Il Modernismo è riconducibile al fenomeno internazionale dell’Art Nouveau, che proprio in quegli anni contagia tutta l’Europa, eppure presenta caratteristiche che lo rendono estremamente singolare: in Spagna si sviluppa limitatamente all’area catalana, in particolar modo a Barcellona, ed è fortemente legato ad avvenimenti politici e culturali del tempo. Ci troviamo infatti alla fine di un secolo che ha visto nel movimento letterario della Renaixença Catalan, d’ispirazione fortemente romantico-patriottica, il proprio portavoce. Infatti, dopo  l’unificazione del Regno di Spagna sotto le corone di Castiglia e di Aragona, la Catalogna ha lentamente visto il proprio potere svanire, perdendo sia le proprie ricchezze materiali che culturali.

Una delle più grandi diatribe si è sempre discussa, per esempio, sulla lingua: con il prevalere del centralismo madrileno infatti, lo spagnolo, propriamente detto castigliano, è diventato la lingua ufficiale della penisola, volendo sostituire il catalano, proprio della Catalogna. La Renaixença dunque tenta riportare il proprio popolo a un’età dell’oro individuata nel XIII e XIV secolo, epoca in cui il regno catalano con la sua potente flotta mercantile e militare esercitava il potere su gran parte del Mediteranneo, alla ricerca della sua vera identità, attraverso il rinnovamento di tutte le arti. Il Modernismo trae prioprio da questo movimento culturale le proprie radici e lo esprime attraverso l’arte figurativa e l’architettura.

Ed è proprio attingendo all’Art Nouveau che il Modernismo dona alla propria estetica un tono innovativo: rifacendosi infatti alle influenze islamiche, africane, gotiche e barocche, tipiche della cultura autoctona, come proclamato dalla Renaixença, crea uno stile mai visto prima, ricco di colori e particolari che meravigliano chiunque li guardi. E proprio nella figura di Lluís Domènech i Montaner possiamo trovare l’esemplare modello di modernista catalano: fin dalla giovane età è infatti guidato da una fervente volontà di indipendenza per la propria patria e partecipa attivamente alla vita politica del tempo, non trascurando la sua vera passione che è l’architettura. Il suo primo grande incarico, in cui per la prima volta sperimenta il nuovo stile, è l’Hospital de la Santa Creu i Sant Pau: il più grande recinto modernista al mondo. L’ospedale, fondato nel 1401, viene distrutto nel 1887 da un incendio e proprio a Domenech viene affidato il compito di ricostruirlo, incarico che verrà però portato a termine dal figlio dopo la morte dell’architetto. La struttura colossale presenta una facciata di ampia ispirazione gotica, arricchita da mosaici e vetrate colorate, che prelude lo stile più arabeggiante dell’ampio giardino interno, disseminato di cupole dorate e ceramiche. Troviamo però una più matura e meditata versione del suo stile nel Palau de la Musica Catalana, del 1905, costruito per la società corale della catalogna Orfeó Català.

L’intera struttura viene infatti concepita come “Giardino della Musica”, in cui la natura deve essere la vera protagonista: così, ovunque si giri lo sguardo si possono vedere mosaici floreali, colonne coronate da ghirlande, scale fiorite, lampadari che mimano le corolle intorno allo stelo. È un vero e proprio tripudio di colori e forme che ci portano in un giardino primaverile in fiore. Ma non si ferma a una sterile bellezza esteriore: l’architetto infatti ha studiato il valore simbolico di ogni dettaglio perchè l’intera struttura potesse urlare la propria fierezza patriottica. E così, di fianco alle bandiere catalane che risplendono nelle vetrate, troviamo scritti i nomi dei grandi compositori della regione, senza però dimenticare i maestri del resto del continente: Wagner, Bach, Mozart, Beethoven, Da Palestrina.

Ciò che però cattura immediatamente lo sguardo di tutti è l’immensa vetrata a goccia nel soffitto, su cui è disegnato un sole: il rimando all’acqua e alla luce non è casuale, essendo le due fonti essenziali per la vita delle piante e degli esseri viventi in generale. Alla fine, i nostri occhi possono perdersi nell’infinità di dettagli di cui è disseminato il palcoscenico: a cominciare dalle 18 muse, metà ad alto rilievo e metà a mosaico, che ci invitano ad assistere con loro allo spettacolo, per poi alzare la nostra visuale verso la cavalcata della valchirie che sovrasta lo spazio scenico.

Chi, però, parlando di Barcellona non pensa immediatamente al suo più grande rappresentante, Antonì Gaudì? Anch’egli celeberrimo architetto, forse il più grande esponente del modernismo catalano, aggiunge al canonico stile una visione più personale, a tratti espressionista, che avvicina il suo stile peculiare quasi a un’avanguardia. Oltre all’immensa collaborazione con Güell, per cui costruisce gli omonomi Parco, Palau e Padiglioni, Antonì  progetta anche una serie di case, sempre più sperimentali, secondo la sua evoluzione artistica: casa Vicens (1883), casa Batlò (1904), casa Milà (1906). La prima dalle forme duramente geometriche ed estremamente policrome, la seconda dalle onde sinuose e morbide con sfumature azzurre che riflettono la luce, la terza con nebulose massicce di un bianco spettrale. Ma indubbiamente non si può dimenticare la più grande opera di Gaudì e forse di tutto il XX secolo: la Sagrada Familia.

Un’impresa infinita quella del grande architetto, che continua da più di un secolo, ben oltre la morte del proprio padrino: otto torri di Babele, che circondano la struttura centrale, la fanno troneggiare su tutta la città di Barcellona, di cui vale la pena visitare ogni angolo.

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