di Rachel Joanna Cetera

Nell’affacciarci sul panorama di un mondo post-Nietzschiano, dove Dio è morto, chi sono le nuove divinità? Chi avrà le qualità necessarie per essere eletto a nuovo supremo, a personaggio cult? Secondo Sabina Mirri – l’artista della mostra personale “Gonna be a cult character”, inaugurata martedì scorso alla Galleria Alessandra Bonomo di Roma – sarà una lepre.

Sì lo so è assurdo, provate voi a spiegarlo” è la sfida dell’artista. 

La mostra si apre con quello che sembra essere un percorso alla scoperta dello studio dove hanno origine i lavori dell’artista. Nella sala sono esposti alcuni dei pezzi più recenti di Sabina Mirri – del 2019 –  fra cui diversi collage. La carta riso già colorata è tagliata e sovrapposta in un papier mâché di luci e ombre che raffigura gli elementi più prosaici di un atelier. Una scopa, una lampada, un pavimento di parquet sono i primi elementi ricorrenti di questi collage. E il vero studio, l’ambiente produttivo, è al centro della sala: lo Studiolo – rappresentazione scultorea tridimensionale del celebre dipinto di Antonello da Messina – in cui Sabina Mirri produce i suoi lavori.

Come un attore che guarda in camera, la quarta parete è rotta, e ci permette di vedere anche i piedi dell’artista. Un paio di scarpe che appaiono in un collage, infatti, ricordano per la semplicità uno dei più usati hashtag della fotografia autobiografica quotidiana di Instagram, #fromwhereIstand.

Sabina Mirri, Senza titolo, 2019. Courtesy Galleria Alessandra Bonomo

Così la prospettiva di Mirri prende corpo e vita, e respira in un turbinio di elementi ricorrenti, come la scopa e il gin, e di influenze artistiche, come i dipinti di Sandro Chia (esposti nello Studiolo) e i titoli di alcuni libri. Alcune citazioni, queste, che sembrano un omaggio e, al contempo, un ridare la vita. Come i ritagli scartati dal collage di carta riso, che rivivono nei lavori stessi: un vulnerabile mucchio di coriandoli che sfida l’azione del tempo sull’opera. E come anche la sedia dello Studiolo, un oggetto di design realizzato con il legno delle botti di vino prodotto dal marito di Sabina, Luca. Con le striature rosse date dal tempo, la sedia conserva il passato della botte anche nell’uso presente che ne fa l’artista. 

E non è un caso che Have you ever been alive? Curious sensation isn’t it? sia il titolo di un disegno – ripreso da una copertina della rivista Crystal Blinkers – in cui ritornano proprio le tonalità accese dei lavori di Sandro Chia, degli scarti di carta riso, e del vino, che sembrano “sentirsi vivi” in un modo alquanto “curioso”. 

La freschezza dell’arte citazionistica e originale di Sabina Mirri risiede nel fatto che, come nell’ultimo green trend di upcycling, il soggetto originario è spesso un insospettabile. La botte di vino e i coriandoli di carta riso che qui si animano, sarebbero altrimenti stati destinati con ogni probabilità ad essere cestinati. Qui, al contrario, diventano un ‘personaggio di culto’. 

 

Sabina Mirri, Destinato a diventare un personaggio di culto, 2017. Courtesy Galleria Alessandra Bonomo

 

Sdraiata su una chaise-longue mentre fuma indossando tacchi a spillo, la lepre di Why suspect us? incarna a pieno questo personaggio. La serie Destinato a diventare un personaggio di culto, di cui la lepre è protagonista, sciorina i parafernali di un’esistenza umana e carnale, riprendendo il motivo dello Studiolo. La lepre fuma, ha un organo maschile, un paio di scarpe femminili, ed è sempre accompagnata dall’immancabile bottiglia di gin, appoggiata accanto al suo sommier. Nietzsche aveva annunciato la morte della poltrona psicoanalitica, e Magritte quella del trono del neoclassicismo di Madame Récamier. Ma Sabina Mirri, sulla chaise-longue, decide di collocare un nuovo idolo, un personaggio cult assurdo, che si muove fra la sfera animale e quella umana. 

Negli ambienti posteriori della Galleria colpiscono, poi, disegni a matita e a pastello che ritraggono altri soggetti, destinati anche loro, forse, a “diventare personaggi di culto”. La bevitrice di Gin Tonic, autoritratto alcolico, è una di questi, e anche lei, come la lepre, è soggetta all’irrequietezza del gin, che la porta a gettare un neonato dalla sua Rupe di Tarpea, mentre sorseggia assorta nei suoi pensieri.

 

Sabina Mirri, Luca a casa di Nietzsche, 2012. Courtesy Galleria Alessandra Bonomo

Ci troviamo al “crepuscolo degli idoli”, dunque, ma anche all’alba di una nuova dimensione: lo aveva già annunciato il profeta Nietzschiano, Zarathustra. Luca, il marito di Sabina Mirri, e Nietzsche, entrano in dialogo proprio al termine del percorso della mostra. Luca a casa di Nietzsche è una serie di collage che riprende una fotografia scattata dall’artista alla casa di Sils Maria, dove il filosofo scrisse l’opus Così parlò Zarathustra.

“Là dove la solitudine finisce, inizia il mercato”, diceva Zarathustra nel ritirarsi dal “rumore dei grandi commedianti” e dal “ronzio delle mosche velenose”, che si potrebbe dire esser fatto di Gin e di lampade – la cui presenza è perturbante nell’arte di Mirri – che impongono il “vecchiume morale”. Il profeta, infatti, preferisce la solitudine e la tranquillità della natura del paesaggio svizzero di Sils Maria. La stessa della Fossa delle Marianne, la più profonda depressione oceanica al mondo, che in uno dei collage della serie è sovrapposta alla coperta del letto di Nietzsche . Luca si affaccia su una stanza ormai vuota, il cui unico colore è il nero della coperta del letto del filosofo.

I suoi idoli sono tramontati con lui, e ciò che rimane è una realtà cruda, che non esclude errori, dipendenze e carnalità: una lepre dagli occhi insanguinati con il vizio del gin e del fumo che sfida i canoni delle icone passate. “Provate voi a spiegarlo”.

 

Dettagli evento

Luogo:
Galleria Alessandra Bonomo, Via del Gesù, 62, 00186 Roma RM
© riproduzione riservata