Per soli tre giorni, fugace come la vita del suo protagonista, arriva nelle sale il nuovo docu-film sul genio livornese Amedeo Modigliani. Diretto da Valeria Parisi e scritto con Arianna Marelli, su soggetto di Didi Gnocchi, il grande Modì torna sul grande schermo, in occasione del centenario dalla sua morte, con “Maledetto Modigliani”.

Amedeo Modigliani

Amedeo Modigliani (fonte: lavocedinewyork)

Il falso mito dell’artista bohémien

Al contrario di ciò che si può immaginare leggendo il titolo del film, non bisogna aspettarsi la classica storia dell’artista sciupa-femmine, incompreso e con tendenze autodistruttive. Pochi infatti sanno che il rapporto di Modigliani con droghe, alcool e lussuriosi eccessi della vita è spesso ingigantito da vecchi pregiudizi duri a morire. Se indaghiamo il suo personaggio, la volontà di trasgressione e di evasione è naturalmente ascrivibile all’ambiente socio-culturale parigino di inizio Novecento da lui frequentato. Per gli artisti del tempo infatti, l’esotico mondo degli oppiacei e dell’assenzio rappresentava la via di accesso ad ancora più lontani universi da raccontare attraverso le proprie opere.

 

Un colto borghese

Con quest’ultimo film hanno quindi deciso di riscattare la sua figura dal falso mito del seduttore alcolizzato e tormentato. Ciò che traspare dalla pellicola è un uomo sensibile, con una delicatezza quasi femminea e capace di trasformare la fragilità in bellezza. Modigliani cresce a Livorno, sotto le premurose cure della madre Eugénie Garsin, donna istruita proveniente dalla colta borghesia marsigliese. È lei a educarlo all’arte e alla cultura in generale, mantenendo da sola l’intera famiglia, grazie alle lezioni private e all’attività di traduttrice e critica letteraria.

Dopo aver appreso i primi rudimenti di pittura col macchiaiolo Giovanni Fattori, frequenta le scuole di Belle Arti di Firenze e di Venezia, per poi partire alla volta della Ville Lumiére. Non bisogna però immaginare Amedeo Modigliani come uno dei tanti artisti squattrinati e ignoranti che scappano a Montmartre per godere della bella vita bohémien. Nel 1902 arriva a Parigi e decide di stabilirsi nella comune di artisti Bateau-Lavoir, dove conosce alcune delle più grandi figure di spicco del tempo: Picasso, Braque, Apollinaire, Brancusi e Cocteau, per citarne solo alcuni. Nonostante la frenetica vivacità artistica e culturale che scorre nelle vene dei giovani artisti, la loro situazione economica è molto critica. Nella comune non ci sono luce, gas, riscaldamento e l’acqua arriva solo al primo piano. Vivono facendo la fame e scappando dai propri debiti. Tuttavia le testimonianze del tempo raccontano come Modì non abbandoni i suoi modi distinti e il suo gusto raffinato, facendosi chiamare “Principe di Gerusalemme”.

Uno, nessuno e centomila

Ancora oggi per molti Modigliani rimane un interrogativo, capace di presentarsi a giorni alterni come l’alcolizzato molesto o l’irresistibile intellettuale. Nel film, attraverso le testimonianze delle tante persone che lo hanno conosciuto, comprendiamo questa sua peculiare ambivalenza, che ha sicuramente contribuito a ucciderlo, ma che lo ha anche reso immortale. La pellicola è capace di catturare le più piccole sfumature quotidiane di uno dei leggendari artisti del primo Novecento. Andiamo così alla scoperta della personalità di Modì attraverso gli occhi di alcuni dei più grandi intellettuali del tempo, i suoi amici più stretti. Vale la pena citare Anna Achmatova, Constantin Brancusi, Beatrice Hastings, Chaïm Soutine e Léopold Zborowski.

Ad accompagnare le loro parole troviamo anche quelle dei più grandi estimatori di Modigliani contemporanei: Marc Restellini, John Myatt, Laura Dinelli, Jacqueline Munck e moltissimi altri esperti.

Jeanne, noix de coco

Non possiamo però raccontare la vita di Modigliani senza ricordare la sua musa più amata e compagna fedele fino all’estremo sacrificio: Jeanne Hébuterne.

Modigliani - Jeanne

È proprio lei la voce narrante della pellicola: vediamo una Jeanne, incinta all’ottavo mese e devastata dal dolore, il giorno subito dopo la morte del suo Modì. La giovane ragazza ripercorre, in un soliloquio estremamente toccante, la vita del grande amato, a cui si rivolge in prima persona, come fosse ancora vivo. Le parole delicate e la voce spezzata di Jeanne ci riportano in quella piccola stanza, nel gelido inverno del 1920 quando, due giorni dopo la morte di Amedeo, lei decide di togliersi la vita, portando con sé il loro bambino.

Conosciamo una nuova prospettiva del famoso tombeur de femmes, che nelle lettere ai suoi amici scrive di amare follemente e di voler sposare la sua piccola Jeanne, sebbene non ci riuscirà mai. Tuttavia, nelle sue opere Amedeo racconta, attraverso l’evoluzione degli occhi di Jeanne, la crescita del loro amore, rendendolo eterno.

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