Fra gli artisti americani recenti, uno non viene spesso menzionato: si pensa subito a Pollock o a Warhol, ma mai a Basquiat. Nato a Brooklyn, New York, negli anni ’60 da padre haitiano e da madre portoricana, il piccolo Jean-Michel già portava all’interno del suo dna il sogno americano e il multiculturalismo occidentale. Nonostante sia conosciuto principalmente come esponente del graffitismo, dai genitori Basquiat ereditò anche la passione per la musica, fondando una band agli inizi degli anni ’80. La madre lo portava a passeggio all’interno dei famosi musei newyorkesi, tanto che non frequentò mai una scuola d’arte: imparò per mimesi dagli artisti che avevano fatto la storia. Involontariamente la madre fu la prima a suggerirgli un linguaggio artistico; quando Jean-Michel finì in ospedale, lei gli regalò un libro di anatomia umana. Basquiat rimase talmente affascinato dal corpo umano che le sue opere riporteranno sempre l’attenzione sugli elementi primitivi della fisionomia umana. Si tratta forse del primo esempio di neo-primitivismo dopo i ritratti delle donne polinesiane di Gauguin. Grazie all’educazione ricevuta dalla madre, i lavori di Basquiat si impregneranno quindi di citazioni e rimandi alla storia dell’arte. Nonostante ciò, l’artista di Brooklyn condurrà uno stile di vita del tutto moderno, immerso nella grande metropoli dove tutti i sogni dovrebbero divenire realtà.

Jean-Michel Basquiat La Hara, 1981. Acrylic and oilstick on wood panel, 182.9 x 121.9 cm
Arora Collection © Estate of Jean-Michel Basquiat. Licensed by Artestar, New York

Basquiat scappò di casa e a soli 17 anni entrò nel circolo della dipendenza da stupefacenti, che lo condurrà alla sua prematura scomparsa nel 1988. Prima di essere conosciuto, riposava in un cartone per le strade della città che non dorme mai. Fu in questo mometo che cominciò a imbrattare i muri della città con i suoi graffiti insieme al suo amico Al Diaz. Si firmava SAMO, acronimo di Same Old Shit, scelta che celava un’evidente insofferenza verso il mondo dei critici. Lui stesso una volta disse di non conoscere nessuno che avesse bisogno di un critico per capire cosa fosse l’arte. Come tutti i geni, d’altronde, Basquiat non riuscì mai a conformarsi, diventando la voce del popolo dell’East Village e delle periferie della Grande Mela. Diventò il simbolo dell’orgoglio nero, della negritudine che si stava diffondendo con Senghor proprio in quegli anni.

Su questa scia si colloca la mostra che si terrà al Guggenheim di New York fino al 6 novembre e che mostrerà un Basquiat inedito. La mostra ruota attorno all’opera Defacement, disegnata inzialmente su un muro della casa di Keith Haring e che intendeva denunciare la morte di un giovane artista afroamericano, Michael Stewart, ucciso brutalmente dalla polizia mentre stava disegnando alcuni graffiti nella stazione della metropolitana. L’esposizione contiene anche una ventina di opere sullo stesso tema con contributi di artisti del calibro di Warhol. Nonostante il suo rapporto catartico con l’arte, i suoi migliori lavori sono infatti quelli realizzati nel cuore della notte in uno stato di completa trance. Jean-Michel non parlerà mai del mondo metafisico e non possiamo definirlo un astrattista; al contrario, il suo rapporto stretto con il mondo emerge dalle sue tele e veicola un labirinto di significati colmi di un realismo disarmante. Proprio per questo sarà sempre legato al movimento per i diritti civili che aveva potuto smettere di lottare per l’eguaglianza formale delle leggi, ma che purtroppo doveva ancora battersi per quella sostanziale che risiedeva nei cuori dei bianchi americani.

Jean-Michel Basquiat, The Death of Michael Stewart, 1983 Acrylic and marker on sheet rock, framed, (86.4 x 101.6 cm)
Collection of Nina Clemente, New York © Estate of Jean-Michel Basquiat. Licensed by Artestar
Photo: Allison Chipak
© Solomon R. Guggenheim Foundation, 2019

Lo spunto da cui parte la mostra non è molto diverso dai fatti di cronaca attuali, negli Stati Uniti come nel mondo intero. In Italia si è appena concluso il processo per la morte di Stefano Cucchi, anch’egli ucciso dalla violenza ingiustificata da parte delle forze dell’ordine. Due episodi distanti trent’anni e tuttavia così vicini. È sempre interessante quando l’arte decide di mettersi al servizio della comunità per denunciare soprusi di potere o condizioni di vita disagiate. Gli artisti che possiedono questa sensibilità hanno il potere di fermare il tempo e il caos dell’epoca moderna per farci riflettere su situazioni che capitano tutti i giorni sotto i nostri occhi. Lavori come quelli di Basquiat ci obbligano a non abituarci alla vista delle ingiustizie, perchè è infinitamente più comodo abbassare lo sguardo ignorando il dolore altrui. Jean-Michel aveva commentato la morte di Stewart prendendo invece coscienza del fatto che quella disgrazia sarebbe potuta capitare anche a lui. Non è solamente una questione di colore della propria pelle, Cucchi, infatti, era bianco, ma si tratta del rispetto per la sacralità della vita umana di qualunque sesso, cultura, religione o orientamento sessuale.

Con il suo impegno per il riconoscimento dei diritti civili di ogni essere umano, per il riconoscimento del diritto alla vita, Basquiat aveva già iniziato a denunciare qualcosa che è oggi diventato ancora più attuale. Quanti Stefano e quanti Michael dovranno esserci ancora? Ma soprattutto ci dovremmo domandare se ancora oggi gli artisti siano in grado di creare messaggi tanto potenti come Jean-Michel.

Jean-Michel Basquiat, Charles the First, 1982. Acrylic and oil stick on canvas, three panels, 198.1 x 165.1 cm
Estate of Jean-Michel Basquiat © Estate of Jean-Michel Basquiat. Licensed by Artestar, New York

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