Dopo un lavoro di ricerca durato due anni, Juliana Cerqueira Leite partendo dallo studio dei calchi delle vittime dell’eruzione del Vesuvio che distrusse le città antiche di Ercolano e Pompei nel 79 d.C, sviluppa un’interessante opera di comparazione fra le posizioni accovacciate e introflesse dei corpi restituiti dalla tecnica del calco di gesso dell’archeologo Giuseppe Fiorelli, le posizioni assunte dai ballerini della compagnia di danza di Martha Graham, fino alla postura in assenza di gravità degli astronauti della NASA. La posa di un individuo in condizioni antigravitazionali, infatti, appare identica sia a quella dei calchi di Pompei, sia alla “contrazione” della danza moderna.

La mostra diventa l’unione fra arte performativa, storia e scienza, includendo nell’allestimento una raccolta di fotografie tratte dagli archivi del Parco Archeologico di Pompei, della NASA e della Martha Graham Dance Company, in cui sono ritratti i calchi, i ballerini e gli astronauti nella cosiddetta contrazione o posizione del pugile. Tutti e tre i contesti che fanno da cornice a questa mostra rappresentano momenti in cui, lunghi periodi di intenso lavoro, hanno portato a svolte metodologiche per l’archeologia, la danza e l’esplorazione dello spazio. Sono tutti momenti cruciali in cui l’umanità ha compiuto sforzi per ridefinire sé stessa.

La scultrice ha lavorato pensando insistentemente alla ripetitività dei gesti corporei e alla relazione fra l’atto gestuale e le sue tracce materiali che restituiscono immagini, forme, gli oggetti e gli ambienti che restano dopo questo atto, creando delle “tactile body sculptures”. Catturando la flessione delle articolazioni, l’artista illustra la capacità del corpo di muoversi mentre, paradossalmente, lo congela, lo espone come fermo immagine materico, trasposto in arte.

Ha generato così una serie di opere chiamate “Contraction 1, 2, 3” . Esse sono agglomerati di gesso, alluminio e acciaio, che rappresentano allo stesso tempo, la scomposizione e la ri-agglomerazione di parti umane (calchi di parti del corpo della stessa artista).

Fianchi, polsi, gomiti, sono accatastati in maniera sconnessa come a formare un totem spugnoso e cavo che ci permette fisicamente di toccare e guardare attraverso gli echi del passaggio di un corpo e del tempo.

L’opera “Species – Specific” definisce molto bene il concetto di ripetitività gestuale in cui sono però condensati i più comuni sentimenti umani, come la reazione ad una minaccia e la paura. Il termine fight or flight è usato in psicologia per definire l’ampio raggio di reazioni umane quando si è in pericolo, specifiche di una specie animale. Per gli umani la reazione più comune è alzare le braccia sulla testa in atteggiamento difensivo. La scultura realizzata con un polimero specifico per stampanti 3d, nasce quindi da un interessante esperimento artistico e psicologico. La ballerina Meredith Glisson ha inscenato una serie di fight or flight responses, reazioni acute da stress, mentre veniva ripresa in uno studio di motion capture inscenando momenti di pericolo incombente. La cattura dei fotogrammi ha generato una serie di dati poi utilizzati per stampare la scultura che risulta così l’insieme di gesti istintivi e difensivi.

Per l’opera “Calcify” la scultrice ha fatto esattamente lo stesso lavoro svolto dall’archeologo Fiorelli per i calchi di Pompei. Ha realizzato tre calchi sovrapposti del suo corpo in postura contratta, con tre materiali diversi (gesso, argilla, sabbia) capaci di restituire o perdere i dettagli e i particolari del corpo.

Juliana Leite ha infine collaborato con Steven Dubowsky, professore del MIT, per sviluppare “Atlas” una scultura cinetica in ottone con una pietra neolitica che punta costantemente nella direzione lungo la quale la terra sta viaggiando, evidenziando così il nostro moto involontario e costante nello spazio. Sempre ispirata dagli studi della NASA realizza “Anthropometry”, che si riferisce agli studi antropometrici dell’agenzia spaziale, sulla capacità di movimento e raggio di azione del braccio di un astronauta ancorato al sedile dello shuttle. La scultura restituisce i movimenti e solchi delle dita che l’artista è riuscita a digitare stando fisicamente seduta dentro un globo d’argilla, come l’uomo di Vitruvio nella sua sfera.

Le sculture della mostra Orogenesis ci invitano a scrutare oltre e attraverso la loro porosità, lasciando che lo sguardo, penetrandole, faccia lo stesso viaggio delle fitte onde del passaggio del tempo. Esse per questo dialogano con le sculture dell’antica Ercolano nelle sale della Villa dei Papiri del Museo Archeologico di Napoli dove si svolge, non a caso, la mostra. Così come spiega il direttore del museo Paolo Giulierini, che intervistato dice:

“Il Museo Archeologico di Napoli è sempre aperto all’ arte contemporanea, bisogna spezzare questa dicotomia fra classico e contemporaneo, perché l’arte contemporanea, se è una buona arte, è già classica, il classico non si sposa con l’antico, il classico vale sempre a seconda del periodo. L’antico invece, se non è classico, diventa antico e francamente si può mettere da parte, quasi come se fosse spazzatura. D’accordo con l’artista e i curatori della mostra, Michele Iodice e Nadim Samman, ci è sembrato ideale collocare nelle sale dedicate alla Villa dei Papiri di Ercolano le sculture in mostra, non solo per il discorso dell’eruzione del Vesuvio e i calchi di gesso da cui è partita l’ispirazione di Juliana Cerqueira, ma soprattutto perché la Villa dei Papiri rappresenta un concentrato di scienza e sapienza racchiusa in migliaia di papiri carbonizzati che formavano una vastissima biblioteca ricca di dettami pitagorici, epicurei e filosofici, temi artistici, riflessioni sul cosmo. Tutto in queste sale ci rimanda a ciò, le statue delle danzatrici, i busti dei filosofi in bronzo, tutti temi e saperi che giungono intatti a noi e che,  come vediamo con Orogenesis, destano ancora curiosità e spunti di riflessione. Il merito di questa mostra è la capacità di sublimare in una scultura passato, presente e vision futura, si può dire che questo mondo è un totum simul che ha ancora da distribuire i semi del passato e quelli del futuro”.

Foto della conferenza stampa dell’apertura mostra Orogenesis. Da destra verso sinistra: L’artista Juliana Cerqueira Leite, il Direttore del Museo Archeologico di Napoli Paolo Giulierini, la resp.ufficio stampa del museo Antonella Carlo e il curatore della mostra Michele Iodice Ph. Rossella D’antonio

 

Immagine di copertina: le sculture Contraction 1 e 2 Ph. Rossella D’Antonio

Dettagli evento

Luogo:
Museo Archeologico di Napoli, Piazza Museo Nazionale 19
Date:
17/07/2019 - 22/09/2019
Orario:
Mercoledì, venerdì e domenica dalle 09:00 alle 14:00
(orari e giorni di visita validi fino giorno 8 settembre)
INFOPOINT tel. +39 081 4422 149
Costo:
Euro 15,00 Visita al museo più mostre temporanee
© riproduzione riservata