La mostra, al Museo Carlo Bilotti dal 23 marzo al 9 giugno 2019, partendo dal grande intervento di Land Art a Gibellina, risale il percorso dell’artista con una selezione di lavori esemplari, letti in relazione alla poetica della ferita, tema che nell’interpretazione del curatore Massimo Recalcati attraversa la sua intera opera, incidendo la materia, disegnando strappi, lacerazioni, crettature, bruciature, giungendo sino a declinazioni inedite e a un processo di carattere spirituale.

Alberto Burri nasce il 12 marzo 1915 a Città di Castello, in provincia di Perugia, laureatosi nel 1940 in medicina, prese parte attivamente agli eventi bellici in Africa settentrionale come ufficiale medico. A seguito della resa dell’Italia in Africa, fu prigioniero degli americani dal 1943 al 1946 e nel campo di prigionia di Hereford dipinse il suo primo paesaggio del Texas, iniziando a maturare l’idea di dedicarsi unicamente alla pittura. Poco dopo il suo rientro in Italia nel 1946, deciderà infatti di trasferirsi a Roma a lavorare, condividendo uno studio nei pressi di Piazza di Spagna con l’amico scultore Edgardo Mannucci.
La capitale gli permetterà in questa sua prima fase di accostarsi agli ambienti dell’avanguardia informale, con una prima personale del 1947 che risentirà ancora di un linguaggio figurativo, con un occhio rivolto alla pittura tonale della Scuola romana degli anni Trenta.
Ed è proprio in quest’ottica che la mostra si arricchisce di significato, basti pensare ai capolavori presenti alla GNAM, o alle mostre del 1996 a Palazzo delle Esposizioni e del 2005 alle Scuderie del Quirinale, con un dialogo primigenio e continuo che fa della città un luogo privilegiato per la lettura della sua poetica.

La poetica del cretto affonda le sue radici nella prima metà degli anni Cinquanta del Novecento, quando nel 1952 balza alla ribalta del panorama artistico italiano con la serie dei Sacchi. Con un recupero ricco di commovente sentimento per l’inesorabile azione del tempo, nei depositi dei carbonai o addirittura nelle discariche dei rifiuti Burri recupera sacchi di tela laceri e consunti. Una ricerca che lo porta a porre in evidenza le tracce degli strappi e delle sgranature come testimonianza di un umile vissuto della materia, la quale non può sottrarsi all’avanzare inesorabile del tempo, come è possibile osservare nelle opere Sacco del 1955 e Sacco e Oro del ‘56 esposte in mostra. Secondo il curatore, Burri acconsente alla trasformazione attiva e lenta dei materiali, di sospingere il quadro nella direzione di una inclusione del tempo e dei suoi effetti di corruzione, di smembramento e di riformulazione dello spazio, il quale non neutralizza il tempo così come la bellezza non esorcizza la ferita.
La sua ricerca lo porterà sempre a relazionarsi con materie povere e poco degne di nota, approdando negli anni Settanta alla dimensione dei Cretti realizzati con colori acrilici e vinavil su pannelli di cellotex (dati dall’unione di truccioli di segatura e colla pressati a caldo). La superficie che ne risulta è irregolare e crettata secondo un ordine casuale, dove ad influire sono stati lo spessore del materiale apposto e il tempo di essicazione. Crepe queste che possono ricollegarsi alle esperienze del vivere, facendo dell’opera stessa uno specchio dell’esistenza umana, pur rimanendo la materia la vera protagonista.
Un grande esempio di questo lavoro all’Aranciera è rappresentato dal Cretto G 2 del 1975, nonché dalle testimonianze del famoso Cretto di Gibellina.

