In un mondo completamente sconvolto dalle rivoluzioni dell’arte contemporanea, come si può apprezzare di nuovo un gusto estetico che si fa portatore di dogmi lontani più di un secolo? La continua proposta di nuovi stili e tecniche così diversi è una delle caratteristiche principali di tutto il 900 fino ad oggi, in una costante ricerca della novità. Ma se la vera innovazione fosse da cercare nel passato? La storia dell’arte dimostra più volte come la ripresa dell’antico sia una costante nell’evolversi dei diversi secoli, perché dovrebbe dimostrarsi una scelta sbagliata solo nel nostro presente? Le opere di Jason Anderson infatti sono la prova concreta che esperimenti originali hanno successo anche se affondano le proprie radici nella tradizione. Nato a Dorset, in Inghilterra, inizia infatti la sua carriera artistica lavorando come restauratore di antiche vetrate in alcune delle più importanti cattedrali gotiche dell’isola britannica, come York Minster e Gloucester.

Sicuramente la sua tecnica odierna risente delle influenze dei primi esordi: gli effetti coloristici e i giochi di luci e ombre, tipici della lavorazione del vetro, sono perfettamente riconoscibili nella trasparenza delle sue tele. Ma sono stati gli insegnamenti di design successivi che lo hanno guidato alla creazione delle attuali composizioni di colori quasi mosaicate. Il principale modello però è da cercare sicuramente nella pittura impressionista e post-impressionista, sia per i soggetti che per le tecniche. Anderson infatti ama dipingere en plein air paesaggi e scorci, urbani e naturali, della zona costiera nei dintorni della sua città, Dorset.

Secondo l’esempio impressionista, nella sua serie più interessante, “Abstracts”,  il contorno scompare e il vero protagonista dell’opera diventa proprio il colore: non troviamo più la definizione minuziosa dei pennelli, ma spatolate di vernice spesse e materiche che creano spazi evanescenti immersi nel nulla. Vengono così assimilate le tecniche della “macchia” tipica dei macchiaioli italiani, gli studi della luce e delle sfumature cromatiche dei puntinisti, insieme a una pittura quasi gestuale tipica degli anni cinquanta americani. La prospettiva sembra così scomparire in una visione di colori puri sovrapposti, che creano uno spessore irreale, estremamente dinamico e vivace. La scelta cromatica delle tinte a pastello inoltre rende le opere particolarmente luminose e vibranti, quasi raggianti. Ciò che infatti definisce maggiormente ogni opera è la luce. Gran parte delle sue opere si sviluppa così da un punto focale di bianco puro, che spesso rappresenta il sole che sorge o che tramonta, illuminando tutta la tela. Come per gli impressionisti, anche per Anderson tutto ciò che ci circonda è influenzato dalla luce che li colpisce, cambiando sfumature, volumi e prospettive delle cose. Le sue opere diventano così un tripudio di sfavillanti colori, di cui si può percepire il tratto palpabile alla sola vista. Nonostante la forte matericità delle vernici e i contorni netti delle campiture, peró, i paesaggi sembrano quasi affiorare eterei all’orizzonte, ammantati da un alone fumoso. Lo stesso artista spiega come le sue opere si creino da sole, pennellata dopo pennellata, definendo dettagli e forme man mano che si aggiunge vernice.

Il tratto risulta allora estremamente deciso e rende l’opera molto dinamica, quasi dirompente, volendo rappresentare in questo modo la forza vivificatrice della natura. Come Anderson stesso racconta:

“Questa (forza) produce così un caleidoscopio di forme e colori, che ritrae il continuo movimento e l’infinita energia presenti nella natura.”

La somiglianza con le opere di Monet è impressionante, sebbene denotiamo una diversa visione della realtà con altri soggetti e ossessioni rispetto al grande impressionista. Non è infatti una pedissequa copia del modello, bensì una rivisitazione, se non addirittura un’emulazione, attraverso una nuova sensibilità contemporanea. I termini fondamentali vengono infatti rielaborati per essere più vicini al gusto dell’artista, nel tentativo di superare il modello. Così ciò che affascina di più lo spettatore non è la bravura del pittore o il soggetto dell’opera, ma la diversa visione del mondo che ci mostra l’artista, che può solo essere unica e inimitabile.

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