L’arte contemporanea è capace, a volte, di richiamare sentimenti ancestrali e di connetterli ad emozioni non ancora definibili. È quello che accade durante la nuova mostra ospitata negli spazi del Pirelli Hangar Bicocca, ormai una delle più riconoscibili e apprezzabili istituzioni milanesi che si focalizzano sull’arte contemporanea in tutte le sue forme. La mostra “… the Illuminating Gas”, curata da Roberta Tenconi e Vicente Todolì, rappresenta la più grande esposizione mai realizzata da Cerith Wyn Evans, artista gallese che a partire dagli anni Novanta si avvicina all’arte concettuale, dopo un’interessante esperienza come regista sperimentale. I riferimenti presenti nei suoi lavori sono molteplici: dalla cultura giapponese al dadaismo di Duchamp, dalle forme islamiche alla prospettiva rinascimentale.

Cerith Wyn Evans, installation view (foto di Alberto Villa)

L’attenzione nei confronti di Marcel Duchamp si evince già dal titolo della mostra: esso, oltre a nominare il materiale di cui si compongono la maggior parte delle opere esposte, è la traduzione inglese dell’ultima parte del titolo di una delle opere più significative del grande artista francese: “Étant donnés: 1° la chute d’eau, 2° le gaz d’eclairage…”. Cerith Wyn Evans utilizza il neon in diversi modi nella realizzazione delle sue sculture. L’artista disegna forme e scrive con la luce, rifacendosi anche all’arte italiana del secondo Novecento, che nel neon trova spesso un grande mezzo espressivo: è il caso, tra gli altri, di Lucio Fontana e Mario Merz (entrambi protagonisti di grandi esposizioni al Pirelli Hangar Bicocca), nonché di Nanda Vigo. Nascono così colonne e grovigli di luce che meravigliano il visitatore non solo per la sua imponenza, ma anche per la loro variabilità.

Tema centrale dell’esposizione, e in generale dell’arte di Cerith Wyn Evans, è il concetto di vuoto. Secondo l’artista, il vuoto è in realtà pieno di significati, e ha un’importanza fondamentale nell’atto artistico: esso è infatti l’inapparente dimensione che concede l’apparire. Tale concezione dell’elemento del vuoto si rifà non solo a una teoria artistica condivisa da molti (tra i quali Paul Klee), ma si connette anche a un concetto fondamentale della cultura e dell’estetica giapponese: il ma. Molte delle opere esposte, infatti, fanno parte di una serie intitolata Neon Forms, che consiste nella rappresentazione grafica degli schemi di movimento (diagrammi dei kata) di una tradizionale forma di teatro giapponese: il Nō. Esso, come tutta l’arte giapponese, trova il suo fondamento nella sospensione, nel vuoto e nella pausa (ovvero nel concetto di ma). Dopotutto lo stesso neon non è altro che un gas, e dunque una dimensione apparentemente assente, che però si rivela ed esplode nell’atto creativo di diffondere luce. L’arte di Evans si interroga dunque sul labile confine tra visibile e invisibile, tra materiale e immateriale, riuscendo a coniugare l’apparente all’inapparente.

I campi semantici da cui Cerith Wyn Evans attinge sono innumerevoli: nell’intrico di fili luminosi di cui si compone l’opera Forms in Space… by Light (in Time), ad esempio, è riconoscibile la formula della struttura molecolare dell’LSD sintetizzata dal chimico Albert Hofmann nel 1938. L’artista, inoltre, utilizza diversi materiali ed elementi per conferire sensazioni che coinvolgono diversi sensi contemporaneamente, in sinestesie uniche e sempre originali. È il caso dell’opera Composition for 37 Flutes (in two parts): un sistema meccanico insuffla aria dall’ambiente circostante attraverso 37 flauti di vetro disposti su due sostegni circolari, creando un’armonia allo stesso tempo artificiale e naturale. Il ritmo di tale suono richiama quello del respiro umano, elevando le strutture meccaniche al livello di polmoni veri e propri e instaurando una particolare relazione tra organico e inorganico che ha molto seguito nell’arte contemporanea (qui un articolo più approfondito sull’argomento).

Il maggior impatto visivo è sicuramente dato da StarStarStar/Steer (totransversephoton), un’opera site-specific che apre l’esposizione. Essa si compone di sette altissime colonne realizzate mediante l’utilizzo di lampade a led che si illuminano e si spengono a ritmi alterni, secondo una partitura concepita dall’artista stesso. Il concetto stesso di colonna, però, viene stravolto, in quanto in realtà i pilastri di luce di Evans sono sospesi dal soffitto e fluttuano nello spazio, senza il tipico compito di sostenere un qualsiasi altro elemento: l’artista dunque guarda al passato con gli occhi del presente, e lo risemantizza secondo gli schemi liberi dell’arte concettuale. Le sette colonne, inoltre, si collegano indirettamente a un’installazione permanente del Pirelli Hangar Bicocca, i Sette Palazzi Celesti del neoespressionista Anselm Kiefer. In altre versioni dell’opera, essa è realizzata con lampade a luce incandescente, oggi non più in produzione. Questo permette all’artista anche una profonda analisi sulla tecnologia e sulla sua natura intrinsecamente collegata all’obsolescenza, testimonianza di un continuo superamento e mantenimento del passato, in una sintesi hegeliana che volge lo sguardo verso l’evoluzione tecnologica e artistica.

Nel Cubo, lo spazio espositivo al termine della mostra, vengono presentate installazioni di Evans di diversa tipologia: particolarmente interessante è S=U=T=R=A, la coppia di enormi lampadari costituiti da forme lineari e geometriche. Il loro design, originariamente concepito per una moschea iraniana negli anni 70, viene ripreso dall’artista e analizzato come forma artistica. Un’altra installazione rilevante è Still Life (in course of arrangement…), in cui luce, spazio e natura si incontrano, producendo un ambiente unico: due fasci luminosi investono alcune piante poste su superfici rotanti. Le piante sono un chiaro riferimento all’arte del belga Marcel Broodthaers e alla sua riflessione sulla storia coloniale del Belgio.

Cerith Wyn Evans, S=U=T=R=A, 2017 (foto di Alberto Villa)

Pirelli Hangar Bicocca si conferma come un’istituzione caratterizzata da forte sperimentalismo e importante spirito d’avanguardia. La scelta di esporre una personale di Cerith Wyn Evans dimostra la grande competenza di Vicente Todolì, direttore artistico dal 2013, nonché il dinamismo della struttura stessa che, mostra dopo mostra, si presta ad ospitare perfettamente le diverse tipologie di installazioni. La suggestività del luogo, un’ex fabbrica di locomotive, esalta le opere di Evans e amplifica il coinvolgimento emotivo dello spettatore. Le monumentali installazioni di Cerith Wyn Evans risultano perfettamente compatibili con la contemporaneità: la frenesia del nostro tempo invita a riflessioni sostanziali, facendoci capire che forse dovremmo soffermarci più spesso a meravigliarci di fronte alla complessa semplicità della luce e del vuoto.

Dettagli evento

Luogo:
Pirelli Hangar Bicocca, Via Chiese, 2, 20126 Milano MI
Date:
31/10/2019 - 23/02/2020
Orario:
lunedì-mercoledì: chiuso
giovedì-domenica: 10-22
Costo:
Ingresso libero
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