Il mondo si è fermato. Per un periodo che ci è sembrato eterno, nel nostro paese, abbiamo trattenuto il respiro. In Italia, ci stiamo riprendendo da questa apnea durata ben due mesi. Altri paesi come la Spagna, l’Inghilterra, La Francia, gli Stati Uniti o il Canada, continuano la loro quarantena. Le tempistiche sono diverse, ma i problemi sono comuni.

“A CAUSA DEL COVID-19”

Queste sono le parole che ci siamo ritrovati a leggere, centinaia di volte, sui cartelli fuori i negozi, i supermercati, per le strade. Una sorta di manifesto comune, che ricorda a tutti le difficoltà e i nuovi protocolli da seguire. Le insegne e i cartelli si fanno portatori di una sorta di tacita resa, dalla quale ognuno vuole rinascere. A testimoniare il cambiamento straordinario della nostra quotidianità troviamo fogli, stampati e non, ricchi delle dichiarazioni più varie. Lo spazio della strada diventa un non-luogo, il vissuto sparisce. Il linguaggio usato è, per lo più, prosaico. “Siamo chiusi”, “Niente soldi”, “Solo due nel negozio alla volta”, “Ora facciamo da asporto”: c’è chi sceglie l’ironia, chi sposa un tono più serio e chi si lascia a toccanti effetti personali. Lo sconosciuto passeggero, che ha la possibilità di leggere i “manifesti del Covid-19“, legge silenziosamente, sentendosi vicino, in qualche modo, a chi ha affisso il messaggio.

Un’insegna a Streatham High Road nel Sud di Londra, 21 Marzo 2020 Credits: @REUTERS/Hannah McKay/File Photo

LOCKDOWN IN MOSTRA?

Le vie sono diventate corridoi; le vetrine e le serrande abbassate, espositori: i messaggi della comunità mondiale risuonano come opere d’arte di un museo a cielo aperto, anche se chiuso al pubblico. I bambini partecipano silenziosi ad abbellire la città e i suoi palazzi. Si condividono messaggi di speranza. Molti dei messaggi lanciati dalla popolazione sono stati realizzati con le tecniche più disparate, realizzati completamente a mano. Il Victoria and Albert Museum di Londra ha colto la palla al balzo. Ha osservato attentamente, con occhio critico, la situazione circostante, analizzando una sorta di rinascita comunicativa e artistica, comune ad intere nazioni in quarantena. Il museo sta creando una mostra sulla pandemia, mettendo insieme oggetti di uso quotidiano che, in questo momento, acquistano un nuovo significato.

“La pandemia ha questo strano modo di portare alla ribalta oggetti a cui non avresti mai pensato. Tutto diventa più intenso”

Brendan Cormier, curatore del Victoria and Albert Museum

Secondo voi, come si può realizzare una mostra sul Covid-19? Vogliamo davvero ricordare tutto quello che stiamo vivendo? O è necessario ricordarlo?

Bilboard, Toronto, Canada
Credits: @Julie Boganowicz / vam.ac.uk

OGGETTI PANDEMICI

Il V&A Museum, come tantissime altre realtà museali è consapevole del drastico stand-by delle esposizioni artistiche e culturali. Il futuro delle mostre è in grave crisi e questo cambia le carte in tavola. Il museo ha deciso così di lanciare Pandemic Objects, una serie online che esaminerà tutti gli oggetti dalla forte carica artistica e significativa. Le insegne, i cartelli e i loro messaggi hanno riportato in auge l’estro artistico di una comunità, di tutte le comunità nel mondo. Non importa che lingua si parli, la solidarietà è il messaggio da lanciare e chiunque, anche solo con carta e penna, può inserirsi in questa sorta di corrente artistica. Il ricordo di questa fase della nostra vita è necessario, inutile nasconderlo, e siamo tutti artisti e testimoni quando mai avremmo creduto di esserlo. L’iniziativa mostra un nuovo aspetto dell’impostazione classica del museo. In molti dovrebbero prendere ad esempio questa nuova forma di comunicazione. Non parliamo di una mera (forse più semplice, anche se non nella realizzazione) rappresentazione o tour virtuale, ma di un’analisi profonda del nostro modo di comunicare attraverso l’arte, anche se inconsciamente.

SI RITORNA ALLA CARTA

Di grande rilievo, ricorda Brendan Cormier, è il movimento e le pubblicazioni Adbusters e No Logo di Naomi Klein, attivista e giornalista canadese, all’inizio del 2000. Era emersa una notevole quantità di critiche sulla perdita di una voce democratica nello spazio pubblico. I cittadini di Toronto, in Canada, avevano visto sottrarsi la possibilità, ma soprattutto il diritto, di affiggere poster pubblici, in particolare sui poli polivalenti della città. La lotta per conservare questi spazi, all’interno dei quali la comunità aveva la possibilità di comunicare e di offrire servizi, ha smosso gli attivisti urbani.

Improvvisamente nella seconda metà degli anni 2000 il dibattito si è placato. Le piattaforme dei social media hanno riscosso sempre maggiore successo, eclissando definitivamente il dissenso comune alla privazione di quel diritto, mentre il mondo della comunicazione avanzava a passi da gigante su di un altro fronte. Il riemergere di strumenti come la carta, i colori e gli adesivi, ha permesso di sottolineare e di dimostrare quanto la nostra voce debba essere ascoltata attraverso forme di comunicazione estremamente più semplici, espressioni fisiche e concrete.

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