Sembra quasi un ossimoro arrivare a Palazzo Strozzi per godersi una mostra di arte contemporanea passeggiando per le vie di una Firenze ancora immersa nella sua gloria umanista. Firenze è il gioiellino d’Italia, ma come tutti i gioielli ogni tanto viene dimenticato in un cassetto e serve un’artista del calibro della Abramovic per portare innovazione artistica in un luogo che si crogiola della sua bellezza fuori dal tempo.

Marina e Ulay

La retrospettiva su Marina Abramovic (qui vi avevamo parlato dell’aggressione all’artista durante la presentazione della sua personale) comprende 100 opere realizzate dall’artista tra gli anni Sessanta e Duemila, comprese quelle appartenenti alla sua parentesi con Ulay, artista di performance con il quale ha condiviso una storia d’amore a dir poco tormentata. Le opere esposte comprendono video, fotografie, dipinti e installazioni che regalano una panoramica completa sulla carriera della Abramovic. La mostra segue la piccola Marina fin dall’infanzia, straziante nella triste e sanguinosa Belgrado di Tito, fino al giorno d’oggi. È la prima volta che Palazzo Strozzi dedica un’intera mostra ad una protagonista femminile e grazie all’aiuto dell’artista stessa, il visitatore entra nel mondo della Abramovic comprendendo pienamente il suo modo di pensare e di concepire la realtà. L’artista inoltre ha deciso di incorporare la mostra con esperienze dirette che il visitatore può sperimentare in prima persona e prese direttamente dal Metodo Abramovic, elaborato da lei stessa dopo anni di ricerche per le sue performances. All’interno della retrospettiva è inserita, ad esempio, una sala in cui ognuno può indossare delle cuffie insonorizzate e contare i chicchi di riso bianchi separandoli da semini neri. Questa pratica fa parte della preparazione alle performances che la Abramovic esegue severamente. Proprio grazie a questi momenti si riesce ad entrare nella testa dell’artista e adottarne, almeno per il tempo della mostra, il metodo con cui lei guarda il mondo. Da questo punto di vista, l’esposizione è dolcemente disturbante: non si può fare a meno di guardare le opere esposte senza usare gli occhi dell’artista, esperienza meravigliosa ma anche frustrante. Alcuni lavori sono estremamente violenti e senza questo passaggio, nessuno riuscirebbe a staccarsi dall’impatto emotivo per giudicarli come opere d’arte. È il rischio insito in qualsiasi artista di arte contemporanea.

Quello che colpisce della Abramovic è, oltre all’impatto estetico delle sue performances, che nulla è lasciato al caso: sicuramente è una delle artiste più analitiche e metodiche che si possano trovare nella nostra epoca. L’unica opera di cui lei si vergogna, infatti, è Rhythmdel 1974, quando svenne perdendo il controllo.

La performance “Balkan Baroque” del 1997

La Abramovic vive pienamente la sua epoca: non esiste niente su cui lei non rifletta, nulla che non la colpisca. La sua infanzia è riprodotta nelle sue opere d’esordio e la violenza psicologica e fisica della Belgrado di fine Novecento quasi schiaffeggia l’osservatore. L’artista serba non risparmia niente: tutto il male, l’orrore e l’odio sono sotto gli occhi di chiunque e chiamano a gran voce chi vorrebbe ignorarli. Questo tormento interiore viene reso con alcune opere particolarmente provocatorie come Balkan Baroque, opera eseguita per la prima volta alla Biennale di Venezia del 1997. Nel mezzo dello spazio espositivo, l’artista lavava 1000 ossa di bovino insanguinate cantando canzoni della sua infanzia. L’odore di sangue invade anche la stanza di Palazzo Strozzi in cui è stata riprodotta quest’opera e la mente di ognuno non può che fissarsi sulle ossa sanguinolente. Le si darebbe della pazza solo se non si fosse compresa la sua filosofia di vita grazie al percorso precedente: la Abramovic ha la forza di rendere l’impensabile attuabile. Per questo motivo, le sue opere non sono sentimentali, ma colme di un misticismo razionale. Il suo lavoro diventa così sempre valido, come un grande classico della letteratura o come il David di Michelangelo, tanto caro alla città che la ospita.

La performance “Rhythm5” del 1974

Tuttavia, con le sue opere la Abramovic non si ferma solamente alla riflessione. Quando la Jugoslavia credeva che l’arte non dovesse avere alcun significato e che avesse principalmente una funzione estetica e decorativa, la Abramovic distrusse questo ideale grazie alla sua performance del 1975 Art must be beautiful, Artist must be beautiful. Era infatti convinta che l’arte dovesse essere scomoda: “rispondere a delle domande e predire il futuro.” Così, decise di pettinarsi i capelli fino a sanguinare ripetendo le due frasi che hanno dato il titolo all’opera.

La performance “Art must be beautiful, Artist must be beautiful” del 1975

Questo modo di agire sulla realtà, giudicandola e interpretandola secondo il proprio linguaggio espressivo, obbliga chiunque visiti la mostra a riflettere appena uscito da Palazzo Strozzi. Si viene invasi dal bisogno di sedersi, guardare il cielo e pensare. Sembra di lasciare la mostra incompleta se non si medita su quello di cui si ha fatto esperienza fino a pochi minuti prima. Per di più, ci si sente in grado di farlo per ore e ore proprio come la Abramovic durante le sue performances: l’empatia tra l’artista e il pubblico è totale. Questo è il potere dei veri artisti come Marina.

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