Osservando i dipinti di Simone Fazio  possiamo pensare di trovarci davanti al lato oscuro dell’arte. Per descrivere questi dipinti, caratterizzati da corpi lacerati o deformi realizzati su sfondi neri, il primo aggettivo che potrebbe venirci in mente è “macabro”. Dopo aver analizzato meglio i dipinti, però, si inizia a capire come questa prima impressione sia solamente un’apparenza. Le sue opere vogliono descrivere la società odierna in tutte le sue sfaccettature, dando però una spinta verso il cambiamento e al miglioramento. I suoi dipinti possono essere un esempio lampante di come non bisogna mai fermarsi all’apparenza.

Ciao Simone. Partiamo da alcune domande basi per farti conoscere meglio ai lettori di Artwave. Parlami della tua formazione artistica. Hai fatto scuole d’arte? E quando hai capito che la pittura fosse il medium giusto per te?

Ho sempre avuto le idee chiare riguardo alla pittura. Sono stato uno dei pochi bambini, che alle elementari, sapevano già cosa avrebbero fatto alle superiori. Le prime dritte e i primi incoraggiamenti li ho avuti in famiglia, soprattutto dai miei genitori che mi hanno dato enormi possibilità di crescita. Anche uno zio professore all’Istituto d’Arte di Siena  mi ha aiutato molto. Grazie a lui ho imparato a  conoscere un sacco di cose pratiche come il disegno dal vero e la preparazione naturale dei colori e dei supporti.

A 16 anni, dopo tanto disegno dal vero e nessuno sfogo reale di tutta quella conoscenza, mi sono buttato da autodidatta nella pittura ad olio. Quest’ultimo è un materiale vivo, organico e assolutamente naturale e  che ti permette di fare un salto nella storia  e nel tempo attraverso la conoscenza umana. Per me la pittura è ad olio.

Nelle tue opere si vedono tonalità molto scure e temi molto “macabri”. Come mai?

Mi sono sempre considerato un esistenzialista pragmatico. Le cose frivole e superficiali non mi hanno mai attratto. Può sembrare durezza, ma la metterei più sul piano di autodifesa dal superfluo. Siamo alla ricerca disperata di salvezza, chiediamo cose che non sappiamo per lo più gestire in preda alle nostre smanie di onnipotenza; critichiamo gli altri per non guardarci dentro, aderiamo a dogmi e filosofie solo per giustificare i nostri comportamenti e ci nascondiamo da noi stessi per non affrontarci. Le mie figure sanno che non possono cambiare il mondo, sono assorte in uno stato di “presente assenza” mentre accettano di essere attraversate da questo flusso di sensazioni contrastanti. Non ci vedo del macabro come non ne vedo nell’opera di Francis Bacon o di Damien Hirst.

Partendo dalle tue opere più recenti. Si vedono ritratti di figure che hanno macchie rosse, simili a sangue, su alcune parti del corpo. Mi racconti questa sezione di opere?

Ti riferisci alla serie “Lanfranco Fontana e le scatole del fuoco”. E’ una serie che ho realizzato quando mi è stato chiesto di raccontare la storia di Lanfranco Fontana, protagonista di una storia di “normale”  violenza del 1500. In queste 10 pitture racconto, attraverso i volti e i corpi dei protagonisti, la vicenda del primo “bombarolo terrorista” della storia italiana. Per liberarsi dei suoi nemici questo personaggio escogitò un sistema ingegneristico allo stesso tempo rivoluzionario e terrificante. Spedì ai suoi avversari in giro per il Nord Italia delle scatole che, una volta aperte, esplodevano.

Se pensiamo ai tempi e ai limiti della tecnologia, questa impresa ha dell’incredibile. Per descrivere la vicenda mi sono focalizzato sulle vittime realizzando, sui loro corpi, la descrizione analitica delle ferite inferte. Ferite che sono una sorta di “fiori rossi” che si aprono nei punti esatti in cui l’esplosione ha “sbranato” la carne. Volevo rendere bene l’idea dell’esplosione e dello sbigottimento, quindi,  ho dovuto aggredire la pittura fino a scorticarla e spellarla per rivelare il rosso sottostante.

