Uno degli artisti  di maggiore rilevanza nella scena dell’arte contemporanea italiana è senza dubbio Matteo Fato, nato a Pescara nel 1979 e vincitore del premio Cramum. In occasione dei suoi quarant’anni, età a partire dalla quale un artista è chiamato a confermare le aspettative create in gioventù e ad affermarsi nel panorama artistico, il Museo Studio Francesco Messina di Milano ospita la sua personale “Il presentimento di altre possibilità”, a cura di Sabino Maria Frassà. La mostra si presenta come un dialogo tra le diverse opere dell’artista e quelle di Francesco Messina, scultore che ha segnato l’arte italiana del ventesimo secolo.

Nell’esposizione, le opere giovanili di Matteo Fato si intrecciano a quelle più recenti. Quest’accostamento per l’artista costituisce una sintesi del suo lavoro, ben definibile attraverso il concetto hegeliano di Aufhebung. Per Hegel, la sintesi altro non è che la terza fase della dialettica, il superamento e allo stesso tempo l’unione di tesi e antitesi: è la convivenza dei contrari e il raggiungimento della piena conoscenza. La sintesi tra pittura e scultura percepibile in mostra non è che il punto di partenza di un viaggio che porta alla ricerca dei destini ultimi dell’uomo e dell’universo, un’escatologia inafferrabile che rappresenta la finalità dell’arte. Lo spettatore resta vittima di un iniziale smarrimento, dato dall’accostamento di opere così diverse inserite negli ambienti stranianti di una chiesa barocca sconsacrata. Tale sensazione apre la strada a una rilevante quantità di dubbi e di tensioni che, attraverso il pensiero di Kierkegaard, vanno a spiegare il titolo della mostra. Il filosofo danese scriveva: “L’angoscia è il primo riflesso della possibilità, un batter d’occhio, e tuttavia possiede un terribile incantesimo”. L’angoscia che il visitatore può provare, non è altro, dunque, che il presentimento di altre possibilità. E l’origine di tutto ciò è la semplice, ma al tempo stesso straordinariamente complessa, esperienza artistica. Essa è frutto della creatività umana, ciò che per Matteo Fato rappresenta la fede capace di allontanare l’uomo da ogni incertezza e angoscia.

Studio Museo Francesco Messina di Milano (Courtesy: the artist and Monitor Rome, Lisbon)

L’opera-manifesto della sintesi tra Fato e Messina è senza dubbio Ritratto di un autoritratto, ovvero il ritratto dell’autoritratto di Francesco Messina, realizzato da Matteo Fato attraverso la sua inconfondibile tecnica pittorica che, in un misto di colori caldi e freddi, fa vibrare l’immagine di vitalità ed energia. Tale tecnica si propaga tra le tele di Matteo Fato, in particolare in Eresia (del) Florilegio, un’opera che rimanda al suo periodo di formazione ad Urbino e che simboleggia, tanto nello stile quanto nella raffigurazione, la volontà di opporsi alla cristallizzazione che spesso, purtroppo, pervade l’arte. Il soggetto, un busto senza testa che sorregge una tavolozza di colori, è molto forte nella sua composizione e nella gamma cromatica utilizzata. La figura, che si risalta sulla tela di lino, sembra immersa in un non-luogo, in modo da estraniarla completamente da qualsiasi contesto e quindi enfatizzarne il  significato ultimo.

Allo stesso modo, la metafora dell’arte prende forma anche in scultura: al centro di una stanza dei piani superiori del museo, si erge un manichino (che ricorda quasi De Chirico) la cui testa è costituita da una sfera di colori imprigionata da quelli che sembrano essere due cavalletti incrociati. L’opera si inserisce perfettamente tra i busti realizzati da Francesco Messina che la circondano, come se fosse stata ideata proprio per quel luogo; il visitatore riesce quindi a capire e apprezzare completamente il dialogo tra questi due artisti. Il tema del cavalletto ritorna anche in altre opere di Fato esposte in mostra, come in Per gli angeli più alti, una riproduzione di un cavalletto alta più di cinque metri, oppure in (Osservando la parola), opera che gioca sull’accostamento di forme rettangolari in diverse soluzioni (un quadro monocromatico nero, un cavalletto in legno e due riquadri al neon) instaurando un confronto simbiotico tra antico e moderno.

Al piano inferiore si può ammirare anche una delle opere più particolari della mostra: (Corna di bue), ovvero la raffigurazione di un uomo che tiene di fronte al suo capo, come se fosse un paio di corna, il manubrio di una bicicletta. Il dipinto, fatta eccezione per la maglietta verde dell’uomo e per il manubrio, è completamente di colore giallo, in modo che persino il volto e le braccia della figura si confondano con lo sfondo. Infine, tra le costanti care all’artista, si annovera il tema della pigna, simbolo di un’arte delle piccole cose e richiamo alla natura: la serie di ci fanno parte le opere dedicate al ciclo della pigna si intitola proprio Cose Naturali.

Matteo Fato si riconferma come uno degli alfieri dell’arte contemporanea italiana, superando a pieni voti la “prova dei quarant’anni” e riassumendo la sua visione dell’arte in una mostra che parla tanto di lui quanto di tutti noi. Analizzando il rapporto tra oggetto artistico e soggetto vivente che lo esperisce (sia creandolo sia ammirandolo), Fato si propone come artista in grado di rappresentare al meglio l’importanza dell’arte contemporanea nella società odierna nella sua concezione di sintesi, dialogo e unione. L’arte di Matteo Fato, sottraendosi al reale, riesce ad analizzare le verità più profonde degli oggetti e la loro intima complessità,  provocando nello spettatore l’angoscia e allo stesso tempo la percezione di una perfetta armonia con ciò che lo circonda, ovvero il presentimento di altre possibilità.

Dettagli evento

Luogo:
Studio Museo Francesco Messina, Via San Sisto 4, Milano
Date:
24/05/2019 - 23/06/2019
Orario:
martedì-domenica: dalle 10 alle 19
Costo:
Ingresso grauito
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