Le luci abbaglianti delle insegne, le pubblicità colorate e i primi veri disco club: così apparivano le grandi città degli Stati Uniti d’America a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. La Factory aveva già iniziato a sconvolgere le strade di New York e un forte sentimento di rinnovamento invadeva gli artisti dell’epoca.

È proprio in questo magma creativo che inizia a sperimentare l’artista Keith Sonnier. Nato come scultore, non abbandona mai il suo rapporto con materia, forma e modellazione, ma lo arricchisce con l’utilizzo della luce al neon. Oggi l’artista arriva in Italia in pompa magna, grazie alla mostra “Keith Sonnier. Light Works, 1968 to 2017” ospitata dalla galleria Fumagalli di Milano, che da febbraio lo rappresenta in esclusiva.

Non definibile strettamente come light artist, né tanto meno solo come scultore, Keith Sonnier rappresenta uno dei capisaldi della rivoluzione dell’arte scultoria, sperimentando con materiali differenti e tecniche ardite. Il suo lavoro si sviluppa in serie organiche e coerenti, che vanno nel tempo a delineare  la sua evoluzione culturale e personale.

Originario della Louisiana (U.S.A.), Sonnier ha avviato il suo percorso artistico studiando il rapporto tra materiali industriali con le loro rigide geometrie e la fluidità della luce al neon. Nasce così la “Lit Circle Series” (1968), primo grande lavoro dell’artista statunitense, che mostra immediatamente la sua tendenza scultorea, grazie all’attenzione posta nella scelta dei vetri trasparenti e satinati che interagiscono con la luce al neon in maniera differente.

Lit Circle Red with Etched Glass. Foto: ©Niccolò Quaresima

Dopo solo due anni dall’inizio delle sperimentazioni con il neon in Sonnier si palesa la necessità di liberarsi dalla rigidità formale e geometrica, e di sperimentare a pieno con la morbidezza e organicità dei tubi luminosi. Avvolgendo il neon su se stesso, genera la “Neon Wrapping Incandescent Series (1970). Si tratta di una serie incentrata su delicate lavorazioni che spingono la materia al limite, producendo strette volute intrecciate fra loro e intensificate dall’aggiunta di lampadine ad incandescenza montante su basi in ceramica.

Neon Wrapping Incandescent I. Foto: ©Niccolò Quaresima

Successivamente l’artista attinge alla cultura asiatica e prendendo spunto dall’antico carattere cinese Sel, produce la “Sel Series, dove gli ideogrammi orientali si mescolano alle iniziali di suoi alcuni amici, generandone colorate reinterpretazioni.

Negli ultimi quindici anni Sonnier ha sperimentato muovendo le sculture dalla parete e sospendendole al soffitto, come nella serie “Chandelier“; facendo riferimento ai portali antichi e giocando con la tridimensionalità del concetto di porta, come nella serie “Portals“, arrivando alla serie più recente, “Floating Grid“, dove si percepisce una sorta di ritorno alla scultura materica, con una forte presenza di materia industriale.

Floating Grid Series. Foto: ©Niccolò Quaresima

L’intero processo creativo dell’artista si basa sul dialogo tra linea e colore, che si evince chiaramente dai suoi schizzi preparatori, alcuni dei quali diventano a loro volta vere e proprie opere a se stanti, come i disegni della serie “Cat Doucet” (1995). Unico lavoro fortemente antropomorfo, la serie fa riferimento ad una pittoresca storia della cittadina dove Sonnier è cresciuto, Mamou, e cioè quando uno sceriffo, per farsi rieleggere attraversò la città con un gatto di cartone dal sorriso misterioso montato sopra il suo pick-up.

Comus e Prometeus. Foto: ©Niccolò Quaresima

La mostra alla galleria Fumagalli presenta opere appartenenti a tutti i diversi periodi storici, andando a costruire un racconto organico che segue il ritmo dell’evoluzione di Keith Sonnier, e tra le curve e i colori del neon ci accompagna nella comprensione dell’operato dell’artista statunitense.

La mostra, che inaugura il 28 settembre 2018, rimarrà aperta fino al 19 dicembre 2018 e visitabile dal martedì al sabato dalle 11 alle 19; mancando un tema specifico, si è liberi di scivolare nel tempo e nello spazio, così come le sculture scorrono lungo le pareti e i pavimenti della galleria, creando portali nei quali è possibile perdersi o ritrovarsi.