Lineari, simmetriche, a forma di spirale o con un ordine geometrico così definito e preciso che a vederle dall’alto non si può che restare a bocca aperte: sono le istantanee del passaggio dell’uomo sulla terra. Ce le aveva mostrate, in modo forse più poetico, Salgado nel suo progetto Genesi, ce ne fornisce una versione più cruda, terrificante, ma al contempo intrisa di straordinaria bellezza, la mostra Anthropocene in corso al MAST (Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia) di Bologna fino al 22 settembre.

Edward Burtynsky, Uralkali Potash Mine #4, Berezniki, Russia. (Courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto)

“In questa mostra nulla è permanente”, recitano i post social che invitano a visitare l’esposizione. E, in effetti, quella che troverete al MAST altro non è che la trasposizione artistica della ricerca portata avanti del gruppo internazionale di scienziati Anthropocene Working Group, impegnato nel raccogliere prove del passaggio dall’attuale epoca geologica – l’Olocene, iniziata circa 11.700 anni fa – all’Antropocene (dal greco anthropos, uomo), in cui gli esseri umani sono diventati la singola forza più determinante sul pianeta.

Edward Burtynsky, Saw Mills #1, Lagos, Nigeria 2016. (Courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto)

L’interrogativo da cui parte la mostra è il peso che l’impatto dell’uomo ha sul nostro pianeta nel modificarne radicalmente e con velocità innaturale aspetto e condizioni climatiche: il comportamento umano e la velocità con cui ci riproduciamo (siamo passati da uno a quasi 8 miliardi di esseri umani nel giro di un secolo) condiziona, infatti, l’esistenza di ogni organismo vivente del pianeta. Per descrivere il fenomeno alcuni scienziati hanno coniato il termine “Antropocene”, un concetto che, seppure ancora non accettato in maniera univoca dalla comunità scientifica, indica che l’impatto esercitato dall’essere umano ha raggiunto negli ultimi decenni proporzioni tali da essere equiparabile, se non addirittura superiore per forza e importanza, alle trasformazioni subite dalla Terra nel corso delle ere geologiche precedenti.

Edward Burtynsky, Coal Mine #1, North Rhine, Westphalia, Germany 2015. (Courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto)

Dalle barriere frangiflutti edificate sul 60% delle coste cinesi alle ciclopiche macchine costruite in Germania, dalle psichedeliche miniere di potassio nei monti Urali in Russia alla devastazione della Grande barriera corallina australiana, dalle surreali vasche di evaporazione del litio nel Deserto di Atacama alle cave di marmo di Carrara, la mostra documenta proprio l’indelebile impronta umana sulla terra.

Dietro gli obiettivi di questo incredibile progetto, che combina videoarte, fotografia, realtà aumentata e ricerca scientifica, ci sono il fotografo di fama mondiale Edward Burtynsky e i pluripremiati registi Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier .

Durante il percorso espositivo, suddiviso in quattro aree, si incontrano trentacinque fotografie di grande formato di Edward Burtynsky; quattro murales ad alta risoluzione, in cui si abbinano tecniche fotografiche e filmiche, che evidenziano il lavoro sinergico dei tre artisti: grazie a brevi estensioni video di Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier integrati in queste enormi fotografie, i visitatori possono esaminare nei più minuti dettagli e in modo immersivo la complessità delle incursioni umane sulla Terra attraverso la App AVARA.
In esposizione anche tredici videoinstallazioni curate dai due registi che offrono vivide riflessioni sull’Antropocene, sui singoli scenari che lo rappresentano, e favoriscono la comprensione della portata e dell’impatto del fenomeno. Il percorso espositivo si conclude con tre installazioni di Realtà Aumentata che consentono ai visitatori di “toccare con mano” alcuni degli effetti devastanti causati dal dominio dell’uomo sulla terra.

Anthropocene, insomma, è una mostra necessaria, di quelle che stimolano riflessioni e cambiamenti affinché i riflettori mediatici restino puntati sulle tematiche sollevate dalle varie Greta Thunberg, ma soprattutto affinchè il “there is no planet b” non resti solo una moda passeggiera.

Edward Burtynsky, Makoko #2, Lagos, Nigeria 2016. (Courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto)

Ma non finisce qui. Il trio Nicholas de Pencier, Edward Burtynsky e Jennifer Baichwal hanno trasformato il loro epico viaggio alla ricerca delle prove più spettacolari dell’influenza umana sulle trasformazioni del nostro pianeta, in un film documentario che idealmente chiude la trilogia di film costituita da Manufactured Landscapes (2006) e Watermark (2013).

Antropocene – L’epoca umana, al cinema da settembre, è tratto dalla ricerca del gruppo di lavoro che sostiene la teoria dell’Antropocene. Il film, che ha avuto una lavorazione di quattro anni, si fa testimone di un momento critico nella storia geologica, portando sul grande schermo un’esperienza provocatoria e indimenticabile dell’ampiezza e dell’impatto della nostra specie.

“Il film ha richiesto una prospettiva globale per portare a casa il fatto che noi umani, che in realtà siamo attivi nella moderna civiltà da circa 10 mila anni, ora dominiamo completamente un pianeta che esiste da oltre 4,5 miliardi di anni”, dichiarano i registi.

Antropocene, L’Epoca Umana

Immagine di copertina: Edward Burtynsky, Tyrone Mine #3, Silver City, New Mexico, USA 2012
photo © Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto

Dettagli evento

Date:
16/05/2019 - 05/01/2020
Orario:
martedì - domenica 10:00-19:00
Costo:
Ingresso gratutio
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