A poco più di trecento metri dalla Fondazione Prada, in uno dei quartieri di Milano che più sta cambiando pelle, a inizio 2019 è stato aperto al pubblico l’ICA – ISTITUTO CONTEMPORANEO PER LE ARTI.

Domenica 10 novembre si è conclusa la terza mostra ospitata negli spazi dell’istituto: Masbedo – Perché le frontiere cambiano.

Prima della sua conclusione siamo andati a vederla, vi raccontiamo la nostra esperienza.

Come scritto prima, l’Istituto si trova nel quartiere Ripamonti, precisamente in Via Orobia 26. Percorrendo la via arrivando dal centro città si percepisce il mutamento che l’intera area sta attraversando; non passano inosservati infatti i numerosi cantieri presenti.

Arrivati a destinazione facciamo fatica a immaginare il vecchio edificio industriale degli anni Trenta che ci troviamo di fronte come un nuovo tassello del panorama culturale milanese, ma appena varcata la sua soglia la nostra percezione cambia: due piani, 700 mq e un restauro molto leggero, pensato per lasciare visibile la storia industriale dell’edificio, fanno intuire che siamo in un luogo per l’arte che a Milano ancora mancava.

Una volta entrati lo sguardo viene subito catturato dalla grande stanza che si trova alla sinistra, qui un vecchio furgone OM degli anni Settanta, trasformato dal duo Masbedo (i videoartisti Nicolò Massazza e Iacopo Bedogni) in un Videomobile con una serie di schermi, racconta la storia di una terra, di un’isola indispensabile per la storia e il quotidiano degli uomini: la Sicilia. In particolare i protagonisti di questi filmati sono coloro che hanno saputo raccontare egregiamente il racconto quotidiano siciliano: Vittorio De Seta, Ugo Gregoretti, Francesco Rosi, Luchino Visconti e la casa di produzione Panaria Film.

© Lorenzo Giordano

Terminata questa prima esperienza saliamo al primo piano, dove lo spazio sembra colonizzato dai lavori del duo: sulle scale un paio di televisori trasmettono Azione, un film che mi trasporta nella storia della Ferrania, lo stabilimento ligure che diventò famoso grazie alla produzione di pellicole, sia per il cinema che per la fotografia, e utilizzate per i film di De Sica, Fellini e Antonioni. I Masbedo senza mai staccare la camera sono entrati all’interno dell’edificio, abbandonato dal 2010, e in mezzo a pellicole abbandonate e immondizia ci fanno vivere le testimonianze di questo passato che sembra ormai dimenticato.

© Lorenzo Giordano

Procedendo incontriamo altri quattro filmati, non opere dirette dei Masbedo ma presenti in quanto frutto di una loro indagine riguardante Panaria Film, la casa di produzione fondata negli anni Quaranta dal principe Francesco Alliata di Villafranca. Tre film prodotti nel 1955 da Alliata stesso: Inverno in Fiore, in cui una voce femminile ci porta per le bellezze della Sicilia partendo da Siracusa, attraversando Lentini, Taormina, Messina e finendo alle “tentatrici del male”, le Eolie; Culla di Miti, in cui l’isola ci viene presentata come terra del mito per eccellenza grazie alla mescolanza di civiltà e culture che la caratterizza tutt’ora; Verso il sole, racconta invece il viaggio sull’isola di un gruppo di turisti. In mezzo a questi filmati c’è un’eccezione: il quarto film, intitolato Pugilato di donne (1949). Esso non vede come protagonista la Sicilia e non venne girato dal principe, ma è presente in quanto Alliata fu affascinato dalla forza curda delle immagini: due donne che combattono su un ring nel mezzo della città di Vienna.

A catturare la nostra attenzione è il film Blind mirrors (2019) che forse più di tutti incarna il significato del titolo della mostra. In questa stanza infatti le frontiere cambiano completamente grazie alla rilettura della famosa scena del ballo del film Il Gattopardo di Luchino Visconti: la scena è girata sempre nello sfarzoso salone di Palazzo Gangi a Palermo e il ballo è sempre il protagonista, ma a danzare non è l’aristocrazia siciliana, ma ballerine che fanno parte della comunità Tamil della città siciliana. Interpretando la coreografia del Bharatanatyam, una danza indiana la cui origine risale al sesto secolo, esse ipnotizzano noi e il resto del pubblico fino a quando la musica si ferma e lo schermo si spegne.

© Lorenzo Giordano

 

 

 

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