di Chiara Andolina

Gonzalo Borondo è un artista internazionale famoso per le sue importanti opere di arte pubblica che indagano il tema del sacro e della natura umana, asse portante della sua poetica che l’hanno portato nel 2018 a vincere il Premio Arte Laguna nella sezione “Land Art and Urban Art” con l’opera “Cenere”(Selci IT, 2017).

Ritratto di Gonzalo Borondo. Ph. ©Federico Pestilli

Gonzalo Borondo nasce in Spagna nel 1989. Fin da bambino sviluppa una sensibilità artistica spiccata, espressa inizialmente attraverso la pittura e, in seguito, estendendo il linguaggio pittorico a discipline, supporti (vetro, paglia, ceramica, superfici murali, legno…) e pratiche estetiche molteplici, con attitudine sperimentale.

Nei suoi studi ad affiancarlo è, ancora una volta, Arturo Amitrano, fondatore di 56Fili, punto di riferimento di gallerie, associazioni culturali e Festival legati alla scena artistica underground italiana e internazionale le cui capacità tecniche, applicate in senso avanguardista, hanno guidato Borondo in percorsi inediti.

Se, infatti, l’obiettivo di Arturo Amitrano è stato sin dall’inizio quello di dar vita ad un luogo dove la serigrafia è concepita non solo come strumento di produzione ma anche come spazio di ricerca sperimentale dove indagare e sviluppare le possibilità che quesa tecnica può offrire, possiamo ad oggi affermare che ha centrato in pieno il suo obiettivo.

Borondo ha realizzato opere pittoriche e installazioni di arte pubblica in tutto il mondo e dal 2012 ha presentato mostre personali a Roma, Madrid, Parigi, Londra e Marsiglia, con progetti espositivi d’impianto installativo ed esperienziale.

Dal 2012 presenta progetti espositivi nelle gallerie e musei di tutta Europa, tra cui “Animal“, la sua mostra personale a Londra, del 2015, che consolida la propensione e la volontà di Borondo nel far dialogare con intuito e maestria diversi media e tecniche. Nello stesso anno viene pubblicata la monografia “Memento Mori” dove l’artista apre le porte del suo archivio.

Le ricerche di Borondo degli ultimi anni sono convogliate nel progetto espositivo “Matiére Noire”, mostra personale realizzata all’interno del “Marché aux Puches”, uno dei più grandi mercati delle pulci d’Europa. La mostra denota un forte livello di sperimentazione ed è stata realizzata utilizzando quasi esclusivamente materiali trovati all’interno del luogo, in collaborazione con otto artisti internazionali che si sono incontrati nella residenza francese. Il contatto tra le menti e con l’identità del mercato ha generato riflessioni profonde e opere multimediali coinvolgenti. “Matiére Noire” travalica il concetto tradizionale di “esposizione” configurandosi come progetto esperienziale totalizzante.

Il supporto del vetro continua ad essere caro all’artista, tanto che, attualmente, i suoi studi sono concentrati nell’intenzione di animare la pittura attraverso processi analogici inediti che vedono l’interazione di suono, luce e video, sintetizzata sul vetro, scenario di pitture dinamiche che oscillano tra visibile e invisibile. La materia trasparente accoglie il paesaggio e si fonde con i suoi elementi mutevoli.

Tra pittura e incisione, sottrazione della materia, rulli e pennelli sul supporto trasparente e graffi, la fragile poetica del vetro, stimola riflessioni e ispira i soggetti che lo abitano, alle volte figure femminili, nudi, sentieri eterni.
L’ultimo approdo di Gonzalo Borondo è quello di animare la pittura e sperimentare la serigrafia.
Così è anche per la sua ultima opera, “Non Plus Ultra” che riflette, su vetro, il concetto di limite, sul bisogno sacro dell’uomo di varcare la soglia del conosciuto e della logica, di superarsi. Ed ecco così svelato il significato del titolo dell’opera. Più oltre si può, e si deve, andare.

È una installazione serigrafica percorribile, dalle imponenti dimensioni, unica nel suo genere.

Composta da cinquantadue lastre di vetro di due metri e cinquanta centimetri di altezza per ottanta centimetri di larghezza, con due immagini grafico-pittoriche stampate su entrambi i lati: da un lato una colonna, dall’altro un uomo di spalle con le braccia distese che rimanda all’iconografia della crocifissione, senza indugio.

La peculiarità dell’opera è costituita in realtà dal suo intero processo di realizzazione che si trasformerà in un’esperienza collettiva all’interno del cortile del Museo Ospitale. In quei luoghi l’artista condividerà tutte le fasi di realizzazione dell’imponente installazione: dalla serigrafia all’allestimento in loco.

«I limiti spaziali imposti dall’opera si fanno varchi (sono archi). Il limite attrae e respinge – spiega la curatrice dell’opera Chiara Pietropaoli – proietta lo spettatore all’infinito, tra prospettive e riflessi, simboli trasparenti che si fondono e si perdono, si confondono nella moltitudine, e moltiplicati attraverso la serigrafia, elevano gli interrogativi».

Per gli appassionati dell’arte e della serigrafia, la mostra di Gonzalo Borondo, è un evento, anzi, una esperienza, da non perdere.

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