“Più un’opera d’arte è grande e più si ribella di per se stessa a ogni definizione storica e critica e meno facilmente entra nella tradizione e nei quadranti delle teorie e delle definizioni.” – Filippo de Pisis –

In una tiepida domenica di ottobre, la prima del mese in cui la maggior parte dei musei milanesi apre le porte a frotte di cittadini e turisti per godere di un accesso gratuito, all’austero palazzo del Novecento, in Piazza Duomo, risplende la mostra monografica su Filippo de Pisis. Il percorso espositivo sull’artista ferrarese  si inserisce perfettamente nel viaggio che il museo sta compiendo attraverso il Secolo Breve, alla scoperta delle sue correnti, delle sue contraddizioni, della sua complessità. Il capitolo dedicato a de Pisis è debitamente vasto, e si estende grazie alla raccolta di oltre novanta dipinti  per non trascurare alcun dettaglio e punto di vista interpretato dal pittore.

La cena del cappuccino, 1923, olio su cartone, Collezione privata. Fonte: christies.com

Il percorso della mostra è raffinato nei suoi colori e nel suo impeccabile racconto filologico, intrecciando la vita del protagonista con gli eventi che costellano la storia e il mondo della cultura, vissuto e attraversato trasversalmente, anche in virtù dei molti viaggi che l’artista ha intrapreso. Dal paesaggio agli interni domestici, dalla natura morta al ritratto, le opere in mostra sono lo specchio essenziale di un’esperienza che abbraccia tendenze e stili passati e contemporanei, tutte accomunate dalla sensibilità e il sapiente dosaggio di spazio, luce e segno.

Il visitatore si trova immediatamente catapultato nel 1916, un anno decisivo per il pittore che, appena ventenne, conosce i fratelli Giorgio de Chirico e Alberto Savinio venendo a contatto con le atmosfere metafisiche delle loro figure. Lascia Ferrara per giungere a Roma e poi nel 1925 si trasferisce a Parigi, il centro del mondo nei ruggenti anni Venti, in cui il mondo dell’arte e della letteratura si trovava seduto allo stesso Cafè. Tra la profana scomposizione delle avanguardie e il modernismo degli scrittori, de Pisis espone nella Ville Lumièrè, con le sue nature morte e le personalissime vedute cittadine, sintomo più di un’atmosfera che di rappresentazione fedele della realtà. La Cupola degli Invalidi e la Torre Eiffel, nel suo paesaggio parigino del 1926, si stagliano tra i classici tetti e comignoli, in un cielo d’azzurro fumante che brilla sopra una folla di passanti.

La Cupola degli Invalidi e la Torre Eiffel, 1926, olio su tela, Collezione Augusto e Francesca Giovanardi, Milano. Fonte: Pinterest

“E quel chiaro pomeriggio domenicale, come altre volte, pensò che l’aria di Parigi, la luce del suo cielo, ha in sé una specie di magia. Le cose acquistano in essa una espressione di sogno e di dolce mistero.” – Filippo de Pisis –

L’artista viene spesso ritratto in foto mentre dipinge en plein air assistito dalla sua proverbiale velocità d’esecuzione che si scioglie in suadenti pennellate e in colori accurati. La pittura impressionista viene sicuramente ripresa nella forma ma non nel significato che la tela vuole esprimere: Filippo de Pisis non intende conservare nel dipinto una visione ma uno stato d’animo, un paesaggio interiore che trova affinità e si mescola perfettamente alle atmosfere dell’ambiente esterno. Non solo Parigi viene riflessa sulla tela, ma anche le calli di una Venezia decadente, attorniate da “quella luce gloriosa e patetica, allegra e funerea, senza la quale non si potrebbero pensare le opere di Tintoretto, Tiepolo, Veronese o Piazzetta”; le prospettive, le personalità e le vie di Cortina, con i suoi monti che fanno capolino tra le case accennate; i ricordi di una Trafalgar Square a Londra con un pubblico compatto, eterogeneo e rapito dal suo lavoro.

Calle di Venezia, 1927, olio su tela,Collezione privata. Fonte: wikiart.org

L’introspezione psicologica ritorna nei ritratti, negli occhi di Colette, nel volto del Marinaio francese, nei baffi e nello sguardo vivo dell’antiquario Rocchi. L’indefinibile esistenza di questi soggetti viene catturata nell’arte, forza altrettanto misteriosa, che domina lo spirito dell’autore così come quella dello spettatore. Questi capolavori emergono da un color verde salvia delle pareti, che si sposa alla perfezione con gli oli e le tempere usati da Filippo de Pisis, così tenui e incisivi, le cui sfumature non sono mai lasciate al caso e si presentano tutte insieme.

Il marinaio francese, 1930, olio su tela, collezione privata. Fonte: wikiart.org

All’artista piace il chiarore, quasi metafisico, del giorno, dove l’imponenza del sole non eccede mai perché si respira l’aria d’autunno; si cammina adagio sul suo Lungosenna autunnale del 1934, avvolti in una sciarpa, nel vermiglio e nell’arancio delle foglie secche, e i raggi scaldano timidamente un volto rosato e infreddolito. Filippo de Pisis non solo ristora lo sguardo ma rinfranca l’anima e ci fa viaggiare, conoscere, mangiare, bere, invitandoci all’incanto, lo stesso che lui provava osservando le farfalle volare al sole, colmo di gioia, quasi fino al pianto, tanto erano libere e delicate solide espressioni di un battito di vita.

 

Dettagli evento

Luogo:
Museo del Novecento, Milano
Date:
04/10/2019 - 01/02/2020
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