La Roma delle ideologie politiche, la Roma di Berlinguer e di Pasolini, la Roma semplice e bigotta, la Roma dalle mille contraddizioni e dai mille volti. E poi la Roma eterna, quella che sembra non cambiare mai e che non finisce di stupire e meravigliare. Un racconto senza tempo, in bianco e nero, prodotto dall’occhio attento del celebre fotografo Gianni Berengo Garden in settantacinque scatti.

Roma, 1985 © Gianni Berengo Gardin/Courtesy Fondazione Forma per la Fotografia Milano

È il Casale di Santa Maria Nova, tra i prestigiosi siti dell’area archeologica dell’Appia Antica, a ospitare la prima grande mostra di Gianni Berengo Gardin dedicata unicamente alla Capitale. Una selezione di scatti, tra cui molti inediti, che rivelano al pubblico il fascino di Roma dal secondo dopoguerra a oggi.

“Roma” è il titolo della rassegna a cura di Giuliano Sergio promossa dalla Soprintendenza Speciale di Roma, diretta ad interim da Daniela Porro, con l’organizzazione di Electa e in collaborazione con Fondazione Forma per la Fotografia, che resterà aperta al pubblico dal 29 settembre 2019 al 12 gennaio 2020.

Ligure di nascita e veneziano d’origine, Gianni Berengo Gardin (1930) conosce Roma sin dall’infanzia, negli anni dell’occupazione tedesca e della liberazione, quando viveva al rione Celio. È solo alla fine degli anni Cinquanta, però, che Berengo Gardin torna nella Capitale da professionista, al servizio del celebre settimanale Il Mondo. Così prenderanno vita alcune delle sue foto più famose, a documentazione del clima di un’epoca, che colgono gesti e atmosfere della città e della gente che la popola. Nei decenni successivi tornerà di nuovo nella capitale per le committenze di reportage sociale, di paesaggio urbano e di architettura, che gli permetteranno di raccontare altre storie e altri volti della città, fra cui la stessa Appia Antica.

L’esposizione è un sorprendente affresco dell’evoluzione e delle contraddizioni della città. Un ritratto complessivo capace di cogliere nei dettagli, nei gesti e negli sguardi dei romani quella franchezza aperta e sfacciata che li contraddistingue. Poesia e bellezza, forza e violenza, architettura storica e trasformazione delle periferie tessono un racconto denso di emozione.

Il paesaggio umano e il racconto sulle persone di Berengo Gardin ben si iscrive nel sito prescelto per questo omaggio a Roma: la tenuta di Santa Maria Nova. Questo spazio rappresenta una vivida testimonianza dell’evoluzione del paesaggio sull’Appia e di una frequentazione che, dalle più precoci fasi romane fino ai nostri giorni, non si è mai interrotta. Questo monumento, con gli scavi delle terme circostanti, i recinti medievali (claustra), le imponenti cisterne, rappresenta anche il punto migliore per iniziare il percorso alla scoperta di Villa dei Quintili, insieme all’area archeologica e monumentale della Via Appia Antica: dal sito di Capo di Bove al complesso del Mausoleo di Cecilia Metella e del Castrum Caetani che, insieme, costituiscono il patrimonio dello Stato destinato alla collettività, in un ambito territoriale per lo più di proprietà privata.

Villa dei Quintili. Ph. Alessandro Mancini

Sembra una Roma sospesa, cristallizzata nel tempo quella ritratta da Gardin nelle sue foto; eppure quella stessa città, che ci piace immaginare come eterna, sembra essere ormai tramontata. Il suo fascino resta comunque immutato ma le emozioni e i ricordi che emanano quegli scatti non sembrano gli stessi che trasmette la Roma di oggi. Una Roma travolta dagli scandali politici, commissariata, indebitata, sporca, collusa, decadente, abbandonata a sé stessa.

L’immagine della capitale che ci restituisce il fotografo ci parla anche di lotte, di contraddizioni e di ingiustizie, eppure l’aura che emanano i suoi scatti appare ancora luminosa e solenne, come la grandezza di Roma.

Il catalogo della mostra, edito da Electa, racconta sessant’anni di fotografia del grande reporter nella capitale, oltre a presentare la documentazione di libri e provini a contatto che arricchiscono anche la rassegna.

Il catalogo, in una nuova veste grafica firmata da Paolo Tassinari, raccoglie l’omaggio che il grande reporter italiano ha voluto fare alla capitale. Berengo Gardin, dalla seconda metà degli anni Cinquanta ad oggi, ha ritratto tutta la società romana, dal sottoproletariato all’aristocrazia, dagli operai ai borghesi: la potenza del suo sguardo ha colto attitudini e gesti, sintetizzando lo spirito della città. Il volume, ricco di inediti, è curato da Giuliano Sergio e arricchito dai testi di Michele Smargiassi e Simona Turco. Un’intervista rivela il forte e storico legame del fotografo con la Capitale: dal 1940 al 1947 Berengo Gardin visse a Roma gli anni dell’infanzia e della prima adolescenza, dove dovette fare i conti e scontrarsi con i valori morali e civili declamati dal regime e con i gesti quotidiani di una comunità che restò unita nel momento del tracollo. Un racconto per immagini dove la memoria del fotografo ci riporta ad una stagione drammatica che ha fondato la Roma contemporanea. Dietro la città fotografata dall’autore si nasconde la lezione morale della Roma dell’infanzia da lui vissuta, sotto gli echi della guerra e del fascismo imperante.