Tra tutte queste opere che compongono questa “sezione”, l’opera “Donna gravida Fam. Cambi” attrae molto l’attenzione

Quando il pacco arrivò a casa Cambi, i documenti dell’epoca ci descrivono la famiglia a tavola; pronta per il pranzo. In quel momento di raccoglimento, la famiglia decise di aprire questa curiosa missiva inviata da Lanfranco Fontana. Ho descritto il piccolo nucleo familiare (Vecchio Padre, Donna Gravida e Tommaso) inserendo nel ventre della donna una vera rosa disidratata e  trattata per poter essere elemento decorativo. La vita innocente spezzata mi ha fatto riflettere tantissimo sulle molteplici conseguenze involontarie che la vendetta può scatenare. E’ lo stesso adesso, che di terrorismo ce ne intendiamo abbastanza.

Simone Fazio, Donna gravida fam. Cambi, 2019. Olio su tavola (20×14 cm)

Dei tuoi ritratti intitolati “Con i tuoi Grandi Occhi Arcobaleno Parte 1 e Parte 2” invece cosa puoi raccontarmi?

Mi sono interrogato spesso su cosa sia l’amore. Sentimento tanto cantato e celebrato ma tanto poco conosciuto. Tutti ne siamo alla ricerca, tutti l’abbiamo bene o male sperimentato, eppure, alla fine che cosa ci facciamo con l’amore? Appaghiamo il nostro senso di bisogno e  il nostro senso di appartenenza creandoci degli abissi dai quali è difficile emergere. Quando i sentimenti sono veri, e non dettati dall’abuso, dal possesso e dal bisogno materiale dell’altro, ci si trova nudi con se stessi.

Quando tutto finisce quella nudità è devastante. L’arcobaleno, invece, è un simbolo, un ponte tra il cielo e la terra, un’apertura alla consapevolezza, un’icona della pace e bandiera dell’Amore. Allo stesso tempo, l’arcobaleno, è anche qualcosa di ludico, pensiamo all’iconografia legata al fantastico e agli unicorni. Scientificamente invece è il fenomeno ottico che ci rivela lo spettro dei colori, l’ illusione che colora il mondo. Arrivando alla figura che ho dipinto, essa  “piange” colore (che si rivela attraverso la luce, altro simbolo di elevazione), come a volersi liberare di qualcosa che trattiene dentro. Probabilmente il suo intero interno è composto da questo universo di colori, ma solo attraverso lo strappo sgorga copioso e si può manifestare. Penso che bisogna tagliarsi per conoscere a fondo le cose, bisogna immergersi completamente se si vuole trovare salvezza.

Con i tuoi Grandi Occhi Arcobaleno” parla di tutto questo, del mio mondo fatto di colori, dei simboli ad esso legati, della scienza che si usa per descriverli e del linguaggio che adotto per rappresentare. Il dipinto è  un atto di speranza illusoria, un urlo all’infantile filtrato attraverso gli occhi di un adulta e dolorosa consapevolezza.

Passando alle tue opere del 2018. Si vedono numerosi riferimenti al mondo della religione. Da Gesù morto in croce al San Sebastiano, troviamo queste figure dalle tonalità “macabre”. Mi racconti di più su queste particolari opere?

Nel 2017 mi sono dovuto reinventare. Ho abbandonato i modelli pittorici precedenti per fare emergere una componente molto sopita in me, ma che aspettava solo la giusta occasione per emergere. Se prima la ricerca era sul corpo e sui suoi atteggiamenti di risposta al mondo, adesso la focale è spostata nel corpo. Ho reinventato il mio modo di produrre quadri rendendo l’opera un momento di pura e vera creazione. Costruisco e distruggo fino ad ottenere un equilibrio armonico che determini le forme. Le opere di cui stiamo parlando nascono così: dipingendo e ammassando strati di colore e tessuto sulla quale poi applico, cercando di dare anche una forma, la tela pittorica.

In altre parole distruggo per rimodellare e riportare ordine nel caos della devastazione. Elimino il telaio dal quadro, lo spezzo per rimodellarlo a mio piacere, lo sciolgo con acidi e lo faccio mangiare dalle fiamme esattamente con lo stesso criterio con cui dipingo: per creare. In questo modo ho anche più corridoi per arrivare alla fine di un’opera che non sia la classica “pittura su tela”.

