“Imitare, non copiare gli antichi” per “diventare inimitabili” era il monito del padre del neoclassicismo, Winckelmann, a cui Antonio Canova resterà fedele per tutta la sua vita artistica.
Nato a Possagno, vicino Treviso, nel 1757, il grande scultore veneto ebbe il suo primo approccio indiretto all’arte antica grazie all’accostamento alla prestigiosa collezione di calchi in gesso dell’abate Farsetti intorno agli anni ’70 del XVIII secolo, approccio che diede origine ai primi lavori per committenti illustri e competenti; queste prime opere però mostravano ancora reminiscenze berniniane ed erano modellate su attenti studi dal vero, come testimonia il Teseo vincitore sul Minotauro. Nel 1779 Canova si trasferì a Roma dove godette dell’accoglienza e della protezione dei nobili veneziani che risiedevano in città. Al Museo Capitolino e all’Accademia di Francia ebbe la possibilità di approfondire e affinare la ricerca sull’antico che decise di perfezionare con un soggiorno a Napoli. Senza dubbio la capitale borbonica era, nella seconda metà del Settecento, meta imprescindibile per ogni artista, soprattutto per le recenti scoperte e campagne di scavo di Ercolano e Pompei.

Il desiderio dunque di ammirare le bellezze e le opere d’arte della città e di conoscere le antichità ercolanesi e di Paestum spinse il giovane Canova a recarsi a Napoli. Di questo itinerario abbiamo preziosa testimonianza nei suoi Quaderni di viaggio in cui l’artista descrivendo gli scorci napoletani, scrive che “per tutto sono situazioni di Paradiso”. Sarà a Napoli che Canova instaurerà un rapporto sempre più indissolubile con i capolavori antichi: pitture e sculture pompeiane ed ercolanesi, i marmi farnesiani visionati già quando erano a Roma nel palazzo della nobile famiglia e trasferiti a Napoli per volere del re Ferdinando IV. Il sovrano borbonico sarà tra gli illustri committenti di Canova incaricando l’artista di realizzare l’imponente statua che lo raffigura e che ancora oggi, sovrasta l’atrio del Museo Archeologico.

Canova si vantava di essere adoratore dell’antico, ma non idolatra di tutte le antiche cose”, e lo storico dell’arte Cicognara notò quanto “dell’antico, Canova fu veramente devoto, non superstizioso. Per questo motivo egli si rifiutò sempre di realizzare copie di sculture antiche, reputando questa pratica indegna di un artista creatore. La creatività fu l’istanza principale della sua ricerca tradotta nella volontà di far rinascere l’antico nel moderno, plasmando il moderno tramite il filtro dell’antico. L’artista stesso sosteneva che l’antico “bisognava mandarselo in mente, sperimentandolo nel sangue, sino a farlo diventare naturale come la vita stessa”. Imitare, quindi non copiare, gli antichi, fino al vertice dell’autonomia creativa come nel caso delle Tre Grazie, in cui, citando Quatremère de Quincy, “l’abbraccio ingegnoso e nuovo delle tre figure femminili da qualunque lato lo si osservi rivela, con aspetti sempre diversi, molteplicità di positure, di forme, di contorni, di idee e di modi di sentire”. Libertà espressiva che nella Maddalena penitente fu vista dai visitatori del Salon de Paris del 1808 come “qualche cosa di nuovo, fuori dall’ordinario, che sembrava avere del miracoloso”.

È senz’altro il confronto, per analogia e opposizione, fra opere di Canova e opere classiche a costituire l’assoluta originalità di questa mostra, curata da Giuseppe Pavanello, tra i massimi studiosi dello scultore veneto. Una “mostra epocale” come l’ha definita il direttore del MANN, Paolo Giulierini, che non poteva non essere realizzata proprio nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli “luogo ideale – ha aggiunto – per costruire una mostra che dia conto del dialogo prolungato tra il grande Canova e l’arte classica”. Il “tempio” dell’arte antica vede riuniti più di 110 lavori dello scultore, tra cui 12 eccezionali marmi, grandi modelli, calchi in gesso, bassorilievi, disegni, dipinti. Straordinaria inoltre è la collaborazione del museo napoletano con importanti e prestigiosi musei internazionali tra cui l’Hermitage di San Pietroburgo che vanta la più grande collezione canoviana al mondo, e che oltre alle Tre Grazie ha concesso in prestito L’Amorino Alato, L’Ebe, La danzatrice con le mani sui fianchi, Amore e Psiche stanti, la testa del Genio della Morte; prestiti significativi sono pervenuti tra gli altri, dal Getty Museum di Los Angeles, dalla Gypsotheca di Possagno, dal Palazzo Bianco di Genova e dal Museo Civico di Bassano del Grappa.

“Il Canova ha avuto il coraggio di non copiare i greci e di inventare una bellezza, come avevano fatti i greci: che dolore per i pedanti! Per questo continueranno ad insultarlo cinquant’anni dopo la sua morte, ed anche per questo la sua gloria crescerà sempre più in fretta” scrive Stendhal.

Dettagli evento

Luogo:
Museo Archeologico di Napoli
Date:
28/03/2019 - 30/06/2019
Orario:
Tutti i giorni (tranne il martedì) dalle 9:00 alle 19:30
Costo:
intero 15€ / ridotto 7,50€ / gratuito minori di 18 anni (consultare il sito del Mibac)