoperte dalla neve. È qui che Bruegel dimostra la sua eredità fiamminga, realizzando dettagli minuziosi fino all’inverosimile. Le persone che pattinano sul laghetto ghiacciato, le case e il campanile di un lontanissimo borgo, i particolari della roccia sulle cime delle montagne innevate, tutti questi dettagli contribuiscono ad incoronare Bruegel come il più grande maestro della pittura fiamminga del Cinquecento: tra innovazione e tradizione, egli riesce a restituire uno spaccato della sua quotidianità, permettendoci di fare un viaggio nel tempo e nello spazio.

Pieter Bruegel il Vecchio, Cacciatori nella neve, 1565 (foto: commons.wikimedia.org)

Nelle sue ultime opere, Bruegel abbassa il punto di vista, entrando maggiormente in contatto con i personaggi rappresentati. I toni, inoltre, si fanno più drammatici e meno ironici, in corrispondenza, forse, con la consapevolezza di una fine imminente. È il caso della “Parabola dei ciechi”, opera che si ispira all’episodio del vangelo di Matteo in cui Cristo si rivolge ai farisei in questo modo: «Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!». La scena raffigura un gruppo di sei ciechi che procedono in fila indiana, ognuno seguendo il suo predecessore. Lo spettatore, osservando il primo della fila, già precipitato in un fosso, può facilmente intuire quello che succederà. Anche in questo dipinto possiamo notare la passione di Bruegel per il realismo: gli esperti, infatti, hanno rilevato che ognuno dei ciechi è afflitto da una malattia oftalmica differente, il che testimonia la grande abilità tecnica del pittore. In realtà i sei ciechi non sono gli unici personaggi raffigurati nel dipinto: a guardar bene, infatti, è possibile scorgere un mandriano che guarda l’avvenimento. Egli è la rappresentazione dell’inevitabilità della caduta e della nostra impotenza di fronte all’inettitudine dell’umanità.

Pieter Bruegel il Vecchio, Parabola dei ciechi, 1568 (foto: commons.wikimedia.org)

Pieter Bruegel il Vecchio è stato apprezzato e criticato nei secoli successivi alla sua morte, avvenuta il 9 settembre 1569. Uno dei suoi più grandi ammiratori fu Pieter Paul Rubens, rinomato pittore barocco. Fu inoltre elogiato da Vasari, mentre Karel van Mander lo giudica a volte troppo grossolano e volgare, soprattutto se confrontato con la coeva arte italiana. Bruegel il Vecchio si propone come un definitivo ponte tra il Medioevo e l’Età Moderna, riuscendo a spostare l’attenzione fiamminga sull’uomo e sui suoi difetti: si parla in questo senso di un Umanesimo nordico, sebbene sia un Umanesimo rovesciato rispetto al modello tradizionale. La sfiducia di Bruegel nell’essere umano, infatti, si allontana dall’ideale rinascimentale italiano, che vede l’uomo come perfettamente capace di gestire se stesso e di trovare agevolmente il suo posto nel mondo. L’uomo di Bruegel è invece perso nei vizi che lo rendono tale, e si illude di potersi redimere; è sopraffatto dalla natura, che eternamente compirà il suo ciclo; infine, l’uomo di Bruegel è estremamente legato alla sua società, trovando in essa e nelle sue tradizioni l’unica via di rappresentazione nel mondo.

Immagine di copertina: Pieter Bruegel il Vecchio, Torre di Babele (seconda versione), 1563, dettaglio (foto: commons.wikimedia.org)

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