Quella per la cultura giapponese è, ormai, un’infatuazione che pervade l’Occidente sin dal XIX secolo. Il fascino delle tradizioni del Sol Levante è talmente elevato che condiziona persino le nostre abitudini alimentari: la cucina giapponese risulta essere una delle più amate dagli italiani e, in generale, dagli europei. Ma, ben prima che nel cibo, la nippomania ha trovato spazio nell’arte. Interessante è ciò che aveva scritto Oscar Wilde, il massimo esponente dell’Estetismo inglese, riguardo al Giappone: “L’intero Giappone è pura invenzione. Non esiste un paese simile, non esiste gente del genere… I giapponesi sono semplicemente una moda, una pura tendenza artistica”. E in effetti, negli ultimi decenni dell’Ottocento, l’arte occidentale fu ampiamente influenzata dal particolare stile di artisti come Hokusai, Hiroshige o Utamaro.

La mostra “Impressioni d’Oriente”, visitabile al Mudec dal 1° ottobre 2019 al 2 febbraio 2020, intende proprio analizzare i rapporti di reciproca influenza stilistica e iconologica. Curata da Flemming Friborg (docente di storia dell’arte all’Università di Copenhagen) e da Paola Zatti, la mostra approfondisce le dinamiche dei diversi scambi (non solo artistici, ma anche commerciali e imprenditoriali) tra il Giappone e l’Europa, in particolare tra il 1860 e il 1900. L’esposizione comprende opere di artisti prevalentemente italiani, francesi e giapponesi. Tra i più importanti a essere stati colpiti dalla prepotente fascinazione per la diversità dell’esotico, troviamo Vincent Van Gogh, Paul Gauguin, Henri de Toulouse-Lautrec, Eduard Manet e Auguste Rodin. Quest’ultimo, in particolare, si cimentò nella lavorazione della porcellana, creando manufatti di una delicatezza disarmante, integrando i suoi temi scultorei preferiti (come quello di una figura umana tipicamente michelangiolesca) e la tecnica orientale.

E gli artisti italiani non furono da meno: i nomi presenti in mostra – tra gli altri De Nittis, Induno, Segantini, Previati, Grubicy de Dragon, Galileo Chini – dimostrano come la lezione giapponese venga tutt’altro che ignorata dall’Italia. Troviamo infatti paraventi decorati da Chini usando tecniche e temi nipponiche, così come felici contaminazioni iconografiche nelle opere di Induno. Da parte di Previati notiamo l’utilizzo di materiali tipicamente orientali come la seta mentre nella tecnica di Grubicy de Dragon è possibile ritrovare le luci e l’impronta delle stampe giapponesi tanto amate dagli europei.

Il Mudec, attenendosi in pieno alla sua funzione primaria di museo delle culture, presenta anche un’altra esposizione legata alla patria dei samurai e alla sua storia di relazioni con l’Europa, e in particolare con l’Italia. La mostra, intitolata “Quando il Giappone scoprì l’Italia. Storie di incontri”, analizza il periodo storico che va dal 1585 al 1890, presentando artefatti e oggetti provenienti da collezioni lombarde costituitesi nel corso dell’Ottocento. L’intento di questa mostra è decisamente più di interesse storico/etnografico, restituendo ai visitatori gli snodi principali che determinarono e caratterizzarono l’incontro tra i due mondi. I primi rapporti commerciali tra il Giappone e la nostra penisola avvennero sul finire del XVI secolo, quando i viaggi dei missionari gesuiti ebbero un grande impatto sulla popolazione nipponica. Tale primo periodo di mutua conoscenza (1585 – 1615) viene presentato nella prima sezione della mostra; centrale in questa parte iniziale è il “Ritratto di Ito Mancio” di Domenico Tintoretto, esposto per la prima volta in Europa in occasione di questa mostra. Il soggetto raffigurato è il primo giapponese ad aver raggiunto l’Italia. Siamo nel 1585, e un gruppo di quattro ragazzi giapponesi, capitanati dal principe Ito Mancio, raggiungono la città di Venezia insieme a un gruppo di gesuiti responsabili della loro conversione al Cristianesimo. Si tratta di un momento di svolta nella storia delle culture, il primo contatto tra un giapponese e il mondo occidentale: è la prima scintilla di un’enorme fiamma di rispettiva fertilizzazione culturale che è destinata a non spegnersi mai.

