Pablo Picasso affermava che anche ai grandi artisti serve una vita intera per ritornare a dipingere come bambini. Questa intuizione che si schiera contro la tradizione accademica neoclassica di fine Ottocento viene interpretata con linguaggi artistici e sensibilità diverse dall’intero mondo dell’arte d’inizio Novecento. Gli artisti italiani che avevano vissuto con angoscia il ritorno al primitivismo esotico di Gauguin e lo sconvolgimento delle forme attuato dai futuristi, decidono infatti di rifugiarsi all’interno dell’istintività e innocenza infantile che, secondo Carrà, sono le uniche dimensioni in cui la genesi artistica possa ritrovare la sua purezza e verginità.

Riccardo Franca. Cortesia della Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ragghianti

La mostra “L’artista bambino. Infanzia e primitivismi nell’arte italiana del primo Novecento” che si terrà alla Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti si pone l’obiettivo di riportare alla luce tutte quelle opere che testimoniano il passaggio da un linguaggio artistico convenzionalmente espresso a uno libero da qualsiasi costrizione formale e guidato dagli occhi degli artisti che vollero tornare a guardare la realtà con gli occhi dei bambini. La mostra indaga inoltre gli arcaismi sperimentati dai maestri del Duecento e del Trecento, come Alfonso Balduini, che riportarono su tela intuizioni che dovranno aspettare ancora parecchi secoli per essere apprezzate dal mondo della critica. Durante la Grande Guerra, infatti, molta della propaganda interventista viene realizzata per convincere il popolo che un conflitto mondiale sia paradossalmente quello di cui la pace abbia bisogno per compiersi. Per convincere una nazione il cui tasso di alfabetizzazione risulta ancora molto basso la propaganda si realizza attraverso un linguaggio adatto alle capacità di tutti. Per di più, discorsi propagandistici incentrati sulla salvaguardia del futuro dei nostri figli impiegano meno tempo a fare breccia nel cuore di chi legge, come succede anche al giorno d’oggi. Gli artisti ne vengono naturalmente influenzati, anche se indirettamente, di modo che durante il primo conflitto mondiale le loro ispirazioni iniziano ad essere tradotte in linguaggi infantili.

Ottone Rosai. Cortesia della Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ragghianti

Inizia a ripetersi ciò che succedeva durante le costruzioni delle prime cattedrali gotiche cristiane nel Medioevo. Per venire incontro alle necessità di un popolo che non sapeva né leggere né scrivere, i mosaicisti, gli scultori e i mastri vetrai realizzavano opere che raccontassero storie della Bibbia senza utilizzare una simbologia estremamente complicata. Se tutti devono capire, il linguaggio deve adattarsi alle capacità di discernimento di ciascuno e deve saper attirare l’attenzione. Si tratta della regola base di qualsiasi attività propagandistica, che non necessariamente deve essere intesa come un qualcosa di negativo. L’arte medievale, che viene ripresa anche in questa mostra, è un’arte realizzata per il popolo, che mette al centro l’educazione di migliaia di uomini utilizzando un linguaggio e un’espressione semplici e facilmente comprensibili. Tutta questa tradizione viene ripresa nei primi decenni del Novecento da grandi nomi del panorama culturale che fondarono scuole apposite all’apprendimento della sensibilità infantile nella realizzazione della propria opera. Uno di questi è Tolstoj, colonna portante della letteratura russa, che nel 1914 pose la prima pietra della sua scuola sul disegno spontaneo. Anche il Salon giovanile di Parigi del 1908, intuendo la corrente di generale interessamento verso questo di di arte, permise l’esposizione di pittura infantile, pur essendo da sempre espressione più pura dell’arte accademica. Probabilmente l’interesse crescente verso l’universo infantile si deve anche agli studi di Freud che proprio in quegli anni inizia a sviluppare le sue teorie indagando la psiche dei suoi pazienti e immaginando che gran parte di ciò che ci costituisce da adulti sia il frutto delle nostre esperienze infantili.

Gianfilippo Use. Cortesia della Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ragghianti

In mostra sono esposte opere di grandi maestri italiani come Balla e Carrà che, grazie alla curatrice Nadia Marchioni e all’allestimento di Arrigoni Architetti, creano un percorso conoscitivo precisamente strutturato e che porta alla riflessione su parecchie sovrastrutture intellettuali che anche l’arte contemporanea si impone per distinguersi dal popolo. Spesso il mondo dell’arte perde la sua caratteristica comunicativa per affascinare solamente l’élite colta e “studiata”, come si dice a Napoli. È invece interessante accorgersi di come grandi nomi abbiano rifiutato di chiudersi in una torre d’avorio in modo che guerre e problematiche sociali non li potessero colpire. Questi artisti hanno lasciato che il proprio sguardo e la propria sensibilità venissero scalfiti dalle circostanze storiche, che sconvolgevano la vita di tutti e di ciascuno e hanno lasciato che la propria arte parlasse alla semplicità delle persone. Questo modo di guardare agli eventi è stato tradotto in un linguaggio infantile perché è l’espressione più immediata e comunicativa che esista. D’altronde, tutti siamo stati almeno una volta bambini.

Dettagli evento

Luogo:
Fondazione Centro Studi sull'Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti, Lucca
Date:
17/03/2019 - 02/06/2019
Orario:
Martedì- domenica 10-13, 15-19
Costo:
Intero: 5€ Ridotto: 3€
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