Una finestra sul paesaggio, sulle persone, una finestra su sessant’anni di società italiana.
È questo il racconto di Giuliano Sergio sulla Roma di Giovanni Berengo Gardin che si trasforma, in allestimento (a cura di COR arquitectos e Flavia Chiavaroli), mediante l’elemento frame. Il paesaggio multi-stratificato del Parco Archeologico dell’Appia Antica, inquadrato dalle finestre del casale antico di Santa Maria Nova, invade le sale espositive sotto forma di colore, quello dei nuovi fondali che definiscono gli spazi delle cinque sale di mostra. Su questo tessuto si declina il frame, che ospita le opere fotografiche del maestro senza sovrapporvisi, le inquadra nelle nicchie, le lascia fluttuare in una mise en scene che si moltiplica negli specchi creando un piano sequenza senza fine, le sospende su elementi autoportanti che ne facilitano la fruizione intima, diretta, empatica.

CHI È GIANNI BERENGO GARDIN

Nato a Santa Margherita Ligure nel 1930, ha iniziato a occuparsi di fotografia nel 1954. Dopo aver vissuto a Roma, Venezia, Lugano e Parigi, nel 1965 si stabilisce a Milano, dove comincia la carriera professionista dedicandosi alla fotografia di reportage, d’indagine sociale, di archi- tettura, di descrizione ambientale.

Ha collaborato con le principali testate italiane ed estere, ma si è dedicato soprattutto alla realizzazione di libri, con oltre 250 volumi fotografici all’attivo. Le sue prime foto sono pubblicate nel 1954 sul settimanale Il Mondo, diretto da Mario Pannunzio, con cui collabora fino al 1965. Dal 1966 al 1983 ha lavorato per il Touring Club Italiano, realizzando un’ampia serie di volumi sull’Italia e sui Paesi europei, e per l’Istituto Geografico De Agostini di Novara. Ha collaborato assiduamente con l’industria (Olivetti, Alfa Romeo, Fiat, IBM, Italsider, ecc.) realizzando reportage e monografie aziendali. Dal 1979 al 2012 ha documentato per Renzo Piano le fasi di realizzazione dei suoi progetti architettonici.

Ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, ha tenuto circa 360 mostre personali in Italia e all’estero, tra cui le grandi antologiche di Arles nel 1987, di Milano nel 1990, di Losanna nel 1991, di Parigi nel 1990 e nel 1997. Ha esposto alla Leica Gallery di New York nel 1999, alla Maison Européenne de la Photographie di Parigi e allo Spazio Forma di Milano nel 2005.

Nel 2014 e nel 2015, con il Fondo Ambientale Italiano, ha esposto a Milano (Villa Necchi) e a Venezia (Negozio Olivetti) il suo reportage di denuncia sul passaggio delle grandi navi a Venezia.

Nel 2016 la mostra “Vera fotografia. Reportage, immagini, incontri”, al PalaExpo di Roma, ne ha ripercorso la lunga carriera attraverso i principali reportage e oltre 250 fotografie.

Ha inoltre partecipato a Photokina di Colonia, all’Expo di Montreal, alla Biennale di Venezia, alla celebre mostra “The Italian Metamorphosis, 1943-1968” al Guggenheim Museum di New York nel 1994.

Le sue immagini fanno parte delle collezioni di importanti musei e fondazioni culturali, tra cui la Calcografia Nazionale di Roma, il MOMA di New York, la Bibliotheque Nationale, la Mai- son Européenne de la Photographie e la Collection photo FNAC di Parigi, il Musée de l’Elysée di Losanna, il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid.

Nel 1972 la rivista Modern Photography lo annovera tra i “32 World’s Top Photographers”. Fa parte degli 80 fotografi scelti nel 2003 da HCB per la mostra “Les choix d’Henri Cartier-Bresson”. Nel 2015 Hans-Michael Koetzle gli dedica diverse pagine nel volume “Eyes Wide Open! 100 Years of Leica Photography”.

L’intera produzione e l’archivio di Gianni Berengo Gardin sono gestiti da Fondazione Forma per la Fotografia.

IL CASALE DI SANTA MARIA NOVA: DA PROPRIETÀ PRIVATA A SPAZIO PUBBLICO

Nel 2008 la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma ha voluto assicurare alla proprietà pubblica anche questo sito sull’Appia Antica, di elevato valore archeologico e parte integrante della adiacente area archeologica della Villa dei Quintili, acquisita dallo Stato nel 1985.

Una delle foto di Gianni Berengo Gardin in mostra. Ph. Alessandro Mancini

Il sito archeologico di Santa Maria Nova è stato acquisito mediante trattativa privata direttamente dal proprietario, il produttore cinematografico Evan Ewan Kimble, il 12 aprile 2006, e il Demanio dello Stato ha consegnato la tenuta alla Soprintendenza il 5 giugno 2008.

