Era il 1945. Si concludevano sei anni di momenti incerti, violenze e di una quotidianità fuori dall’ordinario. 75 anni dopo, l’Italia sta assaporando cosa significhi quando i propri piani vanno a monte e occorre fare fronte comune per non lasciarsi mangiare dall’agitazione. Sul web stanno girando meme esilaranti, ma uno di questi recita: “Ai nostri nonni veniva chiesto di combattere, a noi di stare sul divano.” Sicuramente noi siamo in una situazione privilegiata rispetto a 75 anni fa. Tuttavia, anche la nostra condizione nasconde delle insidie. Sarebbe facile sedersi sul divano, aprire Netflix e vivere per 3 settimane di binge watching. I mezzi digitali che possediamo al giorno d’oggi sono una lama a doppio taglio. Questo periodo può insegnarci come questi strumenti possano aprire alla bellezza se scegliamo di vivere e non di sopravvivere.

Alessandro Luigi Perna e EFF&CI Facciamo Cose hanno curato la mostra fotografica “La Guerra Totale,” inaugurata a Milano il 15 febbraio e attualmente sospesa causa COVID-19. La mostra riaprirà appena le autorità daranno il loro benestare e rimarrà aperta fino al 27 giugno presso La Casa di Vetro. Indipendentemente dal COVID-19, i curatori hanno previsto la possibilità di accedere ai contenuti della mostra via web tramite un Educational via internet per professori e studenti e la Home Vision per i privati.

L’esibizione fa parte del progetto la Storia con la Fotografia e raccoglie immagini di archivi nazionali e internazionali, privati e pubblici. Le altre due mostre della medesima serie che vi avevamo raccontato su Artwave, avevano collezionato immagini dell’archivio Onu e di quello di Stato statunitense per raccontare la lotta per i diritti umani e il Movimento per i Diritti Civili negli Stati Uniti.

1943-44. Soldati americani in missione nel Pacifico. Courtesy: Alessandro Luigi Perna

La mostra “La Guerra Totale” è inserita all’interno del progetto “History & Photgraphy – La Storia raccontata dalla Fotografia”. Com’è nata l’idea di spiegare la storia in questo modo? Quali benefici ha?

Prima di tutto io e Federica Candela (Facciamo Cose), la partner del progetto History & Photography, amiamo la fotografia. Non tutta: solo quella che ti muove dentro, quella che ti lascia senza fiato, quella che quando la vedi non la dimentichi più, quella che non ha bisogno di didascalie (o quasi) per colpirti nell’animo. Abbiamo deciso di raccontare la storia con la fotografia perché è fondamentale che la storia sia conosciuta- conoscere la storia rende più intelligenti- e pensiamo che la fotografia sia il linguaggio più popolare e di impatto di cui si possa disporre per farlo. La fotografia è entrata nella quotidianità delle persone di ogni età attraverso i cellulari dotati di macchina fotografica e i social media dove tutti pubblicano le immagini che scattano. Non c’è migliore strumento oggi per creare un rapporto con il grande pubblico e gli studenti. In più abbiamo l’obiettivo di valorizzare gli archivi storici fotografici nazionali e internazionali, pubblici e privati. Perché? Perché lo meritano: sono un patrimonio di inestimabile valore, non solo documentale ma anche artistico ed estetico.

Entrando negli archivi attingiamo a questo straordinario patrimonio, lo valorizziamo, creiamo dei percorsi e lo facciamo conoscere al grande pubblico, agli studenti e ai professori. Il linguaggio che accompagna le immagini è giornalistico, solo fino a un certo punto istituzionale e raramente accademico. Una scelta che abbiamo fatto perché riteniamo che il punto di vista giornalistico, a differenza di quello istituzionale e accademico, offra la possibilità di riflettere sulla storia e le sue questioni etiche con maggiore libertà, impatto e suggestione. Inoltre è il più adatto a raccontare il lato umano della realtà. Un aspetto che ci interessa particolarmente perché ci piace raccontare la storia attraverso coloro che l’hanno vissuta. Come direbbe Francesco De Gregori: “La Storia siamo noi”.

La fotografia esiste da quasi 200 anni. Ha ritratto, a partire dalla seconda metà dell’’800, la maggior parte dei più importanti eventi dell’era contemporanea. In particolare a partire dal XX secolo nessun altro media ha seguito con maggiore assiduità la cronaca quotidiana della storia. Negli archivi del pianeta esistono milioni, forse miliardi, di immagini storiche. Quelle più belle, quelle più di impatto – e sono tante – sono perfette per essere usate per raccontare la storia. E meritano di essere valorizzate e fatte conoscere, così come i loro autori: spesso sconosciuti, spesso molto bravi.

