Il 2020 si apre con la straordinaria notizia del ritorno a casa – entro le mura della cattedrale di San Bavone a Gant – del monumentale polittico dell’Agnello Mistico, archetipo e raffinatissima icona della rinascenza fiamminga, sottoposto a restauro a partire dall’ottobre 2012.

L’opera, come testimonia l’ormai nota quartina incisa sulla cornice esterna (“Il pittore Hubert van Eyck, il più grande di sempre, ha iniziato questo gravoso lavoro, che suo fratello Jan, secondo in arte, ha portato a compimento, su commissione di Joos Vijd. Con questo verso, il 6 maggio del 1432, colloca ciò che è stato fatto sotto la vostra protezione”) venne dipinta da Jan Van Eyck e dal misconosciuto fratello Hubert a partire dal 1426 ed inaugurata nel maggio 1432 presso la cappella dei committenti, nella cattedrale di San Bavone.

Si tratta di una monumentale macchina d’altare (aperta: 350 x 461 cm – chiusa: 350 x 223 cm) articolata in 12 pannelli lignei dipinti con la tecnica della pittura ad olio – della quale il pittore fiammingo era ritenuto pioniere – che nel caso degli scomparti laterali più esterni, si espande su recto e verso, in ragione della necessità di essere visionati dai fedeli da entrambi i lati, ovvero sia quando il polittico si fosse presentato chiuso, che nei giorni di festa, in occasione dei quali la pala veniva aperta mostrando il tesoro custodito internamente. Di fatto, l’opera costituisce anche un cruciale punto fermo nel catalogo artistico vaneyckiano, in quanto, essendo la prima opera certa giunta fino a noi – fra innumerevoli smembramenti e vicissitudini – si configura come rilevantissima testimonianza della rivoluzionaria poetica elaborata dal pittore a cavallo fra gli anni ‘20 e ‘30 del XV secolo.

Un fare pittorico, quello di Van Eyck, che rivela fin da subito l’ispirazione all’arte scultorea del suo tempo (desumibile, per esempio, nell’inusuale scelta di effigiare San Giovanni  Battista e Evangelista, alla stregua di due statue marmoree sulle quali la luce si rifrange mettendone in evidenza la consistenza petrosa) e anticipa ai nostri occhi le doti ritrattistiche del pittore. Jan Infatti, infonde sin da qui  ai suoi personaggi, una connotazione estremamente realistica che non si confina nella raffigurazione dei committenti Joos Vijd e Elisabeth Borluut, ma pervade anche i soggetti biblici dei progenitori, presentati con nudità pallide, aspre, spregiudicatamente terrene (in un primo momento censurate in quanto ritenute “conturbanti”).

Ma la squisitezza dell’opera, quella che non ha mai smesso di destare sorpresa nell’osservatore fin dalla sua prima esposizione pubblica, risiede più di tutto nella straordinaria gamma di dettagli presentati, esito di un’attentissima e preventiva analisi “dal vero” da parte dell’autore. Attraverso le immagini, il pittore dimostra l’intensa volontà di riprendere ogni soggetto con estrema dovizia di particolari – quasi in un deliberato omaggio all’unicità delle forme del creato – restituendocene una visione lenticolare, sia che si tratti del Dio assiso in trono, che di un elemento vegetale ripreso a margine della scena.

Ecco che, servendosi esclusivamente di pennello e colore, e’ in grado di restituirci il valore tattile delle superfici rappresentate: le lisce vesti damascate dalle trame rilucenti d’oro, la consistenza spumosa delle capigliature dei personaggi, rese capello per capello. Una perizia e varietà esecutiva che si riflette anche nelle azioni e nelle espressioni degli Angeli cantori (nel pannello accanto alla deesis), vero e proprio compendio espressivo dove ciascun volto e’ differenziato da quello accanto.

Jan e Hubert Van Eyck, Adorazione dell’Agnello Mistico (particolare). Fonte closertovaneyck.kikirpa.be

Cuore pulsante e concentrato simbolico del polittico e’ indubbiamente la tavola – da cui l’intero complesso prende il nome – ritraente l’Adorazione dell’Agnello Mistico. La scena si svolge entro un ampio paesaggio paradisiaco (che in certi passaggi riporta alla mente i capolavori miniati dei fratelli Limbourg) popolato da folte schiere di santità – attentamente suddivise in base all’ordine gerarchico di appartenenza – che grazie al loro posizionamento in corrispondenza dei quattro vertici della figurazione, concorrono a guidare l’occhio dell’osservatore nel fulcro della narrazione: l’agnello simboleggiante Cristo.

Jan e Hubert Van Eyck, Angeli cantori (particolare). Fonte wahooart.com

Raggruppati attorno all’oggetto di venerazione, alcuni angeli sono ripresi in atteggiamento di preghiera, altri intenti a sorreggere i simboli della passione o a scuotere energicamente turiboli d’incenso. Al di sopra dell’agnello si libra la colomba dello Spirito Santo, ripresa entro una mandorla di luce che irradia la scena di sottilissimi filamenti dorati.

Il grandioso progetto di restauro – curato dal Royal Institute for Cultural Heritage e coordinato da Bart Devolder – stando alle prime indiscrezioni, avrebbe riportato alla luce, al di sotto di stratificazioni di pittura e vernice, porzioni di materia pittorica originaria ancora in buono stato, rivelando inediti dettagli di mano vaneyckiana.

“Per più di quattrocento anni, non abbiamo effettivamente visto la vera Pala dell’altare di Gant” avrebbe affermato lo stesso conservatore, e a questo punto tutti gli appassionati d’arte, non vedranno l’ora di poterla ammirare con i propri occhi.

In attesa del “grande ritorno” (previsto entro maggio) il Museum of Fine Arts Ghent sta allestendo la mostra “Van Eyck. An Optical Revolution” (a cura di Till-Holger Borchert, Jan Dumolyn e Maximiliaan Martens, con il coordinamento di Johan De Smet) che aprirà i battenti il primo febbraio, simultaneamente all’avvio dell’evento “OMG! Van Eyck was here” festival cittadino di arti figurative, teatro, design, moda e tanto altro ancora!

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