IL CRETTO DI GIBELLINA
Nel 1968 un violento terremoto in Sicilia colpisce la Valle del Belice, distruggendo il paese di Gibellina. Il sindaco Ludovico Corrao vuole che la ricostruzione della città, sita a circa 20 chilometri dal vecchio paese in macerie, sia accompagnata dall’opera di grandi artisti. Viene quindi coinvolto nel progetto Burri, il quale deciderà, al contrario degli altri artisti, di realizzare il suo lavoro nel luogo della tragedia. Venne quindi a definirsi il progetto di un enorme Cretto che, nei suoi circa 90 mila metri quadri, per la gran parte ricalca l’assetto viario dell’antica Gibellina. Quasi fosse un sudario bianco di cemento steso sui resti di un paese distrutto, il Grande Cretto sigillò così le testimonianze fisiche e le memorie storiche degli abitanti costretti ad abbandonare quei luoghi cari. Nel 1989 i lavori subirono un arresto e il Cretto rimase incompleto, fino a quando nel 2015 fu realizzato il completamento grazie alla Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri e alla famiglia Sarteanesi, con il fondamentale supporto del Comune di Gibellina e della Sovrintendenza per i Beni Culturali e Ambientali della Regione Sicilia, attraverso un finanziamento della Comunità Europea.

Culmine del percorso interpretativo sono le fotografie in bianco e nero di Aurelio Amendola sul Grande Cretto. Fotografo che per eccellenza ha raccolto le immagini di Burri, dei suoi lavori e dei processi creativi, Amendola ha realizzato gli scatti in due riprese, nel 2011 e nel 2018, a completamento avvenuto dell’opera (2015).
Nel percorso inoltre, il video di Petra Noordkamp – prodotto e presentato nel 2015 dal Guggenheim Museum di New York, in occasione della grande retrospettiva The Trauma of Painting – filma in un racconto poetico e di grande sapienza tecnica l’opera di Burri e il paesaggio circostante. Alcune opere uniche dell’artista, veri e propri capolavori, inoltre, estendono non solo ai Cretti ma anche ai Sacchi, ai Legni, ai Catrami, alle Plastiche e a una selezione di opere grafiche la lettura proposta dal celebre psicanalista.
Il pannello di sala visibile all’inizio del percorso arricchisce inoltre l’esperienza del visitatore con un approfondimento sull’operato di Burri, su cui spenderanno parole e attenzioni figure dal calibro di Cesare Brandi, a cui dobbiamo inoltre una monografia del 1963, Emilio Villa e Maurizio Calvesi solo per citarne alcuni.

La mostra è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e curata da Massimo Recalcati con il coordinamento scientifico di Alessandro Sarteanesi, prodotta e realizzata da Magonza editore. Dopo la tappa romana l’esposizione sarà riallestita da giugno ad ottobre al MAG Museo Alto Garda a Riva del Garda in collaborazione con il MART Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto.

IL MUSEO
Il Museo Carlo Bilotti
ha sede nell’antica Aranciera di Villa Borghese, nota nel Settecento come Casino dei Giuochi d’Acqua per la presenza di fontane e ninfei. Accoglie le opere di arte contemporanea donate alla città di Roma da Carlo Bilotti, imprenditore italo-americano e collezionista di fama internazionale. La raccolta comprende un consistente nucleo di dipinti e sculture di Giorgio de Chirico, affiancato da opere di Gino Severini, Andy Warhol, Mimmo Rotella, Larry Rivers e Giacomo Manzù. Negli anni successivi alla sua apertura il Museo si è arricchito di opere di Consagra, Dynys, Greenfield-Sanders e Pucci. Le sale del pianoterra e alcune sale del primo piano ospitano mostre temporanee.

Dettagli evento

Luogo:
Museo Carlo Bilotti, Aranciera di Villa Borghese, Viale Fiorello La Guardia 6, Roma
Date:
23/03/2019 - 09/06/2019
Orario:
Da martedì a venerdì e festivi ore 10.00 - 16.00 (ingresso consentito fino alle 15.30)
Sabato e domenica ore 10.00 - 19.00 (ingresso consentito fino alle 18.30)
Costo:
Ingresso libero
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