Nel corso dell’ultimo anno la Regio V del Parco Archeologico di Pompei non ha smesso di stupire per le sensazionali scoperte che si sono susseguite, ed ora che il Grande Progetto Pompei si avvia al termine torna fruibile un’ampia e importantissima zona degli scavi: via del Vesuvio, con le sue domus dai preziosi affreschi e il complesso delle Terme Centrali.

Il direttore Massimo Osanna e i funzionari responsabili dei cantieri di messa in sicurezza del Parco Archeologico di Pompei – Ph. Chiara Teodonno

Via del Vesuvio custodisce due tra le più straordinarie domus della Regio: la casa di Leda e il Cigno e quella degli Amorini Dorati. La prima, rinvenuta durante i lavori di messa in sicurezza e riprofilamento dei fronti di scavo, prende il nome dal raffinato affresco presente in uno dei cubicola (camere da letto). La scena, estremamente sensuale, rappresenta l’antico mito della regina Leda, moglie di Tindaro re di Sparta, nell’atto di congiungersi sessualmente con Zeus trasformato in cigno. Dal doppio amplesso, prima con Zeus e poi con Tindaro nasceranno alla schiusa delle uova, i gemelli Castore e Polluce (i Dioscuri), Elena (futura moglie di Menelao, il cui rapimento da parte di Paride sarà causa della guerra di Troia), e Clitennestra, moglie e poi assassina di Agamennone, re di Argo e fratello di Menelao.

La domus con il cubicolo affrescato di Leda e il Cigno e quello con Narciso in prospettiva – Ph. Chiara Teodonno

Oltre all’affresco di Leda, sulle pareti e sul soffitto (al momento in fase di restauro) dei cubicola,  sono presenti eleganti affreschi in IV stile, con ornamenti floreali e delicati, grifoni, cornucopie, amorini volanti, nature morte e scene di lotta tra animali. Pregiatissimo è anche l’affresco di Narciso che si scorge, mentre è intento a specchiarsi nell’acqua, sulla parete della stanza adiacente. Le pareti dell’ingresso sono decorate con l’immagine vigorosa e di buon auspicio del Priapo, rappresentato spesso in affreschi e mosaici di ville e abitazioni patrizie (in analogia con la vicina Casa dei Vettii). Il dio caratterizza la faucem, l’entrata della dimora, accogliendo gli ospiti con la sua funzione di augurio di fertilità e di buon auspicio e come amuleto contro invidia e malocchio. Di fronte all’ingresso è recentemente riemerso un affresco di Hermes dai colori vivaci.

La riapertura della Domus degli Amorini Dorati è avvenuta in seguito ad importanti interventi di messa in sicurezza e manutenzione. L’elegantissima abitazione di età imperiale deve il suo nome agli Amorini incisi su laminette d’oro, ora conservate al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che ornavano uno dei cubicola che si affacciano su uno scenografico giardino centrale contornato dal peristilio. La tipoligia di quest’ultimo è di tipo rodio, con il lato frontale dell’ingresso munito di colonne di maggiore altezza rispetto a quelle degli altri tre e sulle quali si innalza un frontone che conferisce sacralità all’intera domus. La religiosità del luogo è conferita anche dalla presenza di due luoghi di culto: un’edicola e un sacello. La prima è un consueto altare destinato al culto domestico dei Lari, mentre il sacello era destinato al culto delle divinità egizie ritratte nei dipinti: Anubi, dio dei morti con la testa di sciacallo, Arpocrate, dio bambino figlio di Iside, la stessa Iside e Serapide, il dio guaritore. Il giardino era in origine decorato con rilievi e sculture in marmo, alcune delle quali sono originali greci. Alcuni graffiti e un anello-sigillo testimoniano che il proprietario fosse Cnaeus Poppaeus Habitus, parente di Poppea Sabina, seconda moglie di Nerone.

Al momento dell’eruzione del 79 d. C. le Terme Centrali non erano ancora state ultimate, ma il progetto ambizioso e monumentale è intuibile già dalla facciata che dà sul cortile. Calidarium, frigidarium e tepidarium si presentano decisamente più ampie e luminose rispetto ai complessi già utilizzati in città e la mancanza di una separazione tra zona femminile e maschile lascia presumere che si prevedessero fasce orarie per l’utilizzo di donne e uomini.

In uno degli ambienti di ingresso è stato rinvenuto lo scheletro di una piccola vittima dell’eruzione, un bambino di circa 7-8 anni che aveva cercato rifugio all’interno delle mura del complesso. Il ritrovamento fortuito sorprende per la collocazione inusuale del corpo rispetto alla stratigrafia vulcanica del 79 d. C. In particolare la peculiarità del ritrovamento è che lo scheletro era immerso nel flusso piroclastico (materiale vulcanico misto a gas). Solitamente nella stratigrafia dell’eruzione sono presenti nel livello più basso i lapilli e, a chiudere, la cenere che sigilla il tutto. Invece qui poiché si trattava di un ambiente chiuso, mancano gli stati di cenere e lapilli che difficilmente si sarebbero potuti sedimentare, mentre è penetrato direttamente il flusso piroclastico durante l’ultima fase eruttiva.

Un restauratrice con il calco dello scheletro della piccola vittima – Ph. Chiara Teodonno

Della resurrezione di Pompei è protagonista senza dubbio il direttore Massimo Osanna la cui gestione degli ultimi anni ha permesso da una parte la manutenzione e la messa in sicurezza di siti già da tempo fruiti, in ottemperanza alle direttive del Grande Progetto Pompei, dall’altra che si attuassero nuove, importantissime campagne di scavo. A distanza di quasi dieci anni di direzione, attraverso il libro Pompei. Il tempo ritrovato (edito da Rizzoli e in uscita proprio da oggi), il professore Osanna ci guida nel più grande museo a cielo aperto del mondo, con sguardo attento e profonda competenza, tra affreschi, mosaici, domus per restituirci il presente di duemila anni fa e illustrarci la biografia dei pompeiani travolti dall’eruzione del Vesuvio del 79 d. C. che passa anche per gli oggetti (gioielli, amuleti, vasi, monete) e le abitudini (dai ludus gladiatori alla dieta).

Il direttore professore Massimo Osanna presenta il suo libro “Pompei. Il tempo ritrovato”, edito da Rizzoli – Ph. Chiara Teodonno

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