Il pubblico, i ragazzi, gli stessi addetti ai lavori, pensano che la fotografia storica sia artisticamente noiosa. Si immaginano gente in posa in foto sbiadite ed esteticamente piatte a causa dei limiti tecnici e artistici dei loro autori. A fargli pensare così è stata anche una critica miope che per esempio continua, ancora oggi, a sostenere che il fotoreportage nasce con Robert Capa durante la Guerra Civile Spagnola e poi si sviluppa con gli autori Magnum durante la Seconda Guerra Mondiale e nel dopoguerra seguente. Niente di più falso. Sin dall’inizio, sin dall’Ottocento, a scattare immagini infatti ci sono dei veri e propri geni (spesso con un passato da pittori) che realizzano foto magnifiche sebbene i limiti tecnici dei mezzi. Limiti che a partire dagli anni ‘80 dell’Ottocento non esistono più quando si arriva a scattare a 1/25 di secondo e non è più necessario preparare le lastre fotografiche poco prima di usarle né stamparle subito dopo aver scattato. Un’innovazione che fa esplodere l’arte del fotoreportage, uno stile fotografico che raggiunge la sua maturità già durante la Prima Guerra Mondiale (sia dal punto di vista artistico che commerciale, vista l’enorme diffusione di giornali illustrati con la fotografia dei primi del ‘900). Il resto, da lì in poi, è una variazione sul tema.

Specialmente con immagini crude come queste, non si rischia di sfociare nella spettacolarizzazione della tragedia o di provocare insensibilità al male?

Il dibattito etico su questo argomento all’interno del mondo della fotografia è in corso dagli albori della sua storia: è sbagliato o giusto creare un’immagine esteticamente bella di una tragedia? La risposta sta nel fatto che la fotografia funziona come strumento di denuncia o di racconto solo se l’immagine è di impatto, emozionante, esteticamente di qualità. Altrimenti il pubblico non reagisce al suo contenuto e nulla succede. Non è un problema della fotografia o di altri mezzi artistici che devono rispondere alla stessa domanda, vedi per esempio il cinema. Non è probabilmente neanche un problema culturale. È una questione legata a come funziona l’animo dell’essere umano, che ha bisogno di suggestione visiva per poter essere smosso e accorgersi delle tragedie degli altri e del mondo.

Qual è l’obiettivo di questa mostra?

Gli obiettivi della mostra “La Guerra Totale” sono molteplici. Dal punto di vista dei contenuti storici vogliamo far conoscere al grande pubblico e agli studenti quanto è stata articolata e complessa la Seconda Guerra Mondiale, non solo dal punto di vista degli eventi che si sono succeduti, ma anche da quello delle questioni culturali, etiche, ideologiche e politiche, sia a livello locale che globale, che l’hanno caratterizzata.

Il nostro mondo è figlio della Seconda Guerra Mondiale e ancora fa i conti con quel periodo. Basta vedere quali demoni si stanno aggirando di nuovo per l’Europa: il nazismo, il razzismo, il nazionalismo, l’autoritarismo. Uno degli obiettivi più importanti dell’esposizione è perciò anche ricordare a cosa quei demoni hanno portato: alla più sanguinosa e distruttiva guerra che ci sia mai stata e alla follia dell’Olocausto, cioè l’assassinio deliberato di 17 milioni di individui di ogni età e sesso. Di questi 6 milioni erano ebrei (per loro si parla più propriamente di “Shoa” – “catastrofe”), gli altri sono oppositori politici (di ogni fede: liberali, laici, cattolici, progressisti, socialisti, comunisti, etc.), donne “asociali” (concetto vago), schiavi lavoratori provenienti da ogni parte d’Europa e in particolare dall’est, omosessuali, disabili, zingari e appartenenti a varie altre minoranze, etc. Ma non è sufficiente a nostro avviso ricordare – rischia di diventare un rito vuoto e di maniera. Bisogna anche interrogarsi a fondo perché troppe domande etiche sono rimaste irrisolte. A partire per esempio da cosa fare se il “male” prende il potere attraverso la democrazia: non dimentichiamoci che Nazismo e Fascismo sono anche stati scelti dalla gente in libere (per quanto condizionate ad arte) elezioni. E hanno avuto sostegno popolare. Non diamo risposte, ma proponiamo una riflessione forte, al di fuori dei canoni convenzionali e dei limiti del politically correct (un sistema di pensiero che nasce con nobili intenti ma si basa su un presupposto filosofico, quello del relativismo assoluto, che porta a conseguenze paradossali e pericolose a partire proprio dal punto di vista dei diritti individuali che in teoria vorrebbe tutelare), su quanto accaduto sotto forma di una serie di quesiti etici, morali e politici a cui è necessario rispondere se vogliamo agire ed evitare che si ripetano gli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Ricordare è fondamentale se non diventa un rito vuoto e di maniera.

