Sembra che per la povera Monna Lisa non possa mai esserci pace. Ammirata, idolatrata, reinterpretata, rubata, contesa, l’opera d’arte (a torto o a ragione?) più famosa del mondo porta su di sé il peso di una storia lunga e intricata e proprio per questo estremamente affascinante.

Ultima in ordine cronologico è la querelle esplosa in seguito alla decisione del Louvre di pubblicare, via Twitter, un’immagine del celebre dipinto con indosso la maglia della nazionale francese, per celebrare la vittoria dei Bleus ai Mondiali 2018.

https://twitter.com/MuseeLouvre/status/1018539239020154880

Che la Gioconda venga utilizzata a scopi pubblicitari e comunicativi o che venga reinterpretata in chiave umoristica o artistica non è certamente una novità.
Celebre è infatti la dissacrante rivisitazione del quadro di Marcel Duchamp.
L.H.O.O.Q, più conosciuta come “Gioconda con i baffi”, è un’opera paradigmatica, capitale per lo svolgimento dell’arte moderna, ma spesso incompresa.
Duchamp, capofila del gruppo dadaista ed eccezionale sperimentatore, segna con quest’operazione un punto di rottura e dà inizio ad un nuovo modo di concepire la stessa nozione di “arte”.
In questo caso la Gioconda diventa la base per un’operazione di “ready-made“: Duchamp prende una riproduzione di un capolavoro universalmente riconosciuto e, con un intervento minimo, lo “rettifica” applicando sulla Monna Lisa barba e baffi. Con questo gesto l’autore non vuole sfregiare un capolavoro, ma semplicemente contestare la venerazione che gli è tributata passivamente dall’opinione comune. Si dà valore estetico ad oggetti che la società moderna considera solo utilitari e contemporaneamente si mette in dubbio l'”artisticità” di un capolavoro indiscusso come il quadro di Leonardo.

Marcel Duchamp, LHOOQ, 1919

La critica più recente ha inoltre svelato, ad una più attenta analisi, che molte delle creazioni e dei “gesti” di questo genio dell’arte moderna contengono in realtà significati più sottili che sono stati spiegati valendosi di discipline come l’ermetismo e l’alchimia, branche a cui pare Duchamp si interessasse molto.
Secondo Maurizio Calvesi, la “Gioconda con i baffi” nascerebbe da una segreta e divertita allusione “ermetica” all’androginia dell’effigiata. L’androgino, come unione del maschile e del femminile (e quindi dei contrari) è infatti una figura simbolica ricorrente nei trattati alchemici e disegnare barba e baffi sul volto della Gioconda non sarebbe altro che un tentativo di mascolinizzare una figura femminile. La misteriosa sigla del titolo (L.H.O.O.Q) fornirebbe inoltre la chiave per intenderne il senso.
Le cinque lettere, lette in francese una dopo l’altra, formano la seguente frase:” Elle à chaud au cul”, cioè “Lei ha caldo al sedere”. Calvesi ipotizza che Duchamp possa aver preso spunto per questa buffa associazione da una miniatura di Jean Perrel proveniente da un manoscritto alchemico del ‘500 dove si vede la personificazione della Natura-Alchimia (peraltro simile alla Gioconda nella posizione a braccia conserte e nel paesaggio sullo sfondo) che siede su un forno acceso in forma di tronco cavo: sembra proprio che questa abbia “caldo al sedere”!

Più recentemente il Louvre è stato addirittura trasformato nel set del video musicale di Apesh*t, brano tratto da Everything Is Love, l’album lanciato a sorpresa da Beyoncé e suo marito Jay-Z poche settimane fa (ve ne abbiamo parlato qui). I Carters ostentano la loro ricchezza direttamente di fronte ai capolavori del museo più famoso al mondo, sottolineando come la maggior parte delle opere d’arte esposte al suo interno siano in realtà il frutto di razzie coloniali perpetrate nei confronti dei popoli sottomessi da parte dei conquistatori europei. Tutto sembra possibile per i due coniugi, anche danzare ai piedi della Nike di Samotracia o posare di fronte alla Gioconda, incredibilmente sgombra della folla di turisti che ogni giorno le si accalcano di fronte per ammirarla e fotografarla. Il messaggio della coppia afroamericana, se prima non era immediato, ora ci appare chiaro: quelli che una volta erano appellati dagli europei come “scimmie di me*da” ora possono permettersi di “affittare” il Louvre, simbolo dell’arte e dell’imperialismo occidentale, e rendere chiari a tutti i soprusi e le ingiustizie che la loro comunità ha dovuto subire per secoli.

