All’ombra della grande mole di Santa Maria in Campitelli, nell’omonima piazza romana, si erge palazzo Albertoni Spinola, che al piano terra, accoglie gli spazi della galleria Casoli Deluca. Ampliata da qualche mese a questa parte, dopo le solo exhibitions di Lo Savio e Duchamp, questa galleria ha presentato nei giorni scorsi la sua terza mostra intitolata ”Oro d’Italia” – un’esposizione  collettiva di  oltre 70 pezzi con l’obiettivo di rileggere  l’arte italiana del XX secolo, in particolare della seconda metà del Novecento, attraverso una selezione di opere di artisti italiani di fama internazionale che impiegano o hanno impiegato l’oro nella propria pratica artistica. In collaborazione con la curatrice della fondazione Pinault, Elena Geuna, la galleria offre al pubblico un articolato percorso che si muove attraverso i fondi oro delle narrazioni sacre dei maestri tra il Trecento e il Cinquecento fino ad arrivare alla contemporaneità con le opere di alcuni tra gli artisti più rappresentativi della storia dell’arte italiana.

Sempre nuovo eppure sempre uguale a se stesso, questo metallo nobile si ritrova inaspettatamente nella pratica artistica di un nutrito nucleo di artisti del panorama dell’arte povera e i pezzi in mostra ci ricordano quanto l’oro possa essere un medium con cui esprimersi senza piombare nel suo affascinante carattere iconico: numerose opere di Lucio Fontana testimoniano quanto questo prezioso materiale giunse nei tagli e nei buchi dell’artista e come fu reinterpretato e squarciato in chiave ironica nella celebre Z mistificatoria fondo oro in mostra dell’infant terrible dell’arte concettuale Maurizio Cattelan.

Oltre trenta i chili di oro che compongono uno dei pezzi più preziosi della mostra: La nona ora del 2015, di Maurizio Cattelan proveniente da Londra ed inedito assoluto nell’opera dell’artista.

In primo piano Bellimbusto Triulussa di Luigi Ontani in ceramica policroma del 2004/2016 e La Nona ora di Maurizio Cattelan in oro del 2015 Credits: Pedro Silvani

Ampia la sezione dedicata a Burri, anche lui affascinato in alcune piccole composizioni materiche  dal prezioso materiale. Timido e da scovare il comunicativo ricamo di Boetti in mostra che ci ricorda quando il silenzio sia d’oro.

Ricca e cospiqua la sezione dedicata al gioiello contemporaneo con opere di Nunzio, Fabro, Pomodoro, Novelli, Consagra e la sorprendente Maria Lai, sezione che mostra come molti artisti contemporanei si siano interessati nella produzione di opere di gioielleria e piccola arte applicata  di grande curiosità e valore. Oro d’Italia mette in mostra idealmente una selezione di gioielli artistici narrando come della sua funzione più spirituale a quella più mondana e concettuale. L’opera di Penone in mostra diviene emblematica per comprendere come questo materiale abbia acquisito nella sua poetica un signifciato più simbolico, celebre la sua foglia d’oro tra la distesa di spine, e come si stato usato per comporre creazioni da indossare per gioeilli, prestito per l’occasione in gran parte proveniente dalla collezione Elisabetta Cipriani.

In mostra i sottili equilibri metallici di Fausto Melotti provenienti dall’omonima fondazione di Milano, che si confrontano in maniera schietta e diretta con i volumi gonfi e artificialmente tesi delle tele di Agostino Bonalumi e con le lettere in oro a caldo impresse nel feltro di Vincenzo Agnetti. Io che andrò oltre recita l’opera Ritratto d’artista di Agnetti – quasi un indicazione, un consiglio per affrontare lo spazialismo di Fontana, e il concettualismo che si ritrova nel raro  Achrome del  di Piero Manzoni, emblematico della ricerca a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta. In mostra la sinuosità d’oro di Enrico Castellani, i diademi di rimando classico di Giulio Paolini e le ceramiche a tutto tondo di Luigi Ontani – che per l’occasione ha offerto la sua mano per lettering grafico del titolo dell’audace esposizione.

Ritratto d’artista di Vincenzo Agnetti degli anni ’70 Credits: Pedro Silvani

Oro d’Italia pone l’accento sulla connessione materica e visiva che lega per l’occasione l’opera  Forma e Rumore di Giacomo Balla, vernice su carta dorata del 1913 che sembra anticipare le astrazioni trasparenti di Carla Accardi con la sua vernice su Sicofoil fondo oro, testimonianza di ricerca di forza e luce degli anni sessanta; e ancora, in mostra le grandi superfici dorate e nuvolose di Gino de Dominicis lavori inediti provenienti da collezioni private.

Tanti i pezzi in mostra opere provenienti dagli archivi degli artisti come l‘autoritratto d’oro del 1960 di Michelangelo Pistoletto, uno dei primi lavori dell’artista biellese, opera primordio di quelle che saranno le ampie serie di specchi in cui gli spettatori contemporanei continuano a immergersi. Delicato l’omaggio all’artista Chiara Fumai, in mostra con l’opera I ragazzi come me 1976 del 2017, prima della sua recente scomparsa, che attraverso questo fittizio microfono d’oro ci immerge nella sua pratica artistica più intima. In mostra anche le opere dei più contemporanei Tommaso spazzini Villa dove l’ombra del punto di vista si rispecchia nell’oro e un’opera dell’artista isdraeliano Shay Frish che avvicina il tema dell’oro ad una pratica artistica liquida,modulare e connessa con il mondo dell’elettrotecnica. Esposta anche un’opera di Remo Salvatori, che con la sua opera modulare Pavimento, ci lascia un anticipazione di quella che sarà la prossima solo exhibition negli spazi di Casoli De Luca.

Dettaglio dell’opera in vernice su Sicofoil di Carla Accardi Credits: Pedro Silvani

Dettagli evento

Luogo:
Galleria Casoli Deluca, Roma Piazza di Campitelli 2, 00186 – Roma
Date:
13/04/2019 - 13/07/2019
Orario:
martedì – sabato
ore 10:00-19:00
Costo:
Ingresso gratuito
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