No, non è che son fuggito, in realtà non ci stavo mai, perché il mio cervello era sempre fuori.

Lo diceva di sé Mario Schifano, pittore novecentesco per eccellenza, esponente fiero della pop-art all’italiana. Come spesso accade per gli “artisti maledetti”, più volte allontanato dalla cultura mainstream, compie a Roma uno dei suoi ritorni più emozionanti.

Vasi, Mario Schifano. Fonte: Mn-etru Comunicazione ©

Fino al 10 marzo, infatti, due suoi cicli di dipinti saranno esposti al Museo Etrusco di Villa Giulia, dove lavorò per qualche tempo come “lucidatore di disegni” e dove torna, da immortale, per la rassegna “Etruschifano”. Tra la Sala dei Sette Colli e la Sala Venere si snoda una vivace fetta di vita del giovane talento di Homs, delineata dai curatori Gianluca Tagliamonte e Maria Paola Guidobaldi. Le due serie, rispettivamente “Gli Etruschi” (Fondazione Pescarabruzzo) e “Mater Matuta” (Fondazione Domenico Tulino), vedono Schifano impegnato nella reinterpretazione dei classici con l’occhio dell’uomo moderno. Uno sguardo che non disprezza ma interiorizza, fino a tratteggiare i manufatti antichi come oggetti familiari.

Il giovane Schifano al Museo Etrusco ci era finito grazie a una raccomandazione del padre, impiegato dell’ex ministero dell’Africa Italiana, che aveva cresciuto i suoi tre figli in Libia. Giuseppe, così si chiamava, aveva stretto un buon rapporto con il soprintendente Renato Bartoccini durante una serie di scavi archeologici al sito di Leptis Magna, cui aveva partecipato per lavoro. Al ritorno in Italia, dopo un campo di prigionia americano, Bartoccini divenne direttore del Museo Etrusco e accettò come suo dipendente Mario, figlio del collega. Di quell’esperienza Schifano dirà che la scelta di fare il pittore “è nata qui”, lucidando vasi antichi e ripulendo reperti con la tipica riverenza dell’estimatore.

Giudizio su Mario Schifano al Museo Etrusco. Fonte: Gloria Frezza

 

Gli Etruschi” è il primo ciclo in ordine cronologico che l’artista realizza per commissione, nel 1991. Al suo interno 24 opere che ripropongono un esteso repertorio dell’iconografia funeraria del VI secolo a. C., riviste da Schifano in chiave quasi fumettistica. C’è la Tomba delle Pantere che si interseca con la Tomba degli Auguri, con il fiero felino che fissa lo spettatore emergendo dalle fiamme, mentre il sacerdote sgargiante e sbilenco pare fuggirgli. Accanto il profilo sfuggente della Tomba delle Leonesse, in cui il viso della donna ritratta scomparso nell’opera originale, diventa il focus del disegno “schifaniano”. Molto interessanti, infine, i quadri che ripropongono vasi e porta-profumi, in un’impressione cosmica con cui il pittore trascende il tempo. Speciale il tentativo di Schifano di ricreare una delle scene tipiche dei vasi etruschi: in cui le due figure invece di parlarsi in una lingua misteriosa, si salutano con un ironico “Ciao, a domani”.

Il secondo ciclo, “Mater Matuta”, è datato ’95/96 e prende il nome dalla divinità dell’Aurora, giunonica protettrice delle donne, le cui statuine in tufo venivano realizzate come buon augurio. Si compone di 18 opere, le ultime che Schifano realizzò prima di morire, tutte concatenate fra loro in un trionfo di acrilico blu e nero. Un occhio attento noterà come accanto alla Mater Matuta con bambino, l’artista ha riproposto anche la mater dolorosa di Guernica, capolavoro di Picasso, una Madonna e la Venere di Willendorf. Al tempo della realizzazione Schifano aveva in mente di onorare la figura femminile con un omaggio personale, legato a sue riflessioni sulle difficoltà sociali che le donne si trovavano (e si trovano) ad affrontare ogni giorno.

In entrambe c’è un messaggio comune. È come se Schifano volesse dire che non c’è un solo approccio nei confronti dei classici. Rifiutandone una copia conforme, l’artista consegna al pubblico un’antichità personalizzata, fatta di colori forti e confusione studiata. Il filtro che ogni giorno, durante la lucidatura, gli occhi di Schifano applicavano su quelle opere, viene regalato a chi guarda con tutta la generosità di cui il pittore era capace. In due piccole sale, a Villa Giulia, c’è un nuovo mondo.

Dettagli evento

Luogo:
Museo Etrusco di Villa Giulia, piazzale di Villa Giulia 9, Roma
Date:
13/12/2018 - 10/03/2019
Orario:
dal martedì alla domenica
dalle 9:00 alle 20:00
Costo:
intero € 8, ridotto € 4, gratuito per gli aventi diritto
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