I simboli religiosi sono puramente casuali: cercavo una tensione pittorica che non ho ottenuto con dei modelli. Quindi sono tornato a guardare al passato, ai pittori umbratili come Ribeira, Van Dyck e Guido Reni che mi hanno aiutato a confrontarmi con quella pittura che ho sempre ammirato. Quei corpi sono pieni di struttura e anatomie esasperate, come nei miei primissimi lavori. Quindi, in un certo senso, continuo a copiare da me stesso attingendo solo a modelli preesistenti per proseguire un dialogo.


Parlami della tua serie “Nel Buio”. Come è nata e cosa volevi trasmettere?

La serie Nel Buio nasce nel 2006. All’epoca avevamo ancora le immagini pesanti delle Torri Gemelle in fiamme e della guerra in Iraq stampate negli occhi. E’ stato a mio avviso l’inizio di tutto questo ciclone di precarietà, che a momenti alterni, ha scandito l’inizio di questi anni 2000. Questi anni sono stati caratterizzati anche dall’avvento di internet e delle tv satellitari “american style”; elementi che si pensava avrebbero creato una vera controinformazione, ma che invece, sono diventati culla di fake news e ricettacolo di qualunquismi e analfabetismi.

Quando la logica muore, quando il famoso sonno della ragione, inizia a sfibrare il tessuto di realtà che ci sovrasta, si hanno immagini e  visioni di un futuro inquieto e pericoloso. Da pittore ho voluto liberarmi di tutto questo realizzando scenari apocalittici (mi riferisco alle opere avente come tema il cranio “memento mori”) contrapposti a momenti di riflessione nati contemplando la luna e corpi di donne che cercano di emergere da questa quinta scura che tutto avvolge.  Il bianco e nero sono una scelta cromatica basata sull’eliminazione di tutta la componente immedesimante e descrittiva: tutto è ridotto ad una dimensione onirica e silenziosa.

Il discorso è proseguito e si è evoluto nella realizzazione della serie, che mi hanno visto impegnato dal 2012 al 2017, di Nature Morte.  In quella serie ho eliminato il corpo per fare risaltare al meglio solo  gli oggetti che, volenti o nolenti, ci rappresentano come consumatori e come sognatori. Le Nature Morte sono momenti allegorici dove è la composizione stessa a lasciare che gli oggetti in essa rappresentati parlino da soli di ciò che sono e di ciò che fanno emergere, grazie ad alcune associazioni, nella testa dello spettatore.

Scatole di medicinali contrapposte a carne o posa-ceneri colmi di mozziconi spenti, narrazioni di sogni infranti, che solo il vizio e l’abuso possono consolare, ma anche allegorie di virtù che potrebbero fare fiorire momenti di coraggio contro la deriva oscurantista che sta sempre di più albeggiando nella nostra politica mondiale. Tutte visioni lucide di brevi momenti sognati che permangono nella retina sotto forma di quadro.

Ho visto che una delle tue opere è diventata la cover di un cd. Cosa pensi di questo uso dell’arte?

Ho sempre considerato il connubio “arte visiva – musica” molto vincente. La storia della musica è scandita da copertine d’artista che hanno fatto breccia sulla cultura mondiale. Non starò a citare esempi che tutti conosciamo, dico solo che alle volte, i musicisti non si rendono conto che una buona copertina con dei significati può essere un buon biglietto da visita per un buon disco. Troppo spesso  ascolto dischi belli con copertine orribili. Nel mio piccolo ho potuto collaborare con un paio di band italiane delle quali avevo bene in mente sound e attitudine.

Dieci anni fa sono stato contatto da Pierpaolo Capovilla, membro della band degli One Dimensiona Man, per  realizzare la copertina del loro disco “A Better Man”. Ho scelto di realizzare un cuore monocromatico anatomicamente perfetto, simbolo dell’urgenza intestina di cambiamento.
Più recentemente ho illustrato la copertina dell’ultimo disco in studio dei CUT di Bologna che hanno adottato due mie figure al buio per il loro album,“Second Skin”, che segna i 20 anni di carriera della band. In questo caso l’immagine di copertina è una ragazza accovacciata con le mani rivolte in preghiera e con il volto coperto dai capelli. Quando il disco si apre si rivela, nella quarta di copertina, un’altra figura accovacciata con le braccia a proteggersi la schiena. Entrambe non si rivelano e hanno un gesto personale ed intimo che rimane sconosciuto allo spettatore.

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