Già da qualche giorno, passando col vaporetto sul Canal Grande, si può scorgere sulla facciata di Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Venezia, un banner dal giallo brillante, tra cielo e acqua, che annuncia uno degli appuntamenti sicuramente più attesi della stagione: la grande mostra sull’artista americano di origini armene Arshile Gorky. Al secondo piano dello splendido palazzo, le ampie sale ci accolgono in quella che è la prima retrospettiva sul pittore in Italia, un’esposizione che raccoglie insieme più di ottanta capolavori provenienti da grandi musei stranieri, come la Tate di Londra o la National Gallery di Washington, dalla Arshile Gorky Fondation e da collezioni private, per quello che è un raro omaggio a una delle figure più interessanti e contorte dell’arte americana del Novecento, protagonista della scena “downtown” newyorkese negli anni Venti e Trenta.

Pittura verde scuro, ca. 1948 Olio su tela, Philadelphia Museum of Art Gift (by exchange) of Mr. and Mrs. Rodolphe Meyer de Schauensee and R. Sturgis and Marion B. F. Ingersoll, 1995, 1995-54-1

Come sottolineato dalla nipote Saskia Spender, ciò che più colpisce di Gorky è il suo essere incredibilmente prolifico in solo due decenni di attività creativa, lasciando quasi duemila opere in giro per il mondo. Inoltre, il suo ascendente sui contemporanei fu violento e e potente, proprio in relazione al fatto che egli decise di sottrarsi a qualsiasi categoria, evitando di essere limitato a un determinato movimento artistico a favore della piena espressione della sua unica identità. Stuart Devis e Willem de Kooning, suoi amici, lo descrivono come un uomo dal fascino inconfondibile che lavorava febbrilmente notte e giorno, avvolto dalla “bellissima atmosfera” del suo studio al 36 di Union Square.

De Kooning ha detto di lui: “Veniva dal nulla. E per qualche misteriosa ragione sapeva molte più cose sulla pittura e sull’arte, le sapeva semplicemente, così, per natura”.

Autoritratto, ca. 1937, Olio su tela, 141 x 86,4 cm, Private collection

L’artista, nato in Armenia, sbarca in America con un bagaglio emozionale carico di dolore e ricordi da esprimere. Adolescente dovette affrontare il terribile genocidio a opera dei Turchi che costrinse sua madre a fuggire con i figli dal lago Van a Erevan, dove morì di stenti tra le braccia dello stesso figlio. Questo passato intenso incide nell’animo dell’artista un solco inevitabile, un’eredità caucasica di una terra antica e ancestrale, che nasce dalla commistione tra le antiche civiltà, che lì hanno vissuto millenni fa, e i ricordi della sua infanzia sulle sponde del lago Van. La sua pittura respira e assorbe il suo vissuto, esplodendo in un linguaggio figurativo assoluto, vitale, ricco in modo quasi sensuale, colmo di simbolismo magico e metaforico, in un uso del colore personale e intuitivo. Come afferma Ethel Schwabacher, “egli ha avuto il coraggio di imporsi sul terreno rovente del presente con la missione di rappresentare l’anima dell’immagine con la forma”, raccontando le sue esperienze attraverso un linguaggio soggettivamente poetico, lirico, e attingendo all’inconscio e alle sue confuse proiezioni.

Uccello, Ingres, Cézanne, Seurat, Picasso: i suoi modelli sono una parte di un tutto che si traduce sulla tela e sulla carta, portando la sperimentazione pittorica e materica al limite, esplorando tutte le possibilità, per quella che è una vitalità creativa estrema. L’arte di Gorky muta, si trasforma, rispecchia le sue emozioni e fasi, tracciando dei periodi artistici complementari, tracciando una saga personale e intima, per raggiungere negli anni Quaranta la libertà, la piena consapevolezza della sua pittura, della ricchezza e delle complesse potenzialità del colore. Da questo melting- pot di emozioni nasce uno dei suoi capolavori The Liver is the Cock’s Comb, considerato da André Breton come una porta spalancata sul mondo dell’analogia. Il simbolismo primitivo diventa per Gorky un linguaggio efficace per convogliare quei desideri intimi che riposano sul fondo dell’animo umano, quella tragedia latente che riempie i giorni, La “quantità di cose sconosciute” affascina l’artista che vuole inoltrarsi nel labirinto di terre misteriose per portare alla luce le immagini che vi si nascondono e dare loro pelle e corpo, linee e colore.

