Poeta visionario, e pittore visionario. A William Blake (1757) – 1827) la Tate Gallery di Londra dedica una mostra, fino al 2 febbraio 2020, animata dal dichiarato proposito di rivalutare la sua produzione artistica. Fu infatti sottovalutata mentre era in vita, e dopo la sua morte venne in parte dimenticata. E se ricordata, ingiustamente criticata. L’esposizione comprende trecento opere in cui l’autore traspone i soggetti e i temi che costituiscono l’asse portante dei suoi componimenti poetici: scene di crudeltà e di violenza, cupe immagini di incubi e di farneticanti deliri. Insomma un vulcanico caleidoscopio intessuto di segmenti di vita cui è affidato il compito di testimoniare il fecondo connubio tra poesia e pittura. Alla luce di questo fluttuante e avvolgente scenario la dimensione visionaria assume una presenza dominante, e anche conturbante, al punto che gli organizzatori della mostra hanno inserito nella brochure un avvertimento a beneficio di coloro che potrebbero trovare upsetting (“inquietanti”) alcuni dipinti. Se si è troppo sensibili, forse sarebbe opportuno rinunciare a vedere la mostra.

The House of Death, William Blake
Credits: TATE, London

Inaugurata l’11 settembre scorso, in realtà ha già registrato un record di presenze: evidentemente o tutti coloro che si sono recati alla Tate Gallery hanno una personalità forte e temprata, o chi è vulnerabile si è fatto forza pur di vedere le opere di Blake. Opere che ancora oggi sono ritenute tra le più emblematiche dell’arte britannica: e ancor oggi esse rappresentano una ricca e sempre zampillante fonte di ispirazione per pittori e scrittori. Il noto critico d’arte del «Guardian», Jonathan Jones, ha definito Blake «di gran lunga il più grande artista che la Gran Bretagna abbia mai prodotto». Del resto il poeta, in un saggio dedicato a John Milton, aveva forgiato un’espressione che assurge a suo manifesto programmatico sia sul piano poetico che pittorico: The imagination is not a state: it is the human existence itself (“L’immaginazione non è uno stato mentale: è l’esistenza umana stessa”). Da questo assunto derivano quadri, in cui l’elemento visionario riveste un ruolo nevralgico, come “Il Grande Drago Rosso e la Bestia venuta dal mare”, “Satana punisce Giobbe con piaghe infuocate”, “Cerchio della lussuria: Paolo e Francesca”, “Adamo ed Eva trovano il corpo di Abele.”

Blake sosteneva di aver avuto visioni tutta la vita. La prima ebbe luogo ad appena otto anni: aveva visto un albero pieno di angeli che cospargevano ogni ramo di lustrini simili a stelle. Spesso queste visioni si concretizzavano in immagini di tipo religioso. Dio e la cristianità, del resto, hanno rappresentato il fulcro sia dei suoi scritti, e i dipinti hanno attinto generosamente alle stesse fonti. Si definiva capace di discutere e di confrontarsi con i profeti dell’Antico Testamento ed esercitò un grande sforzo per dare vita alle illustrazioni per il “Libro di Giobbe”. Tuttavia è da ricordare che l’amore dell’artista per la Bibbia si legava all’ostilità verso la Chiesa d’Inghilterra, in virtù delle sue convinzioni religiose influenzate dall’attrazione per il misticismo e dalla fascinazione verso il movimento romantico, all’epoca in rigoglioso sviluppo.

Una volta Blake confessò di aver ricevuto istruzioni dagli arcangeli per creare le sue opere. Una confessione che si spinse ancora più in là, poiché il poeta e pittore arrivò ad affermare che gli arcangeli stessi poi lo leggevano e lo ammiravano. Di lui così scrisse William Wordsworth: «Non c’è dubbio che questo poveraccio fosse pazzo, ma c’è qualcosa nella sua pazzia che attira il mio interesse più dell’equilibrio di lord Byron e di Walter Scott». E, per dirla con William Skakespeare, in quella pazzia c’è del metodo, capace ancora di attirare, di sedurre, di affascinare. Nonché di turbare.

William Blake, Europa
Credits: TATE, London

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