Successivamente la Soprintendenza e poi il Parco Archeologico dell’Appia hanno effettuato nell’area lavori di scavo, restauro, recupero funzionale e adeguamento degli impianti per la valorizzazione e la pubblica fruizione, con l’obiettivo del recupero totale del sito e del Casale.

Studi specialistici ancora in corso sulle molteplici fasi costruttive che si sviluppano dal II secolo d.C. fino agli interventi ottocenteschi e novecenteschi, stanno fornendo un quadro di inaspettata complessità e ancora in evoluzione. Il Casale di Santa Maria Nova rappresenta pertanto una tangibile testimonianza dell’evoluzione del paesaggio umano sull’Appia e di una frequentazione che, dalle più precoci fasi romane fino ai nostri giorni, non si è mai interrotta.

Il nucleo originario del Casale è formato dal monumento romano, databile alla prima metà del II secolo d.C., costruito come cisterna o castellum aquae, ma che forse, in realtà, non ha mai svolto questa funzione. La struttura, a due piani, è caratterizzata da poderosi contrafforti esterni disposti sugli angoli e lungo le pareti longitudinali. L’interno originariamente era suddiviso in quattro vani comunicanti e all’esterno era situata una scala di accesso al piano superiore, le cui tracce sono ancora visibili (lato nord), mentre le scale sulla facciata meridionale sono di epoca successiva.

In età tardo-romana avviene la sopraelevazione della torre con funzione difensiva e di avvistamento, realizzata verosimilmente nel corso delle guerre greco-gotiche (VI d.C.).

Le fonti attestano che nel 1208 venne costituito il nucleo del Casale, inteso come insieme di appezzamenti di terreno e fabbricati destinati alle attività agricole. Questo luogo alla fine del XIII secolo è conosciuto come la tenuta del Casale detto Statuarium, di proprietà della chiesa di Santa Maria Nova, attuale Santa Francesca Romana sul Palatino. Nel 1364 è in possesso dei Monaci Olivetani di Santa Maria Nova, che lo concedono in affitto per la conduzione agricola.

Tra il XIII e il XIV secolo si realizza la sopraelevazione della torre, l’accorpamento del fabbricato a ridosso del lato settentrionale e la costruzione del redimen, ossia la cinta muraria; in questa fase assume l’aspetto tipico del casale della campagna romana.

Nel XVI secolo il caseggiato viene ampliato per le rinnovate esigenze della conduzione del fondo agricolo. In questa fase sono realizzati la sopraelevazione del corpo principale e della torre, i due recinti adiacenti il redimen (il recinto medievale) e il piccolo vano semicircolare, che si erige sui resti del pianerottolo della scala romana. Questo corpo annesso è plausibile sia stato utilizzato come luogo di preghiera dai monaci Olivetani o dai loro fattori.

Intorno al corpo di fabbrica principale si consolida il sistema dei tre cortili riservati a orto, corte del Casale e pascolo per gli animali domestici. L’edificio è utilizzato al piano terra per l’immagazzinamento delle derrate, degli attrezzi e quant’altro necessario per lo svolgimento dell’attività agricola, al piano superiore per l’abitazione dei conduttori del fondo.

Viandanti sull’Appia Antica. Dipinto del 1858 di Arthur John Strutt. Fonte: Bonhams/Wikipedia commons

Nel 1660 la proprietà è ancora dei Monaci Olivetani e rimane tale fino al 1873. Lo stemma dell’Ordine, scolpito su vecchi cippi di confine del tenimentum, è visibile su due gradini della scala moderna, costruita a ridosso del lato principale del Casale.

Nel 1950 il conte Iacopo Marcello incarica l’architetto Luigi Moretti di redigere il progetto di ristrutturazione dell’edificio. L’intervento è riconoscibile nelle aperture longitudinali realizzate nella muratura antica e nelle opere eseguite per la diversa distribuzione degli spazi interni, funzionali solo a soddisfare le esigenze abitative. In questa fase si afferma il carattere esclusivamente residenziale del fabbricato.

Nel 2006 la Soprintendenza acquista il complesso archeologico per assicurarne la conservazione e il pubblico godimento. Dal 2018, dopo l’attuazione del progetto di restauro e di adeguamento funzionale per la pubblica fruizione, il complesso di Santa Maria Nova accoglie eventi culturali.

Dettagli evento

Luogo:
Casale di Santa Maria Nova Via Appia Antica, 251, Roma
Date:
29/09/2019 - 12/01/2020
Orario:
dal 27 ottobre al 12 gennaio dalle 9:00 alle 16:30
chiuso il lunedì, il 25 dicembre e il 1º gennaio
Costo:
Intero 5€ (valido 2 giorni ingresso combinato con Villa dei Quintili e Mausoleo di cecilia Metella); ridotto 2€ per i cittadini UE tra i 18 e i 25 anni; gratuito per i cittadini UE sotto i 18 anni
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