Tra il 1946 e il 1948 la creatività e la produttività di Gorky sono straordinarie, come se il tempo gli corresse dietro e lui dovesse dire alla Contemporaneità ancora molto; dieci grandi dipinti rappresentano la sintesi della sua arte, una lussureggiante dichiarazione d’amore alla libertà totale di espressione. Edith Devaney della Royal Academy of Arts di Londra, curatrice della mostra insieme a Gabriella Belli, sottolinea la capacità straordinaria di Gorky nel creare un vocabolario visivo nuovo che nasce proprio dal suo approccio istintivo, immediato, emozionale a tutte le infinite potenzialità del linguaggio, qualunque esso sia, da quello pittorico a quello tanto amato della poesia.

Ritratto di me stesso e della mia moglie immaginaria, 1933–34, Olio su cartone, 21,7 × 36,2 cm, Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, Smithsonian Institution, Washington DC, Gift of the Joseph H. Hirshhorn Foundation, 1966, 66.2150

Le porte intarsiate del salone al secondo piano del museo si aprono e il percorso di mostra inizia con un imponente autoritratto dell’artista per poi continuare con figure scomposte e simil-realistiche, per dare poi avvio alla serie di nature morte, le prime caratterizzate da un’atmosfera marcatamente cézanniana per raggiungere l’estetica cubista. Emozionale è la stanza in cui il visitatore può avere accesso alle vetrine che conservano riviste, stampe e documenti inediti e privati, dell’uomo oltre che del pittore, accompagnati da una timeline che racconta la vita e le date che più l’hanno segnata e gli eventi storico culturali fondamentali della prima metà del Novecento. Alle spalle si lascia tutta la luce che inonda il Canal Grande e si attraversa la lunga serie di tele e opere su carta Untitled, tra il 1943 e il 1947, tra linee e pastelli, tinte chiare e sprazzi di colore. La mostra continua e accompagna alla visione del dovuto omaggio The Eye Spring diretto da Cosima Spender, venti minuti di video, un racconto appassionato di chi ha vissuto e condiviso l’arte di Arshile Gorky. Rimane l’ultima sala, con i capolavori degli anni Quaranta, Land-scape Table, Dark Green Painting e l’imponente The Liver is the Cock’s Comb, che rapisce con le sue tinte arancio, gli azzurri e il verde, intrappolati e gocciolanti sulla grande tela.

La mostra su Gorky è una scelta coraggiosa e necessaria per l’Italia, e Ca’ Pesaro, in collaborazione con Edith Devaney e il sostegno prezioso di Hauser & Wirth, ha l’onore di creare un precedente prezioso. I numerosi capolavori qui esposti abbracciano l’intenditore come il profano, traghettandolo in un mondo che ricorda le terre armene in cui risuona un’America dai suoni e dalle forme metropolitane. Arshile Gorky, l’uomo liberato dal surrealismo, ci lascia un inconscio complesso in cui ognuno può riconoscere ricordi o suggestioni di un tempo passato, di un’emozione, che essa sia di color arancio, giallo, o di un verde smeraldo.

Pastorale, ca. 1947, Olio e matita su tela, 111,8 x 142,2 cm, Private collection

 

Immagine in copertina: The Liver Is the Cock’s Comb (Il fegato è la cresta del gallo), 1944, olio su tela, 186,1 x 249,9 cm, Albright-Knox Art Gallery, Buffalo, New York, Dono di Seymour H. Knox, Jr., 1956

Dettagli evento

Luogo:
Venezia, Ca' Pesaro
Date:
09/05/2019 - 22/09/2019
Orario:
10.30 - 18.00
Costo:
14.00 euro
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