Dopo aver abitato per anni nella mia testa, questa mostra diventa finalmente qualcosa di concreto”, esordisce così Ferdinando Scianna, mal celando la sua commozione, durante la vernice della grande mostra antologica a lui dedicata che è possibile visitare dal 22 settembre al 6 gennaio ai Musei San Domenico di Forlì.

Ferdinando Scianna © Anna Frabotta

Curata da Denis Curti, Paola Bergna e Alberto Bianda, la rassegna ripercorre l’intera carriera del fotografo siciliano attraverso 200 fotografie in bianco e nero stampate in diversi formati. “Si tratta di un viaggio nella mia vita e nelle esperienze che ho fatto, ma non è solo la storia di un fotografo in oltre mezzo secolo di fotografia, è anche la storia di un viaggio nei cambiamenti di questo paese – spiega Scianna – Mi auguro che riusciate ad entrare nelle foto, guardarle con lo stesso phatos ed emozione con cui si guarda un album di famiglia che è il posto più prestigioso cui può aspirare una fotografia. E mi auguro anche che possiate migliorarla, mettendoci dentro tutto il significato e la bellezza che non sono stato in grado di metterci io”.

Ma migliorare qualcosa che ha già la statura estetica della perfezione non è cosa semplice. Scianna incarna una forma rara di fotografia, quella che si può leggere a più livelli di significato e che la retrospettiva forlivese ben lascia emergere. Il percorso espositivo e narrativo si articola su diversi capitoli e varie modalità di allestimento.

Una delle sale della mostra dedicata a Ferdinando Scianna © Anna Frabotta

Sono sei le sezioni della mostra che, sfuggendo da ogni ambizione cronologica, si soffermano su tematiche care al maestro.

La Memoria diventa quasi una celebrazione dei luoghi e dell’infanzia stessa di Scianna. La mostra si apre con una grande S (come Sicilia) che raccoglie scatti di Bagheria, della Sicilia e delle feste religiose che l’isola ospitava.

Il Racconto che raccoglie oltre 180 fotografie divise in tre grandi corpi, articolati in 19 diversi temi, tra cui i bambini, Kami, dolore e Lourdes dove, confessa l’autore, si recò perché su nonna non aveva mai potuto soddisfare il desiderio di andarci.

Ossessioni perché la fotografia va interrogata in modo diverso dalla pittura e in un’antologica non si possono non esporre anche ossessioni e immagini solitarie.

Il Viaggio, Ritratti e Riti e Miti costituiscono le ultime sezioni in un continuum che, in perfetto stile Scianna, non fa distinzioni, ad esempio, tra le immagini nate dal lavoro di fotoreporter e quelle di moda, ma confluiscono in un flusso narrativo ed espositivo unico che è poi lo stesso della pratica professionale del suo autore.

Diversi sono gli accostamenti e diversi sono quelli che i più oserebbero definire azzardati, ma che acquistano una naturalezza quasi assoluta nelle foto e nelle parole di Scianna. Accade così che nel percorso espositivo trovano posto foto di morte e rituali ad essa collegati, come la vestizione o la crematura di un cadavere, accanto a scatti di donne bellissime e sensuali. Eros e thanatos insieme esorcizzano la paura che aleggia intorno ad ogni tragedia, femminilità e bellezza diventano la chiave dell’emotività umana.

Ma quella che forse cattura di più l’occhio dello spettatore è ultima sala. Sarà perché vi si accede passando da una scalinata che sembra quasi un sacrario della fotografia d’autore, sarà perchè interamente dedicata agli scatti che ritraggono Marpessa Hennink, icona femminile feticcio del grande fotografo.

Un momento del vernissage della retrospettiva su Ferdinando Scianna © Anna Frabotta

Negli scatti di Scianna la Hennink è inserita nel mondo reale della Sicilia di fine ani ’80, non ha nulla a che fare con la patinata e monotona fotografia di moda abituata a isolare la modella dal contesto per valorizzarla in sé. Ne nascono scatti incredibili in cui Marpessa si trova a competere con la profondità di vita di quello che ha accanto, utilizzato non più come sfondo, ma come co-protoganista.

Ferdinando Scianna e Marpessa Hennink © Anna Frabotta

La mostra antologica dedicata a Ferdinando Scianna è una panoramica della vicenda umana, ogni foto è un fermo immagine di vita vera in un constante gioco di rimandi tra artificio e autenticità in cui è quasi impossibile capire dove finisce l’uno per fare posto all’altra.

Marpessa a Begheria, 1987. Dalla retrospettiva su Ferdinando Scianna © Anna Frabotta

 

© riproduzione riservata