di Gabriele Nicolò

Aveva un debole Peter Paul Rubens per la collezione di quadri del re Carlo I d’Inghilterra, Scozia, Irlanda e Francia (1600-1649). In una lettera scritta a Londra nel 1629 il pittore fiammingo scriveva: “Non ho mai visto in un solo luogo tante splendide opere d’arte”. E ora, a distanza di secoli, l’ammirazione di Rubens diventa l’ammirazione dei visitatori della mostra, fino al 15 aprile, alla Royal Academy di Londra, intitolata “Charles I: King and Collector”. Quelle stesse opere, infatti, sono adesso esposte con l’obiettivo, sottolineano i curatori, di dare vita a uno degli eventi culturali più importanti del 2018 nel Regno Unito. Ed è un proposito che sicuramente sarà coronato da successo, considerando i capolavori che la mostra annovera. Da Tiziano a Mantegna, da Hans Holbein il giovane ad Antoon van Dyck, si sviluppa un itinerario artistico caratterizzato e impreziosito da una congerie di stili e di colori che convergono per formare un articolato e dinamico mosaico, espressione di una poliedrica temperie culturale.

Royal Academy of Arts, London

Ma dalla mostra, al di là di del dato squisitamente artistico, emerge un fatto che ancora oggi affascina e intriga: vale a dire, la raffinata e  matura sensibilità artistica di un sovrano che, invece, sul piano politico e religioso, fu costantemente criticato perché ritenuto miope e retrogrado. Basti pensare che divenne proverbiale la sua accanita ostilità alla tendenze riformiste, nell’ambito religioso, coltivate dai suoi sudditi inglesi e scozzesi: gli veniva in sostanza rimproverata una simpatia troppo spiccata per il cattolicesimo (tanto che sposò, strategicamente, la principesse cattolica Enrichetta Maria di Francia, ed ebbe come stretto collaboratore William Laud, nominato da lui stesso arcivescovo di Canterbury ed esponente della corrente anglicana più filocattolica). E anche sul piano politico non mancarono i suoi detrattori. Tra i suoi nemici più agguerriti figura il Parlamento che, durante la guerra civile inglese, cercò di vanificare i tentativi del sovrano di accrescere il suo già vasto potere in senso assolutistico. La guerra si concluse con una disfatta per Carlo, che fu catturato, processato, condannato e giustiziato con l’accusa di alto tradimento. All’indomani della sua morte venne abolita, temporaneamente, la monarchia e fu fondata una repubblica, la quale, a sua volta, non sopravvisse alla morte del principale leader della rivoluzione, Oliver Cromwell. Venne così restaurata la monarchia, con a capo il figlio di Carlo, Carlo II.

Le intemperie e le vicissitudini sofferte sul piano religioso e politico non impedirono al sovrano di coltivare la sua passione per l’arte, una passione che lo portò a imporsi come un collezionista di opere addirittura rapace, disposto anche a tramare – così riferiscono le cronache dell’epoca – operazioni senza scrupoli e illecite pur di accaparrarsi gli ambiti quadri di artisti celebri.

Antoon van Dyck, Ritratto di Carlo I a cavallo, olio su tela (1636), ©National Gallery, London

Tra le tele esposte non potevano certo mancare alcuni dei ritratti dello stesso Carlo I eseguiti da van Dyck, il pittore di corte: “Equestrian Portrait of Charles I” e “Charles I at the Hunt”. Queste tele, manco a dirlo, hanno un intento dichiaratamente celebrativo: la grandezza del sovrano viene evidenziata attraverso una tecnica ben collaudata, ovvero raffigurando in scala ridotta tutti gli elementi del quadro in modo da far risaltare la magnificenza e la solennità del monarca. Grande conoscitore del Rinascimento italiano, Carlo I riconosceva in Tiziano, di cui possedeva numerose tele, il suo pittore favorito. E non minore ammirazione nutriva per Gian Lorenzo Bernini: invano cerò di farlo arrivare alla sua corte. L’artista, che non lasciò mai Roma (si narra di una sola eccezione, ovvero di quanto si recò a Parigi), si disse lusingato dall’alta considerazione in cui lo teneva il monarca, ma declinò l’invito: accettò comunque di buon grado di realizzare un busto del re, il quale, ad opera conclusa, si disse grato e commosso.

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