Così come non vorrei essere uno schiavo, così non vorrei essere un padrone. Questo esprime la mia idea di democrazia”.

Il 22 settembre del 1862, il presidente repubblicano degli Stati Uniti d’America, Abraham Lincoln, firmava un documento che proclamava l’abolizione della schiavitù, dando il via alla lunga lotta per i diritti civili degli afroamericani. Tale decisione portò alla Guerra Civile con gli Stati separatisti del Sud, che si concluse nel 1865 con la ratifica del XIII emendamento della Costituzione, il quale dichiarava illegale la pratica dello schiavismo.

A partire da questi eventi, la mostra fotografica I have a dream. La lotta per i diritti civili degli afroamericani dalla segregazione razziale a Martin Luther King – inaugurata il 9 novembre 2019 a Roma presso Spazio5, in partnership con l’agenzia AGR e lIstituto Quinta Dimensioneripercorre la storia della segregazione razziale negli Stati Uniti d’America, dalla Guerra Civile fino alla conquista dei diritti civili, guidata da Martin Luther King, e suggellata con l’approvazione del Civil Rights Act (nel 1964) e del Voting Rights Act (nel 1965). Prodotta da Eff&Ci (Facciamo Cose) in occasione dei cinquant’anni dall’assassinio di Martin Luther King (il 4 aprile del 1968), l’esposizione – che rimarrà aperta fino al 7 dicembre 2019 – fa parte del progetto History&Photography, un’iniziativa che ha lo scopo di incentivare lo studio della storia grazie all’ausilio di fotografie dell’epoca. Una caratteristica innovativa (se non unica) del progetto è, infatti, la collaborazione diretta con le scuole, che per la prima volta hanno la possibilità di consultare, tramite un link riservato e una password, le foto della mostra – provenienti dagli archivi di stato americani Library of Congress e US NARA (National Archives and Records Administration) – per fare lezione in classe. Sono in tutto 200 le immagini selezionate dal curatore Alessandro Luigi Perna, il quale, in sole 60 foto stampate – le restanti 140 vengono riprodotte su monitor – è riuscito a sintetizzare più di un secolo di lotte sociali, ricostruendo le tappe di quel tortuoso percorso che portò gli afroamericani statunitensi all’emancipazione.

Escluse le foto digitali, prevalentemente estetiche, l’itinerario fotografico è articolato in tre parti secondo due criteri, uno storico e l’altro tecnico. La prima sezione coincide con le origini della fotografia – una fotografia ritrattistica e impostata – e va dal 1862 al 1900, il periodo successivo al Proclama abolizionista di Lincoln. A questi anni risalgono le numerose sentenze locali, che miravano a mantenere la segregazione razziale, e che favorirono la creazione delle leggi Jim Crow, riassumibili nel concetto di “separati ma uguali”. Benché gli schiavi, da poco resi liberi, avessero ottenuto gli stessi diritti dei bianchi, le loro condizioni di vita e il loro ruolo nella società erano rimasti immutati. Gli afroamericani rimangono quindi subordinati ai bianchi e, paradossalmente, lo sfruttamento esercitato da questi ultimi non genera alcun rimorso nei confronti di quelle stesse persone che da piccoli li avevano cresciuti. Avanzando verso il nuovo secolo, una foto datata 1900 – originariamente esposta all’Esposizione Universale di Parigi – cattura l’attenzione del visitatore, facendolo riflettere su quanto la categoria di razza nera fosse vasta. È il ritratto di una donna bianca, dai lineamenti e dai colori tipicamente anglosassoni, se non fosse che per via delle sue origini afroamericane è comunque una nera agli occhi della gente dell’epoca.

Nel ‘900 la fotografia statunitense muta, e si svincola da quella staticità che finora l’aveva caratterizzata. Cresce infatti l’interesse per il reale, che contribuisce alla creazione di un nuovo approccio fotografico volto a catturare ciò che accade così com’è, senza filtri, la straight photography (“fotografia diretta”). Questo nuovo stile acquista grande rilevanza negli anni trenta, quando la fotografia documentaristica vede l’affermarsi dei primi fotoreporter – tra i quali Dorothea Lange, Lewis Hine, Arthur Rothstein e Gordon Park – reclutati dallo stesso presidente Theodore Roosevelt con l’intento di documentare le condizioni di vita nelle campagne del paese durante la Grande Depressione e nel dopoguerra. La realtà che emerge da questi scatti è quella di un paese spaccato a metà; da una parte ci sono i bianchi con i loro privilegi, dall’altra i neri, confinati nei loro esigui spazi, ai margini della società. Entrambi condividono il quotidiano su due binari paralleli, senza mai interagire, gli uni di fronte agli altri, o meglio, gli uni al di sopra degli altri. Condividono, anzi, dividono autobus, cinema, scuole, bagni pubblici, perfino le fontanelle per bere, in nome di quel “separati ma uguali”. Solo un altro modo per legittimare la violenza e i linciaggi dei bianchi nei confronti dei neri (spesso giudicati colpevoli di reati non commessi), e per rivendicare una superiorità inventata, le cui ragioni sono economiche ancor prima che razziali.

Si cammina fianco a fianco, senza mai tenersi per mano, fin quando qualcuno inizia a dire basta.

Man mano che ci si avvicina alla terza sezione della mostra, infatti, si nota un cambiamento, una sorta di apertura, di complicità. La segregazione ha ormai vita breve e la foto di Louis Armstrong che suona, così come quella di Sarah Vaughan nel camerino del primo locale aperto sia a bianchi che a neri, non fanno altro che confermarlo. I protagonisti delle immagini entrano finalmente in dialogo e li vediamo ritratti insieme, come le due lavoratrici della Douglas Aircraft Company o le bambine della Bernard School fotografate nel 1955, l’anno del boicottaggio dei bus a Montgomery e della nascita del movimento per i diritti civili di Martin Luther King. Si arriva dunque alla parte finale dell’esposizione, quella in cui le manifestazioni non violente, capeggiate dal leader afroamericano, coinvolgono sempre più persone, compresi i bianchi progressisti – Bob Dylan, Joan Baez e Marlon Brando sono solo alcuni dei celebri personaggi ritratti nelle fotografie. Sono ormai gli anni ‘60 quando la causa antirazzista irrompe nella Casa Bianca e, grazie all’impulso del presidente John F. Kennedy e del suo successore Lyndon B. Johnson, il Senato approva finalmente il Civil Rights Act (nel 1964) e il Voting Rights Act (nel 1965). Ma, come anticipò Martin Luther King: “Oggi sappiamo con certezza che la segregazione è morta. L’unica domanda che rimane è quanto costoso sarà il funerale”.

L’assassinio dell’attivista nel 1968 lascia il Paese sprovvisto di una guida e provoca un ritorno alla lotta violenta, alimentata dal movimento rivoluzionario Black Panther Party. Sebbene possa sembrare curiosa la scelta di concludere la mostra con la foto di un membro delle Pantere Nere (a un raduno presso il Lincoln Memorial nel 1970), un occhio più attento saprà accorgersi che il vero protagonista dell’immagine è la colossale statua di Abraham Lincoln che campeggia alle sue spalle, come se, allegoria di tutte le conquiste ottenute fino a quel momento, stesse vegliando sul futuro del popolo americano. Una mostra dotata di voce propria, che restituisce il potere narrativo ai protagonisti di una storia troppo complessa per essere raccontata esclusivamente con l’ausilio delle parole. La storia di un popolo e del suo sogno.

 

Dettagli evento

Luogo:
Spazio5 di Via Crescenzio 99/D
Date:
9/11/2019 - 07/12/2019
© riproduzione riservata