Sempre più voci si scagliano oggigiorno contro l’ONU, l’organizzazione internazionale creata alla fine della Seconda Guerra Mondiale con il desiderio che simili orrori non venissero ripetuti. Durante gli anni i meccanismi decisionali dell’ONU sono stati criticati, molte volte a ragione, dato l’immobilismo che lo caratterizza, a causa di una costituzione che risente ancora dell’esito del conflitto mondiale. Gli Stati usciti vincitori dalla Seconda Guerra Mondiale sono infatti gli unici ad avere diritto di veto, bloccando, a seconda dei propri interessi, provvedimenti essenziali in risposta a crisi umanitarie e ambientali.

Pattuglia di soldati del contingente svedese delle Forze delle Nazioni Unite, Leopoldville, Congo, 1961 © courtesy UN Photo

La mostra Human Rights, curata da Alessandro Luigi Perna, racconta l’operato dell’ONU nonostante le sue difficoltà e la sua continua tensione verso una pace che riguardi tutti e non solamente chi la pace se la può permettere grazie alla circolazione di capitale. L’esposizione si articola attraverso le fotografie concesse dall’archivio storico ufficiale dell’organizzazione e ripercorrono l’intera sua evoluzione fino ai giorni nostri.

Fondato nel giugno del 1945 dopo numerosi inviti di Roosevelt, l’ONU contiene in sé le contraddizioni del mondo che rappresenta: una parte consistente dei paesi che vi ha aderito non ne rispetta ancora i principi fondanti. Tuttavia, all’ONU dobbiamo moltissime delle libertà che in Occidente sono entrate nella quotidianità e Perna ha voluto celebrarle in occasione del documento che ne ha gettato le basi e i principi ispiratori, ovvero la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo in quanto individuo. Per la prima volta nella storia, il 10 dicembre 1948 viene firmato a Parigi un documento che richiama l’importanza dell’individuo singolo al di fuori della massa. L’individualismo era nato negli Stati Uniti nel 1776 e in Francia nel 1789 con la Rivoluzione Francese, ma solo in America era entrato nell’immaginario collettivo: la Restaurazione aveva riportato l’uomo europeo all’interno di classi sociali che avevano diritti e doveri diversi. L’alta aristocrazia aveva certamente più diritti di un borghese, che a sua volta ne aveva più di un operaio. Grazie alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, firmata settant’anni fa, i privilegi di classe vengono aboliti in favore dell’uomo essenziale. In questo senso, la Dichiarazione si fonda su una cultura millenaria che spazia dalle radici cristiane dell’Europa, al Bill of Rights inglese del 1689 e alla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789. Nonostante la svolta storica di una Dichiarazione di tale portata, l’uomo è sempre stato assetato di un potere che lo ponesse nelle condizioni di imporsi sui più deboli: il compito dell’ONU è proprio quello di garantire a ciascun essere umano su questo pianeta le stesse possibilità. Le fotografie esposte mostrano anche questo impegno umanitario che tutti gli anni i caschi blu e l’istituzione si impegnano a proteggere e migliorare.

Ragazzina afghana frequenta una delle migliaia di scuole di base costruite nei villaggi con l’aiuto dell’Onu, Nangarhar, Afghanistan, 24 aprile 2008 © courtesy UN Photo/Roger Lemoyne 

Molte volte capita a noi occidentali di eccedere di egocentrismo: crediamo ancora di rappresentare la maggioranza della popolazione globale e ci curiamo poco di ciò che succede oltre i confini europei o statunitensi. Le notizie drammatiche che arrivano dal Medio Oriente le scorriamo per cercare le anticipazioni sulle nostre serie tv preferite, per non parlare di quanto ignoriamo gli inviti a ridurre il consumo di plastica. La mostra “Human Rights” è preziosa proprio per questo: ci distoglie dal torpore di una vita agiata per buttarci, a volte anche con violenza, dentro una realtà che non è nient’altro che la nostra, ma osservata da un punto di vista differente. Le 60 immagini esposte non ci portano in un mondo parallelo, ma solamente a qualche migliaio di chilometri di distanza o indietro di settant’anni. Come diceva Cornell Capa: La fotografia ha la capacità di fornire immagini dell’uomo e del suo ambiente che sono insieme opere d’arte e momenti di storia. La mostra rientra infatti nel progetto History&Photography che celebra la bellezza estetica e il carico emotivo delle foto di avvenimenti che hanno costituito le nostre società. Raccontare la storia attraverso la fotografia è un progetto audace che sta prendendo piede tra i professori, dato che gli studenti, non solo in Italia, sono sempre meno interessati al passato e sempre più proiettati sul futuro. Confrontarsi con i volti di chi ha preso le decisioni più importanti del Novecento o di chi quelle decisioni le ha subite riempie di fascino e di vita una materia erroneamente considerata da molti noiosa e inutile.

Donne turche attraversano la strada in una città macedone in Jugoslavia, 1947 © courtesy UN Photo

Secondo Miguel de Unamuno, intellettuale spagnolo a cavallo tra Ottocento e Novecento, la storia si divide tra quella dei grandi uomini, le cui gesta vengono riportate dalla stampa, e la intrahistoria, ovvero la quotidianità del popolo che continua a vivere giorno dopo giorno. Questa seconda storia appartiene agli uomini comuni, quelli senza fama, ma che, nel loro piccolo, costruiscono ugualmente un pezzo del mondo che vogliono trasmettere ai propri figli. La mostra curata da Perna riesce a raccontare magistralmente queste storie, cariche entrambe di un massiccio potenziale emotivo.

Spesso ci scordiamo che la storia è stata fatta da uomini, famosi e non, ma sempre di uomini si tratta. Per noi invece rimangono nomi senza volto, o addirittura neanche nomi ma soltanto numeri. “Human Rights” ci costringe a guardare gli occhi, le rughe, i sorrisi e le ferite di chi ha combattuto e continua a combattere per vivere anche solo la metà delle libertà che ogni giorno noi possiamo esercitare.

 

Immagine di copertina: Anziana donna armena fa la guardia armata davanti a casa sua durante gli scontri tra Armenia e Azerbaijan per il Nagorko-Karabakh, 1990 Degh, Armenia © courtesy UN Photo/Armineh Johannes
Secondary image: un giovane rifugiato palestinese in un centro di accoglienza a Damasco in attesa di raggiungere un campo profughi, 1948, Damasco, Siria © courtesy UN Photo
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