Erano gli anni ’90 e volendosi trasferire a Berlino, Olafur Eliasson si poneva questa domanda: «Trasferendomi in Germania, speravo di diventare un artista come tutti gli altri, ma loro, erano talmente bravi! Come avrei potuto farcela?». La risposta che si diede, caratterizzò tutta la sua produzione artistica futura: «se devo trovare un modo di esprimermi, è meglio essere me stesso».

Room for one colour, 1997, installata al Museo Guggenheim Bilbao nel 2020

Unico in quello che fa, Eliasson è un artista danese-islandese capace di creare opere a cui le persone rispondano in autonomia. Nell’osservarle, lo spettatore può esprimere se stesso, sentendosi partecipe dell’esperienza.

L’arte è quindi una ricerca, più che una risposta. Mentre la sua squadra si occupa del come, l’artista ha sempre l’obbligo di chiedersi il perché nel processo creativo. Queste le sue parole nella puntata di Abstract, docuserie di Netflix, a lui dedicata. È nello stesso approfondimento sull’arte del design e dell’astratto, che scopriamo, forse, una delle ragioni del suo processo creativo e comunicativo di oggi: il rapporto con il padre. Anch’egli artista, nonostante non sia mai riuscito a farlo come unica professione, ispirò il giovane Olafur incoraggiandolo a disegnare, senza mai, però, richiedere alcun risultato. Era la sua espressione che cercava, assicurandosi che la praticasse in totale libertà e mettendo sempre alla prova l’immaginazione per stimolare la percezione.

Ice Watch, 2014

Dalla sua visione dell’arte come un modo di trasformare il pensiero in azione, deriva un’altra caratteristica che lo ha contraddistinto e reso famoso: le collaborazioni. Risale al 1996, poco dopo l’apertura dello studio nella capitale tedesca, la prima cooperazione con Einar Thorsteinn, un architetto e esperto di geometria, che diede spinta alla sua continua ricerca tra natura, arte e matematica.

Questa indagine e le collaborazioni con altri professionisti come scienziati e architetti, tuttora parte integrante del suo team, fecero nascere uno studio all’interno dello studio. È per esempio loro l’Harpa, il centro per concerti e conferenze di Reykjavik, Islanda, disegnata in cooperazione con Henning Larsen Architects. Qui si riconosce una connessione con l’ambiente circostante: la vetrata esterna rimanda alle rocce di basalto di origine vulcanica, presenti sulle coste dell’isola. Tale legame tra geometria e aspetti naturali è un perfetto esempio di come la natura organizzi lo spazio, facendo sembrare il palazzo vivo dall’esterno.

The Wheater project, 2003, Turbine Hall, Tate Modern di Londra

Peculiare di Olafur Eliasson è anche il suo rapporto con l’ambiente, esplicitato per la prima volta nel 2003 con l’opera the Wheater project nella Turbine Hall della Tate Modern di Londra. I visitatori potevano riunirsi per condividere un’esperienza, perché, come ci ricorda lo stesso Eliasson, «impegnarsi nell’arte non è solo un evento solitario». Da questo progetto deriva anche la sua partecipazione politica, convinto che non basti pensare, ma si debba agire. Con Ice Watch, che risale al 2014, portò degli iceberg dalla Groenlandia a Copenhagen, mentre nel 2015 fece lo stesso a Parigi, in occasione della Conferenza sul clima COP21. Olafur è convinto che «per cambiare il mondo, sia necessario cambiare il modo in cui lo percepiamo» e che ai problemi e alle crisi si debba rispondere con un messaggio positivo.

Earth perspectives, 1/9 vista sopra la Grande Barriera Corallina, al largo della costa del Queensland, Australia

Troviamo questo pensiero anche in una delle ultime iniziative promosse. Era il 22 aprile scorso e si celebrava la Giornata della Terra, quando Olafur lanciò Earth perspectives, nell’ambito dell’iniziativa Back to Earth delle Serpentine Galleries. Con una serie di nove video caricati nel profilo Instagram dello studio, invita l’osservatore ad essere l’artista. Si inizia tenendo lo sguardo per dieci secondi fisso su uno sfondo, dove è proiettata l’immagine della Terra. Poi la sagoma sparisce, ma, impressa nella retina, si continua a visualizzarla ancora per un po’. Grazie a un effetto ottico, il visitatore è quindi libero di percepire ed esprimersi a modo suo, confermando la coesistenza di molteplici concezioni del mondo: dare un’unica visione, equivarrebbe infatti a escludere tutte le altre.

La realtà è relativa, e queste opere interattive per la Giornata della Terra lo confermano.

Weltlupe, 2020

Sempre in tema di relatività dei punti di vista, in occasione della Giornata Mondiale della Libertà di Stampa del 03 maggio, Olafur ha invece realizzato Weltlupe, un’opera d’arte che si concentra sull’atto della lettura come incontro tra giornalista, testo e lettore. Concependola sia come lente d’ingrandimento che come specchio, per chi la usa è uno strumento per la lettura e l’autoesame. Olafur Eliasson è consapevole che sia sempre doveroso interrogarsi sulla veridicità dei media, e quindi sulla fiducia data ai giornalisti e ai lettori. Con questa doppia e contemporanea visione, infatti, ricorda la necessità di trarre sempre le proprie conclusioni per fare scelte significative nella vita.

La vera arte è quindi comprendersi e capirsi, perché c’è di più da vedere.

Foto di copertina: Olafur Eliasson, Your uncertain shadow (colour), 2010
Photo credits: @studioolafureliasson
© riproduzione riservata