Beyoncé e Jay-Z posano di fronte alla Gioconda nel video del brano “Apesh*t”

Ma non solo rivisitazioni o citazioni, la Gioconda, nella sua lunga e travagliata storia, ha subito anche un furto, che possiamo “vantare” proprio noi italiani.
Fu infatti Vincenzo Peruggia, un decoratore del Varesotto emigrato a Parigi, che una mattina del 21 agosto 1911 rubò la celebre tavola e la nascose per oltre due anni. Nel dicembre 1913 tentò di vendere la Gioconda a un collezionista fiorentino che, assieme all’allora direttore della Regia Galleria (cioè gli Uffizi), Giovanni Poggi, si accorsero di avere per le mani il capolavoro di Leonardo. Ovviamente l’affare andò a monte, Peruggia fu arrestato, processato e condannato, mentre l’opera, dopo alcune brevi esposizioni a Firenze, a Roma e a Milano, tornò infine al Louvre in pompa magna.

Peruggia affermò di aver compiuto l’atto per patriottismo, perché mal sopportava che oggi al Louvre si trovassero tante opere italiane frutto delle razzie di Napoleone. Il problema è che l’uomo aveva una conoscenza molto approssimativa della storia dell’arte e in questo caso aveva completamente sbagliato bersaglio: il quadro, infatti, risultava esser stato regolarmente pagato dalla Francia.

La prima pagina de “Le Petit Parisien” il 14 dicembre 1913

Nel caso in cui qualcuno avesse bisogno di un veloce ripasso, è bene quindi ricordare che la Gioconda non è mai stato trafugata e portata in Francia con la forza o con l’astuzia, bensì è stata regolarmente acquistata dal Re di Francia, Francesco I d’Orleans, presso lo stesso Leonardo da Vinci.

A confermarlo è già l’aretino Giorgio Vasari, che nel 1550 (cioè circa 45 anni dopo che l’opera venne dipinta) illustrando, in entrambe le edizioni de Le vite, l’opera del Genio di Vinci, racconta: “Prese Lionardo a fare per Francesco del Giocondo il ritratto di monna Lisa sua moglie e quattro anni penatovi, lo lasciò imperfetto; la quale opera oggi è appresso il re Francesco di Francia in Fontanableo”. Nelle note di un’edizione del 1966 dello stesso libro, si apprende inoltre che “è la celebre Gioconda, opera del tutto compiuta: fu dipinta a Firenze nel 1505. Trasportata dall’artista in Francia, fu acquistata da Francesco I per 4mila scudi d’oro e collocata nel castello di Fontainbleau(Fontanableo). Ora il dipinto è conservato al Louvre…”.

Non c’è quindi alcun dubbio sul perché questo capolavoro della pittura occidentale si trovi oggi a Parigi e non in Italia: perché fu oggetto di una vendita. Come è accaduto già innumerevoli volte per un enorme quantità di opere d’arte fin da quando il mercato dell’arte ha mosso i suoi primi passi.

Una foto d’epoca ritrae il momento della ricollocazione della Gioconda nella sua sede originaria, il Louvre

Eppure, nonostante tutte le evidenze storiche, ancora oggi l’appartenenza della Monna Lisa viene contesa fra Italia e Francia e la sua incredibile celebrità non fa altro che inasprire i toni di un dibattito, che ha rischiato e rischia, sopratutto oggi, di caricarsi di significati ideologici e patriottici.

La discutibile scelta del Louvre di vestire il ritratto più famoso del mondo con la maglia della nazionale francese ha infatti contribuito a gettare ulteriore benzina sul fuoco, svuotando del suo valore, storico, artistico e culturale, uno dei prodotti più alti dell’arte moderna occidentale. Sovrapporre due mondi, come quello del calcio e dell’arte, che dovrebbero, a ragione, restare ben distanti e separati, si è rivelata una scelta comunicativa e di marketing piuttosto infelice, che ha scatenato un vero e proprio caso mediatico, condito da reazioni e commenti social da più grotteschi ai più esilaranti.

Un precedente che si sarebbe potuto facilmente evitare, magari scegliendo, come omaggio alla vittoria ai mondiali di calcio, un oggetto, un simbolo, un personaggio che meglio incarnasse lo spirito e il “carattere” francese, piuttosto che andare a snaturare un capolavoro artistico, che, più che motivo di orgoglio francese o italiano, rappresenta semmai un patrimonio dell’umanità e come tale dovrebbe esser trattato e rispettato.

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