1945, Detenuto dei campi di concentramento al momento della liberazione. Courtesy: Alessandro Luigi Perna

Date le vicende attuali, si potrebbe dire che siete stati provvidenziali a realizzare la possibilità degli Educational via internet gli studenti e i professori e dell’Home Vision per il grande pubblico. Come mai questa scelta?

Siamo degli appassionati di cultura e fotografia prima di essere degli addetti ai lavori. Vediamo in giro per l’Italia e per il mondo un’infinità di mostre che probabilmente non riusciremo mai a vedere perché troppo distanti ed eccessivamente costose da raggiungere per le spese di viaggio. Abbiamo allora voluto inventarci un modo per far vedere le nostre mostre a tutti, indipendentemente da dove risiedono e da quante possibilità economiche abbiano. In più ci piace l’idea che la fotografia possa essere un’arte fruibile quotidianamente, anche a casa, come il cinema o la musica. Il mondo digitale e internet ci permettono di raggiungere il nostro scopo. La nostra è un’idea innovativa sia nel panorama italiano che internazionale e speriamo abbia successo e piaccia al pubblico di appassionati. Certamente, vista la quarantena a cui siamo tutti costretti, in questo periodo potrebbe essere l’occasione per sperimentarla. Anche a scuole e università offriamo lo stesso servizio a distanza e per gli stessi motivi. E di nuovo questo potrebbe essere il momento giusto per loro per sperimentarlo.

Ma l’idea di proporre le mostre a distanza al mondo scolastico e universitario nasce anche da altre considerazioni. La scuola è infatti oggi digitale e connessa ma di fatto mancano contenuti digitali e via internet già organizzati per fare lezione. È richiesto ai professori di reperirli in rete e poi organizzarli, ma è un lavoro difficile e molto lungo e la rete in realtà non offre molti materiali di facile accesso. Per proporre ai ragazzi quello che offriamo noi i professori dovrebbero lavorare per mesi e avere competenze professionali che esulano dal loro ambito – selezionare belle immagini tra decine di migliaia, lavorarle affinché siano utilizzabili (per esempio gli archivi americani le offrono in altissima risoluzione e senza contrasti per cui vanno prima ridotte e quindi modificati i parametri), valutare i copyright e ottenere le autorizzazioni all’utilizzo in maniera legale (non si possono per esempio utilizzare le immagini dell’Onu senza autorizzazione anche se le finalità sono educational), fare traduzioni, etc. Perciò il nostro è un tentativo per dare loro i contenuti necessari a fare lezioni digitali che altrimenti non avrebbero o reperirebbero con estrema difficoltà e moltissimo lavoro.

Come possono accedervi i nostri lettori?

È molto semplice. Ci contattano via mail o via telefono e ricevono le semplici istruzioni. Una volta pagato il fee via bonifico per vedere le immagini – € 5,00 a studente se la richiesta viene da scuole e università, € 12,5 se viene da un privato – mandiamo la password per accedere all’area riservata. La password è a tempo e cambia in continuazione. Scuole e università possono accedere alla singola fotogallery per 5 sessioni (in modo da articolare la loro lezione su più giornate) mentre per il grande pubblico invece l’offerta prevede l’accesso per una settimana, in modo che ci si possa guardare la mostra con calma. Le immagini sono poi accompagnate da testi introduttivi e/o di approfondimento per ciascuna fotografia.

Sono disponibili anche i contenuti delle mostre precedenti e appartenenti al medesimo progetto?

Assolutamente sì! Ci teniamo molto, compatibilmente con le autorizzazioni e le condizioni economiche che ci impongono gli archivi da cui arrivano le immagini, a offrire al pubblico anche le mostre precedenti sotto forma di fotogallery. È una proposta che di nuovo nessuno fa, ma a noi piace parecchio perché permette a una mostra di vivere per sempre e di continuare a essere goduta da tutti. Purtroppo alcune delle esposizioni risultano troppo costose in forma di fotogallery per i singoli utenti perché le loro immagini hanno dei costi di diritti troppo alti – in questi casi la proposta è più interessante per gruppi numerosi o per le scuole e università. Altre invece, come quelle che offriamo ai prezzi sopra indicati, sono assolutamente accessibili a tutti dal punto di vista economico.

© riproduzione riservata