di Virginia Zettin

A cent’anni dalla morte di Gustav Klimt, Roma celebra il padre del Secessionismo viennese con una mostra dedicata interamente a lui e alla sua epoca d’oro. Dopo il grande successo di Firenze, Milano e Caserta – dove è stata sommersa da oltre 270.000 visitatori e acclamata all’unisono dalla critica -, sbarca finalmente anche a Roma la Klimt Experience.

«Nessun settore della vita è tanto esiguo e insignificante da non offrire spazio alle aspirazioni artistiche», così dichiarava Gustav Klimt a proposito del suo rapporto con l’arte. Un’esperienza totalizzante, completamente in linea con quella che è ben più che una mostra. Si tratta infatti di un’immersione a 360 gradi, in cui, dotato di visore 3D, il visitatore non si limita a osservare gli iconici capolavori di Klimt – dal celeberrimo Bacio all’Albero della Vita -, ma diventa lui stesso protagonista della Vienna dei primi del ‘900, cornice storico-culturale della nascita di queste creazioni. Un tuffo nel passato reso possibile grazie alle tecnologie del futuro, che rende l’arte più moderna che mai. Proprio come, in fondo, aspirava lo stesso Secessionismo, corrente artistica che aveva come scopo il rinnovamento dell’arte e il suo ingresso nella modernità.

Adèle Bloch-Bauer / DR

La mostra, inaugurata il 10 febbraio, sarà visitabile fino al 10 giugno presso Complesso Monumentale di San Giovanni Addolorata, nella Sala delle Donne. Location che suona quanto mai adatta allo spirito dell’artista, il quale dedicò molte delle sue opere proprio all’universo femminile. Anzi, i suoi numerosissimi ritratti hanno tutti come protagoniste delle donne, da cui era ammaliato eroticamente, ma al contempo intimorito. Basti pensare che non si sposò mai perché, come lui stesso dichiarò, provava un forte «timore e rispetto di fronte al vero amore». Nonostante ciò, si diceva avesse avuto ben 14 figli illegittimi. Una vita da romanzo, la sua, ma mai quanto quella della sua musa Adele Bloch-Bauer e del Ritratto che lui le dedicò, a cui è ispirato il film del 2015 “The Woman in Gold”. Ma chi era questa “Woman in Gold” e perché ha continuato a far parlare di sé – fin Oltreoceano – per quasi un secolo?

Appartenente a una facoltosa famiglia ebraica, Adele Bloch-Bauer era un volto molto noto della Vienna dell’epoca. Colta, intellettuale e appassionata d’arte, diventò ben presto, assieme al marito, mecenate dei più grandi artisti dell’epoca – da Gustav Mahler ad Artur Schnitzler, fino allo stesso Klimt, che la elesse a sua musa prediletta. È lei infatti l’unica donna che l’artista ritrasse in più opere, molte delle quali sono considerate tra i suoi capolavori più noti ancora oggi.

Gustav Klimt, Giuditta, 1901

Basti pensare che oltre alla provocatoria e sensualissima Giuditta o all’emblematica Goldene Adele, prestò corpo e volto anche all’amante del celeberrimo Bacio, ormai icona pop ben oltre ai confini alpini. Nonostante l’agio e la ricchezza, si dice, però, che la sua fosse un’esistenza infelice, il cui malessere si rifletteva nel suo carattere schivo e nel suo sguardo, sempre velato da un’ombra di tristezza. Saranno proprio i suoi occhi, profondi ma impenetrabili, a diventare il segno distintivo dei suoi ritratti, donandole quel magnetismo enigmatico che rapisce ancora oggi chiunque la osservi. Non a caso spesso si usa il soprannome “La Monna Lisa d’Austria” per indicare il “Ritratto di Adele Bloch-Bauer I”, le cui vicende andarono ben oltre la storia dell’arte e hanno interessato persino il grande cinema.

Gustav Klimt, Ritratto di Adele Bloch-Bauer I, 1907

Morta in giovane età per una meningite, la Bloch-Bauer indicò le sue volontà di far donare tutte le sue opere d’arte alla Österreichische Galerie Belvedere, che oggi ospita la più importante collezione d’arte austriaca. Tuttavia, una volta vedovo, il marito fu costretto a rifugiarsi in Svizzera a causa dell’invasione dei nazisti, i quali tra le numerosissime opere che barbaramente confiscarono, si accanirono anche proprio con le proprietà dei Bloch-Bauer. Il vandalismo senza pietà dei nazisti fu tale che per lunghissimi anni l’opera venne esposta con il nuovo nome di “The Woman in Gold”, volto a celare l’origine ebraica della sua affascinante protagonista.

È proprio a questo appellativo che si rifà il film di Simon Curtin, in cui il premio Oscar Helen Mirren interpreta magistralmente i panni di Maria Altmann, la nipote della Bloch-Bauer, che ormai ottuagenaria si batté in un’intensa azione legale, svoltasi tra Stati Uniti e Austria, per riuscire a riottenere indietro il ritratto dell’amata zia. Infatti, non solo alla fine degli anni’90 l’Austria aveva finalmente emanato una legge per la restituzione delle opere d’arte, ma la richiesta della Altmann era avvallata anche dal testamento dello zio, che, ignaro della fine che nel frattempo aveva fatto il suo prezioso patrimonio, lo designava interamente ai suoi nipoti. Pur avendo la storia – sia mondiale che familiare – a suo favore, la Altmann dovette però affrontare una battaglia tutt’altro che facile, che riuscì a vincere non solo grazie al suo orgoglio e la sua tenacia, ma anche grazie all’abile lavoro del legale che la seguì: il giovane avvocato Ronald Schönberg, discendente del ben più noto compositore austriaco, assiduo frequentatore del salotto Bloch-Bauer.

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