Dopo quasi cinquant’anni dalla prima personale del 1970, Palazzo Reale ospita di nuovo il grande metafisico in una notevole esposizione che raccoglie quasi un centinaio di opere provenienti da Roma, Venezia, Parigi, New York e addirittura San Paolo in Brasile. La mostra, curata da Luca Massimo Barbero in collaborazione con la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, avviata dalla vedova dell’artista nel 1986, si concentra sull’evoluzione pittorica dechirichiana. Il percorso espositivo, che non vuole essere una sequenza didattica né una mera elencazione cronologica, vuole esporre i temi salienti della poetica di una delle figure più complesse delle avanguardie italiane e internazionali.

L’esposizione si articola così attraverso otto sale, divise per nuclei tematici inediti, che, come spiega il curatore, non vogliono concentrarsi sui soggetti ma sul modo in cui vengono dipinti. La prima grande sala, infatti, raccoglie opere del periodo giovanile, accomunate dal tema centrale della famiglia: figlio di nobili italiani, Giorgio de Chirico nasce in Grecia nel 1888 dove, insieme al fratello minore Andrea Alberto, viene istruito fin dalla più giovane età all’amore per le arti. La morte del padre, che sconvolge irrimediabilmete l’infanzia dei due fratelli, segna l’inizio di un lungo peregrinare secondo la volontà della madre, che trasferisce la famiglia in Baviera. Qui Giorgio approfondisce lo studio della pittura all’Accademia di Belle Arti di Monaco mentre il fratello segue lezioni di musica. Proprio in Germania, Giorgio conosce la corrente simbolista e rimane affascinato dall’indecifrabile mondo fantastico di Arnold Böcklin.

“L’incertezza del poeta”, 1913

Da allora la cripticità peculiare del simbolismo diventa uno dei tratti distintivi delle opere di Giorgio de Chirico: ogni quadro infatti deve essere letto in chiave simbolica, con elementi che spesso rimandano alla sfera biografica dell’autore. Nella prima sala, per esempio, “La partenza degli Argonauti” oltre che essere un chiaro rimando alla classicità e alle origini greche di de Chirico, simboleggia il triste abbandono della terra natia e dei continui viaggi che affronteranno i due fratelli.

Dopo la Germania e diverse tappe italiane, infatti Giorgio si trasferisce a Parigi, dove i suoi lavori vengono per la prima volta riconosciuti e apprezzati a livello internazionale, anche da grandi artisti, come Pablo Picasso. Il suo stile è cambiato e proprio a questo periodo si fa risalire la nascita della Metafisica, vera e propria avanguardia fondata da de Chirico stesso. Al contrario di tutte le avanguardie europee del tempo, però, la Metafisica non nasce per stravolgere completamente i canoni dell’arte accademica.

Viene data bensì centrale importanza a diversi punti cardine del modello classico, come la prospettiva, le scene mitologiche e le nature morte. La dimensione prepodenderante che caraterrizza le opere è quella dell’immobilità, del silenzio e della malinconia. Troviamo infatti una quasi totale assenza di figure umane con un senso di solitudine totalizzante, in un mondo che riconosciamo come il nostro ma in cui la vita sembra insostenibile. La seconda sala raccoglie dunque diverse opere del periodo parigino accomunate da un misterioso significato, tutt’oggi ancora dibattuto: per esempio, “L’incertezza del poeta” dove la composizione di oggetti illogicamente accostati crea un’atmosfera quasi onirica.

Ma è nel periodo ferrarese che il grande artista definisce pienamente i canoni della propria “Metafisica”, presentati eloquentemente nella terza sala. Da questo momento in poi la sua persona viene osannata come la più visionaria dell’epoca contemporanea e diventa uno dei pittori più ricercati d’Europa. Ma, sebbene conosciamo la natura controversa degli artisti, non sapremo mai cosa ha portato de Chirico, nel suo periodo di maggior successo, ad abbandonare lo stile della sua stessa avanguardia e ritornare a canoni romantici ormai obsoleti per l’epoca. Osserviamo infatti un completo cambiamento del significato della sua pittura: la simbolica narrazione biografica e le criptiche composizioni trasognanti lasciano ora il posto a una minuziosa attenzione per la qualità pittorica.

Come si può osservare nella quarta sala, ritornano quindi temi tipici del Rinascimento e del Romanticismo: scene mitologiche e paesaggi naturalistici. Sebbene la critica non si risparmi in alcun modo contro la decisione del pittore, la sua svolta stilistica non si limita ad essere una pedissequa ripresa dell’antico ma mantiene caratteri originali, come un profondo alone di mistero e un senso estetico quasi anti-grazioso. Nella mente dell’artista però rimane ancora vivo uno dei temi fondamentali della propria metafisica: il manichino. Sebbene infatti sia già apparso diverse volte durante il periodo parigino e ferrarese, la figura dell’automa ritorna nelle opere di metà anni venti quasi monopolizzando la sua intera produzione, come presentato nella quinta sala.

Mantenendo l’attenzione sulla figura umana, ci spostiamo nella sala sei, dove il nudo viene di nuovo preso come sommo modello di bellezza, in un ritorno all’antico che riprende anche il soggetto classico dei cavalli. Un’altra serie estremamente importante, che sottolinea il legame indissolubile fra pittura dechirichiana e mondo classico, è quella dei gladiatori. I guerrieri della sala sette hanno però perso ogni spirito eroico e i loro corpi sono flessuosi, quasi disarticolati, costretti a contorcersi su loro stessi in spazi angusti e claustrofobici. Si susseguono poi diverse opere raccolte per nuclei tematici: la famosa serie dei “bagni misteriosi”, gli autoritratti iperrealistici, quadri a tema mitologico e infine uno strenuo ritorno alla metafisica. La mostra si chiude infatti con l’ottava sala, in cui sono presentati i “nuovi soggetti” della neometafisica: i cavalieri elettrici che hanno affascinato Dino Buzzati, i palcoscenici tanto amati da de Chirico, i soli neri dedicati ad Apollinaire e, infine, le celebri “Muse inquietanti” che hanno stregato Warhol. Ciò che caratterizza di più l’evoluzione pittorica dechirichiana è proprio la varietà e la volubilità con cui l’artista da uno stile approda al suo esatto opposto. La mostra rende alla perfezione questi repentini cambi formali, mantenendo però un filo cronologico e tematico che accompagna l’intero sviluppo della sua pittura. Il percorso è in grado di restituire un’autentica visione del mondo attraverso gli occhi di Giorgio de Chirico ed è facile meravigliarsi davanti all’immensità di universi creati dalla sua mente. Barbero ci presenta così, da un punto di vista totalmente inedito, i mille volti di un artista che molti identificano solo come “il padre della Metafisica”, facendoci innamorare di un genio che non tutti comprendono.

 

Dettagli evento

Luogo:
Palazzo Reale, Milano
Date:
25/09/2019 - 19/01/2020
Orario:
lunedì 14.30- 19.30
martedì, mercoledì, venerdì, domenica 9.30- 19.30
giovedì, sabato 9.30-22.30
ultimo ingresso un'ora prima della chiusura
Costo:
da 6€ ai 16€
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