Ci sono dipinti che non necessitano di spiegazioni per essere apprezzati, basta osservarli e vien voglia di attraversare la cornice per diventarne parte. La loro bellezza è universalmente riconosciuta, scandita nell’acquosità degli occhi, che sembrano essere veri, o nei colori cangianti dei fiori nei giardini signorili, e nelle vesti finemente ricamate che cadono sinuosamente addosso alle dame. Se poi questi e tanti altri particolari raccontano uno dei periodi storici più spensierati e stimolanti che siano mai stati vissuti finora, la Belle Epoque, beh allora potete già immaginare su quale meraviglioso spettacolo si potrebbero posare i vostri occhi.

Dopo Alphonse Mucha, Henry de Toulouse Lautrec e James Tissot, quegli anni da favola ci vengono mostrati dalle pennellate dell’italo-francese Giovanni Boldini, in una mostra a lui dedicata presso il Complesso del Vittoriano a Roma.

Autoritratto, Giovani Boldini. Fonte: Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara

160 opere si  estendono sulle pareti dell’Ala Brasini, sviluppando il percorso che portò il maestro ferrarese sulla vetta dell’Olimpo degli artisti. Con una partenza dai tratti macchiaioli, queste opere si distinsero per la passione che Boldini aveva nel ritrarre attimi di una quotidianità frizzante e sopraffine, vissuti dalle classi medio-alte della società dell’epoca. È nel ritratto che egli trova lo strumento perfetto per presentare quel mondo: entra nelle case delle sue modelle, le quali, come in occasione della foto di famiglia, si fanno trovare con indosso il loro abito migliore, pronti a mettersi in posa nella stanza più bella della casa.

Fulcro della sua attività è certamente la Ville Lumière, dove nel 1889 fu l’unico italiano ad esporre durante l’EXPO. Tutta Parigi lo amava per la sua pittura innovativa, una caratteristica che rimase nel tempo, fino ai suoi ultimi lavori, rendendolo così una vera e propria icona di quel periodo. Chi lo introdusse nell’alta società fu la contessa Gabrielle de Rasty, futura amante del Boldini e più volte sua musa. Bella ed impegnata nelle “public relations” tra le figure più prestigiose della città, a partire dal primo dei suoi ritratti, fece desiderare a chiunque li vedesse di averne uno proprio. Gabrielle creò così una rete di contatti intorno a Boldini, contribuendo alla sua scalata verso il successo.

Contessa de Rasty in piedi, Boldini. Fonte: The Art Post Blog

La vediamo qui, nel suo elegante vestito rosso, con le mani che si incrociano davanti la gonna mettendo in mostra i preziosi gioielli. Il collo è lungo e ben scoperto per ammaliare lo spettatore (ed il pittore), le curve generose sono marcate dalla cintura che le cinge la vita e fanno apparire la contessa coma una rossa e sensuale clessidra. Notiamo come Boldini abbia abbandonato le pennellate veloci tipiche dei macchiaioli, suoi contemporanei, e dedichi attenzione a riprodurre meticolosamente i suoi clienti e tralasciando la fugacità e l’imperfezione solo allo sfondo.

E’ nel volto che si concentra maggiormente la sua cura, dando forma ad un’espressività capace di trasmettere anche il pensiero più intimo di chi posa. Boldini ferma nella sua mente il momento di abbandono: quando, dopo essersi a lungo concentrato sullo stare fermo, il soggetto si lascia andare in un flusso di pensieri liberi, rivolgendo la testa altrove, dove però il pittore è capace di arrivare. Questo “gioco” dell’artista si ripete innumerevoli volte, soprattutto con le donne! Boldini ama le donne e attraverso le sue tele rende loro onore, dando loro la possibilità di compiere una piccola battaglia per l’emancipazione.

I salottini mondani dell’epoca pulsavano di voci femminili, imprigionate nelle lusinghe e nei convenevoli difficili da evitare. In un tale ambiente, nonostante il grande benessere ostentato, una donna era ben lontana dalla condizione di potersi esprimere liberamente. Etichetta e buon costume rilegavano la creatività di molte dame ad un piccolo angolo della loro fantasia e per questo motivo esse trovarono nello studio di questo artista il proprio rifugio. Chiudersi in quelle stanze era una via di fuga alle rigidità del palazzo, superata la porta si potevano svelare per ciò che erano davvero. Vedendo la propria effigie sulla tela divenivano più consapevoli non solo della propria femminilità, ma anche della vera bellezza che racchiudevano in sé, una bellezza che andava ben oltre i vestiti all’ultima moda. Essa risiedeva nel portamento, in un’eleganza tipica di un cigno, nella curvatura del polso mentre la mano viene portata al petto, nelle curvature della bocca che preannunciano un sorriso all’artista del loro cuore. Anche la donna più algida, scrutata attraverso le lenti tonde portate da Giovanni Boldini, si schiude in una postura “serpentina“, considerata troppo sensuale e provocante. Bellissimo vedere come invece quelle più “mature” abbiano un barlume negli occhi, grate di poter vivere un breve attimo di giovinezza mentre l’autunno della vita incombe.

Lungo il percorso tra le sale, incrocerete lo sguardo con quello di molti volti, probabilmente resterete immobili ad aspettare che si rivolgano a voi, invitandovi a prendere parte alla festa. Una festa, la loro, che durerà in eterno, grazie alle pennellate rapide e fugaci  del grande pittore ferrarese.

 

Per maggiori informazioni visitate il sito http://www.ilvittoriano.com/mostra-boldini-roma.html