Sempre più spesso dimentichiamo da dove veniamo. Nella nostra epoca siamo ogni giorno più vicini a trascurare del tutto alcuni elementi di primaria importanza, quelli che hanno permesso la nascita delle civiltà. È quello che sta succedendo in India. Attualmente, oltre un terzo della popolazione indiana (ovvero più di 400 milioni di persone) si trova in grave pericolo. Stiamo parlando di quelle genti che vivono sulle sponde del Gange, il fiume che attraversa il Nord Est indiano, a cui milioni di persone devono la vita.

 

“Se il Gange vive, vive anche l’India. Se il Gange muore, muore anche l’India” – Vandana Shiva

 

A questa preziosa tematica la Fondazione Stelline di Milano dedica la mostra fotografica “Ganga Ma”, curata da Eimear Martin. Fino al 22 marzo 2020, saranno esposte alcune delle opere che costituiscono l’importante ricerca del fotografo Giulio Di Sturco, il quale ci racconta un’India fatta di ampi spazi, colori delicati e terribili minacce. Per dieci anni Di Sturco ha seguito il corso del Gange, vivendolo e ascoltandolo. Dalla sua fonte tra i ghiacciai dell’Himalaya, fino alla sua foce nel Golfo del Bengala, Di Sturco si rapporta al fiume come a un vero e proprio personaggio, che interagisce con l’ambiente e con le genti che incontra. In particolare, il Gange diventa una madre; questo è il significato di “Ganga Ma”. È un Gange che dà vita, un fiume sacro per tutti gli induisti, che ora sta morendo a causa dell’inquinamento, dell’industrializzazione e dei cambiamenti climatici.

Una foto, in particolare, suscita maggior impatto sul tema dell’inquinamento industriale. Ritrae un uomo impegnato a pulire una montagna di schiuma chimica, che lo sovrasta e incombe su di lui.

La Fondazione Stelline, che da anni è attenta alle tematiche ambientali, si rivela dunque il luogo perfetto per una mostra di questo genere. Le opere esposte sono molto particolari. La prima impressione, infatti, è quella di una poetica tranquillità conferita dai colori chiari delle prime luci del giorno e dall’armoniosa composizione delle figure. Solo in seguito emerge un senso di inquietudine, ovviamente legato al significato della ricerca fotografica. Il protagonista di ogni fotografia è sempre e comunque il fiume, che dialoga con persone, ambienti, animali, elementi antropici. La peculiarità di queste fotografie è, però, il loro carattere pittorico: i colori, le luci e soprattutto la particolare texture della carta su cui sono stampate imprimono nello spettatore la percezione di trovarsi davanti ad un disegno, cosa che esplicita ancor di più l’artisticità delle fotografie di Giulio Di Sturco.

Ganga Ma rappresenta solo una parte di un ampio progetto documentario decennale che mira a testimoniare il pericolo di un disastro, oltre che umanitario, innanzitutto ecologico. I rifiuti altamente tossici che quotidianamente vengono smaltiti nelle acque del Gange costituiscono una minaccia letale per le molte specie che popolano le sue rive. Le sublimi fotografie fanno dunque appello a una sorta di estetica dell’inquinamento, che diventa veicolo di un messaggio di rilevanza critica. Il Gange si dimostra così il perfetto simbolo del rapporto di unilaterale abuso tra l’uomo e l’ambiente, e della loro irrisolta contraddizione. Si tratta di una completa alienazione della vera natura di un’originaria sostenibilità, una natura che Di Sturco cerca di far emergere tramite la composizione delle sue fotografie. Egli, infatti, pone sullo stesso piano, in sintonia, i soggetti e i paesaggi, mettendo l’uomo in dialogo e, non in contrasto, con il fiume.

“Le acque sacre ci portano oltre il mercato, in un mondo fatto di miti e narrazioni, di fede e devozione religiosa, di cultura e celebrazione”

 

Così la scrittrice e ambientalista indiana Varanasi Shiva descrive la dimensione fortemente religiosa e culturale del Gange. La morte di questo fiume, dunque, significherebbe (oltre all’estinzione di un intero ecosistema) la perdita di alcune delle più antiche tradizioni della nostra storia. Le fotografie di Giulio Di Sturco non costituiscono semplicemente un progetto documentario, ma vogliono sensibilizzare le persone attraverso nientemeno che l’arte. Questo è uno di quei casi in cui la bellezza cerca di salvare il mondo, un tentativo che dimostra come la fotografia possa effettivamente essere dichiarata arte.

Dettagli evento

Luogo:
Fondazione Stelline, Palazzo delle Stelline, Corso Magenta, 61, 20123 Milano MI
Date:
06/02/2020 - 22/03/2020
Orario:
Martedì - Domenica: 10.00 - 20.00
Lunedì chiuso
Costo:
8€ intero, 6€ ridotto
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