Ci spostiamo in India, per parlare della più grande esposizione di Arte dell’Asia meridionale. Si tratta della Kochi-Muziris Biennale ed è la più grande fiera d’arte contemporanea indiana mai tenuta sino ad ora.

Il progetto è immenso. Tra opere d’arte, mostre interattive e spettacoli dal vivo, si è realizzato un vero e proprio ponte per connettere gli indiani all’arte contemporanea.

La Biennale di Kochi-Muziris è un’iniziativa della Kochi Biennale Foundation, realizzata con il sostegno del governo del Kerala. La mostra è ambientata negli spazi di Kochi, con gallerie, sale e installazioni situate in specifici spazi pubblici, edifici storici e strutture dismesse.

Una mostra, “Cento e diciannove atti di vendita” dell’artista sudafricana Sue Williamson, ha commemorato i nomi dei residenti di Kochi catturati dai mercanti olandesi del 17° secolo e venduti come schiavi in ​​Sud Africa. Credit: Atul Loke per il New York Times

Stiamo facendo un festival culturale. Abbiamo cercato di penetrare nelle menti delle persone in modo che sentano che è la loro biennale“, ha detto Bose Krishnamachari, pittore del Kerala che ha co-fondato lo spettacolo otto anni fa, così come riporta il New York Times.

Sono sempre stati pochissimi nello stato meridionale del Kerala e nell’India nel suo complesso i luoghi pubblici per vedere l’arte. Motivo per cui gli organizzatori della biennale, che durerà fino al 29 marzo, hanno fatto il possibile per creare un evento che potesse piacere a tutti, dai braccianti giornalieri ai curatori di musei veterani.

I membri del gruppo folk-reggae Oorali si sono esibiti dal loro autobus per un pubblico all’Aspinwall House. La band porterà il “Oorali Express” su e giù per la costa del Kerala, esibendosi per le comunità di pescatori che hanno salvato le persone durante le inondazioni del 2018 che hanno devastato lo stato. Credit: Atul Loke per The New York Times

Kochi, è una città portuale secolare precedentemente nota come Cochin, che è stata sotto diverse dominazioni quali: portoghesi, olandesi e britannici. È stato a lungo un crogiolo di culture e religioni.

L’arte contemporanea può essere difficile da comprendere per il pubblico, specialmente in India, una nazione popolata da 1,3 miliardi di persone con poca educazione artistica, pochi musei e quasi nessun sostegno governativo per le belle arti.

Ciò nonostante, per il Kerala che la scorsa estate fu devastato dalle inondazioni dei monsoni, la biennale costituisce una via di fuga per aumentare i proventi economici, dato che attirerà turisti da tutto il mondo, alcuni dei quali potranno anche visitare le spiagge della zona o alloggiare in case galleggianti sulle sue vie d’acqua interne.

Infatti, mentre la biennale dell’anno 2016-17 ha attirato circa 600.000 visitatori, questa volta i progettisti sperano in 700.000 visite.

Alcuni artisti, infatti, hanno reso omaggio alle vittime dell’alluvione.  Ne è un esempio l’installazione di Marzia Farhana, “Ecocide and the Rise of Free Fall“, che fa pendere dal soffitto dei frigoriferi e libri recuperati dalle case allagate.

Visitatori dell’installazione “Ecocide and the Rise of Free Fall” di Marzia Farhana a Kochi. Credit: Atul Loke per il New York Times

Dopo il debutto, iniziato il 12 dicembre, lo spettacolo ha preso slancio durante le vacanze di Natale e di Capodanno, quando molte imprese e scuole indiane sono state chiuse. La sede principale dell’Aspinwall House era affollata di famiglie che scattavano fotografie dai propri cellulari, e la gente accorreva a Water Temple, installazione all’aperto dell’artista Song Dong di Pechino che invita gli ospiti a realizzare dipinti effimeri sulle pareti con pennello e acqua.

I visitatori della Biennale realizzano dipinti effimeri nell’installazione interattiva di Song Dong “Water Temple”. Fonte: Atul Loke per The New York Times

Il titolo della biennale è “Possibilities for a Non-Alienated Life”, letteralmente “Le possibilità per una vita non alienata” e sembra riflettere perfettamente lo sforzo della signora Dube di costruire connessioni tra comunità, sia in Kochi che altrove.

Sempre citando l’articolo del New York Times, sono state queste, infatti, le parole della signora Dube, scultrice e storica dell’altra, nonché coordinatrice della mostra: “Nonostante la nostra iper-connettività, siamo sempre più alienati gli uni dagli altri e dobbiamo pensare ai modi in cui le persone possono stare insieme attraverso la cultura“.

Proprio per questo, la signora Dube ha reclutato più di 100 artisti dall’India e da altri 30 paesiPiù della metà sono donne, il che significa obiettivo centrato e raggiunto, posto che, in India, l’affermazione dei diritti delle donne, nonché della loro possibilità di essere ritenute “artiste” è avvenuta tardivamente.

Una visitatrice osserva da vicino “Missing Route 4”, un ricamo cucito a mano di Bapi Das. Credit: Atul Loke per il New York Times

Shanay Jhaveri, assistente curatore di arte dell’Asia meridionale al Metropolitan Museum of Art di New York, ha partecipato all’inaugurazione della Biennale e si è detto colpito dal modo in cui la mostra affronta le questioni politiche del giorno senza fare proselitismo.

Potrebbe essere proprio questa l’occasione perfetta per visitare l’India e conoscerne davvero l’essenza.

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