“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli” sentenziava nel 2015 un profetico Umberto Eco, ma come avrebbe giudicato Instagram il padre della dicotomia apocalittici-integrati? Se di fronte a fake news e complotti che fanno rivoltare nella tomba le più grandi menti della nostra storia è impensabile non concordare col Professor Eco, siamo abbastanza convinti che una “Bustina di Minerva” avrebbe salvato, almeno in parte, il social fotografico più famoso al mondo.
Il motivo? Sì, su Instagram si espongono celebrity, brand, influencer e la logica del Dio denaro ne sta corrodendo algoritmi e ingranaggi, ma esiste una nicchia di utenti che fa del suo feed uno strumento utile a diffondere cultura e arte.

Tra questi una menzione speciale merita senza dubbio Germano Bonetti (@gerrybonetti), feticista dell’arte prima ancora che avvocato e oggi star indiscussa di Instagram con un feed esploso in soli due anni. Guai però a chiamarlo influencer, nel profilo di @gerrybonetti non troverete nullo di falso o costruito, ma solo il frutto di tanta passione, ore e ore di lavoro e contatti veri con artisti emergenti e non.

Cresciuto in una famiglia di architetti e antiquari a pane e arte, quella sacra del 1400-1600, un po’ per naturale predisposizione, un po’ grazie al contesto in cui è immerso, Gerry sviluppa prestissimo un occhio critico nei confronti dell’arte. “Da ragazzino già discutevo con mia madre sui tagli di Fontana” – ci racconta quando lo contattiamo al telefono – “ma solo anni dopo ho raggiunto la maturità per avvicinarmi davvero a questo mondo. Ho iniziato a studiare in maniera tradizionale per capire cosa significassero quei tagli di Fontana e perché fosse uno dei maggiori esponenti della storia dell’arte. Mi sono approcciato inizialmente a quella che è la parte più tradizionale e conosciuta all’interno dell’arte moderna e contemporanea”.

Il desiderio di collezionare, un badget limitato, ma anche un buon fiuto e un occhio allenato portano Gerry a scandagliare la produzione artistica dell’ultimo secolo. Si focalizza sulla pittura analitica che considera l’ultima delle avanguardie del ‘900 europeo e che in quel momento viveva ancora in una fase di oblio. S’inserisce in questo contesto uno dei più importanti incontri del suo percorso, quello con il pittore Enzo Cacciola: “è stato il primo grande salto di qualità, dai libri ero passato al contatto reale con gli artisti. Enzo mi ha fatto capire cosa mi spingeva ad apprezzare determinati ambiti dell’arte contemporanea. La passione è cresciuta di pari passo con la possibilità di avere accesso a strumenti di conoscenza e interpretativi che solo il confronto diretto con artisti, galleristi e curatori può offrire”.

Collezionista e già inserito nei giusti ambienti artistici, come mai hai deciso di aprire un profilo instagram dedicato all’arte contemporanea?

Nell’ottobre del 2016 avevo 43 follower. Avevo aperto il profilo come spazio privato, postando ogni tanto l’immagine di un’opera più che altro per condividerla con gli amici. Poi mi sono trovato in un periodo particolare della mia vita in cui l’arte è stata davvero il mio salvagente, si potrebbe quasi dire che mi ha salvato la vita perché mi ha aiutato a riacquistare confidenza con il mondo esterno. Volevo in qualche modo sdebitarmi, restituire al mondo dell’arte tutto quello che il mondo dell’arte aveva dato a me in termini di supporto e gioia. È nata così l’idea di usare Instagram per dare visibilità ad artisti giovani o dimenticati. Ma è buffo perché non appena ho iniziato a farlo, mi sono ritrovato più indebitato di prima, ricevo straordinariamente di più di quello che riesco a dare.

Qualcuno ti considera un influencer, a cosa devi il tuo successo?

Non mi considero tale. I miei 53mila follower rappresentano numeri importanti, ma nettamente inferiori a quelli di altri profili e quando mi hanno contattato per chiedermi se avessi voluto fare dei post a pagamento, ho rifiutato. Se avessi accettato, sarebbe venuta a mancare la parte di studio, ricerca, cura editoriale e coerenza del profilo. Alcuni feed sono splendidi, ma sono un po’ fini a se stessi, nel senso che sono pure ricerche estetiche dietro alle quali non c’è una reale passione per l’arte. Lo capisci perché sotto ogni foto viene indicato nome dell’opera e dell’artista, ma mancano tutte quelle indicazioni tecniche che invece sono importanti per le persone che carcano un approfondimento maggiore. Inoltre molti profili non rispondono a commenti e messaggi, io invece rispondo a tutti, gestisco da solo il mio profilo e passo mediamente dalle sei alle otto ore su Instagram. L’insieme di queste cose fa sì che abbia un ottimo riscontro in termini di reale comunicazione e costruzione di rapporti, il che ne garantisce il successo anche se paragonato a profili con grandi numeri. Pensa che negli ultimi anni nel salotto di casa mia si sono sedute decine di artisti provenienti da ogni angolo del mondo, è qualcosa di straordinario!

Quindi i social non sono necessariamente il male?

Se utilizzate in maniera corretta queste piattaforme non solo non costituiscono quell’annientamento del rapporto personale di cui tanto si parla, ma sono lo strumento per creare collegamenti giornalieri sempre più importati e numerosi con persone con le quali poi si è in grado di avviare un contatto di conoscenza personale, cosa che quindici anni fa non sarebbe stata neppure ipotizzabile. Oggi se ne hai le capacità, hai la possibilità di esplorare un mondo intero e, credimi, è piano di artisti straordinari che aspettano solo di essere scoperti!

In un certo senso Instagram sta rendendo il mondo dell’arte un po’ più democratico…

Esatto, diventa estremamente più aperto e democratico perché consente, ad esempio, agli artisti giovani di avere visibilità sul mondo dell’arte a 360 gradi e, ovviamente, di dare visibilità al proprio lavoro. Ma il poter accedere a informazioni così vaste e di questa portata serve a tutti, agli artisti, ai collezionisti e ai galleristi e curatori che hanno vetrine potenzialmente planetarie per spiegare il proprio lavoro e la propria linea estetica. Ma serve anche al pubblico perchè toglie quell’aura un po’ sacrale che è sempre stato uno dei limite del sistema avvicinando, in maniera potenziale, davvero tutti a questo mondo. Il risvolto positivo è che si dà uno slancio anche al mercato dell’arte che non può più contare solo su grandi investitori che, a colpo sicuro, acquistano nomi noti da milioni di euro. Il mercato dell’arte deve essere costituito da un tessuto sano e solido, senza ipertrofismi o accelerazioni brucianti, ma supportato da una crescita costante attraverso una partecipazione di tutti.

Due parole sulla tua collezione?

Attualmente ho circa 250 opere e sono orgoglioso di poter dire che al 70% sono prodotte da artisti under 40, molto spesso under 30. Inoltre per più del 50% le opere sono di artiste donne. Questo dà alla mia collezione un taglio sicuramente contemporaneo nel vero senso della parola perché finalizzata proprio alla scoperta dell’arte giovane.

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