La chiamano «fridomania»: è la ragion d’essere di un sentimento libertario e anticonformista cucito addosso alla figura di una delle artiste più apprezzate e discusse del secolo scorso, icona di tante battaglie sociali di cui è diventata marchio di fabbrica. La conosciamo così Frida Kahlo, eterna e appassionata combattente di un ordine precostituito che ha costruito il benessere occidentale sulla sofferenza altrui, su un dolore etnico di fede messicana di cui Frida è emblema e voce, simbolo e pennello. A rafforzarne il mito, dal 1 febbraio al 3 giugno il museo Mudec di Milano le ha dedicato una magnifica mostra che è piuttosto un percorso articolato tra presente e passato, una retrospettiva che nel quadro socioculturale di oggi – dominato dall’esortazione della donna e dalle rivendicazioni al femminile – assume un sapore sempre nuovo nella sua pur fattiva attualità. Ma l’universo della cultura è sempre tanto, troppo grande da non conoscere confini.

Partiamo dal titolo dell’esposizione: Frida. Oltre il mito. È evidente che già questo voglia dirci qualcosa in più in merito a quanto ne sappiamo o pretendiamo o supponiamo di saperne. La mostra, stando anche ai commenti del critico d’arte Diego Sileo, che ne è curatore, si propone come superamento della fridomania e di tutto ciò che significa, una panoramica sull’artista messicana al di là dell’artista messicana che per la prima volta nel corso della sua storia – forse – vuole raccontarcela sotto una prospettiva altra che ci permetta di capire meglio una storia telata troppo spesso messa in ombra dal rimando biografico alla protagonista. Non a caso, il materiale espositivo proviene da una stanza segreta di Casa Azul che Frida chiuse a chiave poco prima di morire e di disporre che neanche il marito dopo di lei la aprisse, e che anzi non lo facesse mai nessuno per oltre cinquant’anni. Già questo basterebbe come metafora di segretezza di un messaggio mai davvero sotto gli occhi di tutti, neppure – se vogliamo – di quelli che Frida l’hanno avuta sempre davanti, a studiarla, a interpretarla dietro quella complessità vestita con abiti semplici e in apparenza banali. Insomma, a volte un giro di chiave significa molto più che serrare una porta: è isolare un pezzo d’intimità relegandola lontana dal processo di costruzione del personaggio, è riconoscere all’opera dignità nella sua autonomia.

Alcuni di questi pezzi di vita (“reperti della memoria”, li hanno definiti) costituiscono proprio l’oggetto d’indagine dell’allestimento milanese: sono appunti, lettere, disegni e bozzetti, che si uniscono ad un altro centinaio di opere provenienti dal museo Dolores Olmedo di Città del Messico e dalla collezione Gelman – le due massime collezioni esistenti – oltre che dalla stessa Casa Azul dove Frida visse e poi morì, circondata dall’arte e dai misteri nascosti dentro quel bagno adibito a bottega e magazzino. Con questo anche altro materiale d’archivio, documentazioni nelle mani della figlia della sorella Cristina, del primo amore Alejandro Gomez Arías e dell’amico di una vita Nicolas Líra. Stuzzicante è quindi l’idea di confrontarsi con metastorie raccontate da carteggi e matite, alla ricerca di una Frida che è qui ma anche altrove: tutto è pensato in modo da farci superare l’idea preconcetta ancorata al Letto volante del 1932, ai traumi familiari e alla sua tormentata relazione col marito, all’incidente che la rese disabile e alla conseguente inabilità nell’avere figli. Certo, forse a questo qui pro quo Frida stessa contribuì, quando dopo svariati accostamenti della sua pittura all’area surrealista dichiarò di non dipingere sogni ma solo sé stessa e l’effetto della sua realtà.

Fasi d’allestimento della mostra
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Allora Frida. Oltre il mito è una vera e propria sfida, che ci lancia il guanto giocando coi nostri stereotipi, dal momento che la mostra è divisa analiticamente in quattro sezioni i cui macrotemi favoriscono l’interpretazione in chiave fortemente introspettiva: La Donna, La Terra, La Politica e Il Dolore. Dalla femminilità simbolica al rapporto viscerale con la madrepatria messicana, dalla denuncia politica e rivoluzionaria alla violenta e affascinante rappresentazione della sofferenza: tutto parla di Frida sotto Frida, a svelare tante nuove chiavi di lettura, a partorire maieuticamente nuova conoscenza dal ventre di quella pregressa.

È la magia dell’arte: la costante tensione al capire, all’interpretare, facendo di ogni obiettivo un limite e di ogni certezza un dubbio.

Per informazioni sulla mostra-evento, si rimanda al sito: www.mudec.it.

mudec.it