Domenico Tintoretto, Ritratto di Ito Mancio, 1585 (foto di Alberto Villa)

Ci fu un momento però in cui tale fiamma sembrava sul punto di estinguersi: nel 1639, quando venne applicata la politica di isolamento detta sakoku, i porti del Sol Levante furono chiusi, lasciando il paese in un periodo di arretratezza che terminò solo nel 1853, quando il sakoku fu revocato. È proprio da questa data che inizia la ricerca presentata nella seconda sezione della mostra. Qui viene esposta la collezione del conte Giovanni Battista Lucini Passalacqua, collezionista che raccolse diversi oggetti durante i suoi viaggi in Asia per poi istituire, nel 1874, il primo museo giapponese della Lombardia. Alla fine del secolo, tale collezione è stata acquistata dal Comune di Milano, e ora è affidata al Mudec. Essa comprende per lo più opere risalenti alla fine del periodo feudale (ovvero al periodo bakumatsu), bronzi e arte tradizionale giapponese.

Manifattura giapponese, Costume per il teatro No di tipo nuihaku, 1870

La terza mostra che va a costituire l’insieme di eventi che congiungono Milano e il Giappone è “Welcome to Japan”, realizzata da Penthouse Nights e da Hysteria Art Gallery negli eleganti spazi di Glorious Crew International Real Estate. In questa mostra, visitabile dal  artisti italiani entrano a contatto sia con le tecniche più tradizionali dell’arte giapponese (Elisabetta Cavalieri Ducati, per esempio, reinterpreta l’arte ceramista Raku), sia con le sue tendenze più contemporanee (come le meravigliose tele policrome di Antonio Franchi). Molto interessanti sono anche i lavori pop di Aleandro Roncarà, nonché le intime fotografie di Claudio Montecucco, dotate anche di un intenso e allo stesso tempo delicato erotismo. La mostra, curata da Marta Massara, si inserisce a tutti gli effetti nello stile milanese di sincretismo culturale e cronologico, allargando il campo d’azione dell’arte sia in termini tecnici che spazio-temporali.

Sebbene molti (come anche il sopracitato Wilde) ritenevano che il Giapponismo non fosse altro che una semplice moda passeggera come tante altre – e tra questi ritroviamo anche Emile Zola, che definì questo fenomeno “un’ubriacatura” – la contaminazione e la reciproca ispirazione tra Oriente e Occidente fu decisamente un grande passo in avanti verso la modernità, un passo che allargò definitivamente gli orizzonti non solo commerciali ma anche culturali per il mondo intero. Le tre mostre sopracitate vogliono spingere il visitatore a scegliere l’Oriente come punto cardinale ideale per riuscire a orientarsi in modo ottimale nel mondo che viviamo. Mudec, inoltre, intende portare il Giapponismo e le atmosfere nipponiche a tutta la città di Milano: per questo motivo, la sera di sabato 5 ottobre, organizzerà ai Giardini Pubblici Indro Montanelli uno spettacolo di live mapping che proietterà sulle fronde degli alberi trame e motivi tipici della cultura e delle tradizioni orientali, sottolineando anche l’importanza che la moda giapponese ebbe sullo sviluppo dei movimenti decorativi come l’Art and Crafts. Milano diventa così il teatro non solo per l’incontro di due culture così diverse come quella italiana e quella giapponese, ma anche un luogo di dialogo tra i diversi periodi di quest’ultima, analizzando le analogie, le differenze, le riprese e le avanguardie di una tradizione culturale tanto variegata quanto preziosa.

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