Fino al 22 settembre 2020 è visitabile virtualmente (cliccando qui) la nuova mostra di Cramum ospitata dallo spazio di Gaggenau Designelementi di Milano. Il titolo dell’esposizione è “Cieli Impossibili” ed è curata da Sabino Maria Frassà. Il protagonista della mostra è Davide Tranchina, artista bolognese famoso internazionalmente per la sua padronanza dell’off-camera. Tale tecnica consiste in una fotografia che rimane solamente potenziale, e che diventa quindi un’opera avulsa totalmente dalla rappresentazione di immagini reali. L’off-camera, come suggerisce il nome, non prevede infatti l’utilizzo di una macchina fotografica: l’artista, infatti, espone direttamente alla luce (naturale o artificiale) una pellicola da polaroid. La luce, a seconda dell’inclinazione, della stagione, del tempo di esposizione e del momento della giornata, determina colori e sfumature differenti.

Davide Tranchina Cieli Impossibili

Davide Tranchina, Cieli Impossibili, installation view (photo credits: Francesca Piovesan)

Inoltre, gli strumenti che l’artista utilizza non sono più in produzione, il che rende le sue opere rare e necessariamente limitate nel numero. Questi mezzi di un altro tempo, essendo oggi in disuso e ormai privi della loro funzione, possono così diventare pienamente strumenti della creazione artistica, il cui utilizzo, inoltre, indica il tratto romantico di Tranchina.

“Cieli Impossibili” racconta una storia che inizia tredici anni fa, con la realizzazione della serie Quello che non c’è. Qui Tranchina formalizza per la prima volta il concetto della distanza, senza però raggiungere la maturità delle opere future. Come una sorta di inconscio bozzetto, l’essenza di Quello che non c’è tornerà prepotentemente nei lavori successivi, senza la consapevolezza dell’artista. Egli, infatti, si accorge solo dopo del recupero di opere passate, come se nella nuova creazione si rivelasse un déjà vu. Ciò che emerge, dunque, è la potenza dell’inconscio, sia nella produzione artistica che nell’esperienza dell’opera.

Davide Tranchina - Quello che non c'è

Davide Tranchina, Quello che non c’è, 2007 (photo credits: Francesca Piovesan)

Se in Quello che non c’è Tranchina indagava maggiormente le potenzialità della fotografia astratta, le opere più recenti sono caratterizzate dall’importanza della mimesi. L’occhio dell’osservatore, per natura, tenderà sempre a riconoscere qualcosa di noto nelle forme che vede: è ciò che accade quando guardiamo le nuvole e vi riconosciamo degli animali, oppure quando ci sembra di vedere un profilo umano nelle rocce in realtà amorfe. Questo fenomeno prende il nome di “pareidolia” e avviene anche osservando un’opera di Tranchina. Le bande colorate che la compongono portano inevitabilmente la nostra mente a riconoscere in esse la raffigurazione di un orizzonte. L’artista stesso intitola questo ciclo di opere Apparent Horizons.

Davide Tranchina - Cieli impossibili

Davide Tranchina, Cieli Impossibili, installation view (photo credits: Francesca Piovesan)

Tali lavori possono essere accostati ai color field dell’espressionismo astratto americano, e in particolare a quelli di Mark Rothko. Se però le opere di quest’ultimo escludono categoricamente una qualsiasi mimesi, quelle di Tranchina la ricercano implicitamente. Inoltre, Rothko e gli altri espressionisti astratti puntavano molto sulla monumentalità del dipinto, mentre Tranchina ricerca uno sguardo più intimo. Ciò si traduce in formati più piccoli, che contrastano con l’infinità di ciò che vi è racchiuso. Finestre su orizzonti mai esistiti, queste opere portano l’osservatore a interrogarsi su temi esistenziali, proprio come se si trovasse di fronte ad un vero orizzonte. L’infinita tensione verso un limite irraggiungibile si rivela, dunque, come l’essenziale motore dell’esperienza umana e artistica.

Davide Tranchina - Cieli Impossibili

Davide Tranchina, Cieli Impossibili, installation view (photo credits: Francesca Piovesan)

La fotografia è tradizionalmente concepita come il mezzo artistico inevitabilmente più vicino alla rappresentazione del reale. Davide Tranchina rende lo strumento fotografico ciò che solamente il dipinto poteva fare: creare mondi impossibili. E in effetti, ad occhio nudo, è difficile stabilire se le opere di Tranchina siano fotografie o dipinti ad olio. Inoltre si può sottolineare un ulteriore parallelismo: il lavoro di Tranchina si pone agli antipodi dell’iperrealismo in pittura.

Davide Tranchina - Cieli Impossibili

Davide Tranchina, Cieli Impossibili, installation view (photo credits: Francesca Piovesan)

I Cieli Impossibili di Tranchina rivelano una convivialità di diversi elementi: dalla fotografia all’inconscio, dall’interminabile tensione verso l’infinito all’estrema ricerca di una stabilità puramente ideale. Troviamo così un altro importante concetto che emerge dalle opere di Davide Tranchina: il mondo ideale. L’arte diventa dunque l’iperuranio platonico che racchiude le idee alla base della realtà. Se Platone però riteneva che l’arte fosse l’imitazione di un’imitazione, qui assume il ruolo di una dimensione originaria, proprio perché si allontana dalla riproduzione della realtà tangibile per trascendere e affermarsi come espressione della pura creazione.

 

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