In occasione di Openhouse, evento che annualmente offre la possibilità di partecipare a visite guidate in edifici e palazzi non sempre aperti al pubblico, il team di Artwave si è recato a curiosare nei meandri di una delle più imponenti costruzioni di Roma Nord.

Il Palazzo della Farnesina, oggi sede del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, nacque nel 1933 su progetto degli architetti vincitori di un concorso indetto dal duce, ossia Enrico Del Debbio, Arnaldo Foschini e Vittorio Ballio Morpurgo. Destinato inizialmente ad essere sede del Littorio (successivamente spostata nel quartiere EUR), fu adibito a Ministero degli Esteri solo nel 1940. L’intero edificio rispetta meticolosamente tutti i dettami e i canoni previsti dall’architettura razionalista, sobria ma d’ispirazione classicista, come si evince dalle numerose colonne, dagli archi di travertino, dalle statue e dai bassorilievi decorativi spesso ricorrenti; una sorta di amalgama tra le tendenze moderne dell’epoca e il gusto per il glorioso passato di Roma (G.Gallimard). Dagli anni 2000 è avanzata l’idea che le geometrie dell’edificio potessero divenire il luogo ideale per ospitare una collezione di opere d’arte contemporanea: attualmente, essa ne conta circa 450, tutte selezionate da un comitato artistico-scientifico. Ogni tre anni si rinnovano (sono infatti in comodato d’uso) tranne quelle create appositamente per il ministero. Ad oggi, quelli arricchiti dalle opere d’arte sono i piani terra, rialzato, il primo, il secondo ed il quarto. I

capolavori sono riconducibili ad artisti appartenenti a varie epoche del Novecento e a varie correnti, tra cui Futurismo, Metafisica, Arte povera, Pop art e Transavanguardia. Sono inoltre esposti alcuni lavori di giovani artisti emergenti attuali.

Il nostro tour inizia al piano rialzato, dove, oltre a Pistoletto, Emilio Vedova ed Osvaldo Calò, è esposta una significativa opera di Alessandro Coticchia, meglio noto come Sandro Chia, rappresentativa del movimento di transavanguardia diffusosi dagli anni Settanta, a seguito della crisi economica successiva al boom economico. L’opera invoca, infatti, un ritorno ai valori tradizionali, quali famiglia e lavoro agricolo, in contrapposizione al contesto storico degli anni di piombo che stavano per avanzare.

Il primo piano è quello che ospita, tra i tanti, l’ufficio del Ministro degli Esteri; l’attenzione viene catturata dalla scultura sferica di Maurizio Mochetti, che forandola in più punti compie un esplicito riferimento alle tele bucate di Lucio Fontana. Tuttavia, Mochetti, esaspera di più il concetto della ricerca dell’infinito, e la posizione centrale della sfera nella stanza rende lo spazio maggiormente metafisico, quasi creando giochi di materia e di luce.

Avanzando ci s’imbatte in un Kounnelis, uno dei maggiori esponenti dell’arte povera, che quasi ci invita ad entrate in contatto con la materia; è poi la volta dell’arte cinetica, e nello specifico di “Dinamica obliqua” di Alberto Biasi: gli spettatori diventano coautori dell’opera mediante il proprio movimento.

La sala delle conferenze internazionali è dominata da un luminoso lampadario, il quale contrasta con i colori spenti e freddi dell’arazzo decorativo, databile successivamente, nello specifico risalente ad un concorso indetto nel 1968. Tra una sala e l’altra gli occhi continuano stupefatti a riempirsi con la meraviglia celata nelle infinite stanze, dove è stata scritta e continuerà ad essere scritta la storia. Le teche contenenti il materiale della mostra sui sessanta anni del “Trattato di Roma”, però, impediscono alla scultura di Arnaldo Pomodoro di cogliere pienamente il senso di spazialità circostante. Superato il corridoio vetrato, si giunge dinanzi all’opera astrattista di Piero Dorazio: la scelta dei colori è libera, senza regole, l’arte può anche essere solo e soltanto bella, senza obbedire a particolari leggi o canoni definiti.

Il secondo piano ospita una collezione (ancora in allestimento) di opere riconducibili alla Pop-art romana, di cui uno dei maggiori esponenti è Tano Festa, colui che (a differenza di Wharol, il quale mercificava oggetti d’uso quotidiano e personaggi famosi), cercò di rendere un’icona la Sibilla Delfica di Michelangelo.

La visita prosegue quindi al quarto piano, dedicato all’esposizione dei primi progetti di Del Debbio sulla struttura del palazzo e gli interni delle stanze. Dalle bozze esposte non si può prescindere dall’esaltare la sua genialità, precisione e attenzione meticolosa ai dettagli, quasi come fosse un designer. Inoltre, vi è esposta un’ulteriore esibizione, dal titolo “Sistema”; è qui che emerge tutta l’attenzione ai giovani artisti di oggi. La parte finale della visita ci ha scortati nuovamente verso il basso, questa volta al piano zero, per ammirare l’installazione di Michelangelo Pistoletto, che cerca ancora una volta di sensibilizzare lo spettatore su tematiche legate all’ecologia: utilizza, infatti, oggetti riciclati. Sedie che permettono di riflettersi nello specchio rappresentante il mar Mediterraneo, una sorta di invito a far parte di quello specchio pieno di differenze, che è l’Europa. Il titolo dell’opera ne spiega il profondo significato: “Love difference – Mar Mediterraneo”.

Foto di ©Mariarita Persichetti

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