La mostra evento che ha avvicinato i milanesi alla street art di Banksy si è conclusa da appena tre settimane, e il Mudec di Milano ha già aperto i battenti a una nuova esposizione, che ha per protagonista la Pop Art.

“Roy Lichtenstein: multiple visions” (questo è il titolo della mostra) è stata inaugurata il 1º maggio e si concluderà l’8 settembre 2019. La mostra è interamente incentrata sulla figura dell’artista americano Roy Lichtenstein e sulla sua interpretazione della Pop Art, fenomeno artistico sviluppatosi negli Stati Uniti e manifestazione creativa senza precedenti. Lichtenstein, con il suo stile unico ed inconfondibile, si imprime nella storia dell’arte come uno dei maggiori maestri della Pop Art e, in generale, dell’arte contemporanea.

Roy Lichtenstein, Pistol, 1968 (foto di Alberto Villa)

Siamo negli anni ‘50, il consumismo imperversa nella società statunitense e un trentenne Roy Lichtenstein si affaccia sul mondo dell’arte. Le sue opere pre-pop sono influenzate dall’espressionismo astratto europeo di Klee, con importanti ispirazioni da Picasso ed Ernst. Nei suoi primi lavori, Lichtenstein ricerca per la cultura americana ciò che Picasso aveva trovato nelle maschere africane per la cultura europea: nasce così il suo interesse per la cultura degli indiani d’America e per i suoi simboli, interesse che si traduce in diverse opere a matrice cubista e surrealista. Come accade più volte nelle opere di Lichtenstein, l’artista ritornò su questo tema tra il 1979 e il 1980, realizzando la serie American Indian Theme, frutto dell’unione delle scomposizioni già sperimentate negli anni ‘50 e degli influssi della pittura astratto-geometrica. Il Mudec proprone, all’inizio del percorso, alcune opere di American Indian Theme, tra le quali è presente anche un arazzo.

La vera e propria adesione alla pop art, però, avviene negli anni ‘60. È a questo periodo che risalgono le serie Still life e Mirrors, rappresentate da alcune opere in mostra. Lichtenstein si avvicina alla poetica degli oggetti, tema fondante della pop art e del consumismo. L’oggetto, e la sua interpretazione attraverso gli occhi di Lichtenstein, diventa il simbolo della società americana: l’artista raffigura gli oggetti in maniera semplice e intenzionalmente superficiale, volendo rispecchiare “una certa anti-sensibilità” che pervade la società a lui contemporanea. Il consumismo diventa quindi il mezzo con cui criticare il consumismo stesso, attraverso l’utilizzo del suo protagonista: l’oggetto. Nelle opere di Lichtenstein legate alla poetica dell’oggetto è spesso presente il cibo, che è il simbolo di un bene decisamente popolare ma, al tempo stesso, estremamente effimero. Altro protagonista di questa fase è il colore, la cui importanza persevererà in tutta l’opera di Lichtensein: l’artista statunitense predilige colori puri, senza variazioni di tonalità. Con la serie Mirrors, inoltre, Lichtenstein subisce una breve svolta concettuale: gli specchi, realizzati in questa serie, perdono la loro funzionalità. Il riflesso diventa solo un lontano ricordo, per lasciar spazio alla mera raffigurazione dello specchio. Si tratta di una controtendenza rispetto al concetto di adeguazione allo scopo definito da Tommaso d’Aquino nella sua Summa theologiae, secondo cui un oggetto non può essere definito “bello” se non è utile al suo fine. Lo specchio, infatti, viene totalmente svuotato del suo scopo, diventando uno spazio vuoto e misterioso che incuriosisce e attrae lo spettatore.

Lichtenstein, prima tra il 1972 e il 1974, poi nel 1990, realizzò delle serie di Interiors, ovvero stampe (prints) che hanno come soggetto degli ambieni interni e il loro mobilio. Le vedute sono decisamente bidimensionali, e questo perché Lichtenstein non prendeva ispirazione, per le sue prints, dall’esperienza diretta con l’ambiente, bensì da fotografie, e quindi da raffigurazioni in due dimensioni.

Roy Lichtenstein, Red Lamps (Interiors), 1990 (foto di Alberto Villa)

Spesso, pensando all’arte di Roy Lichtenstein, il primo pensiero va al fumetto. Ciò accade per due motivi: innanzitutto i soggetti e le immagini tratte dei fumetti influirono molto sull’arte di Lichtenstein; in secondo luogo, lo stile dell’artista americano, attraverso l’utilizzo degli iconici punti Ben Day, riprende quello delle stampe dei comic books degli anni ’50 e ’60. Lichtenstein utilizzò i fumetti solo per pochi anni, nonostante la loro importanza all’interno della sua produzione artistica successiva. Egli non si limitò a riprodurre le scene trovate nei comic books, bensì le decontestualizzò totalmente e diede loro le dimensioni e la potenza di un quadro, di un’opera d’arte. La scena ha dunque un impatto decisamente maggiore rispetto alla sua versione nel fumetto, e si presta a una nuova e più ampia riflessione che sia totalmente slegata dal suo contesto originario. I temi prediletti da Lichtenstein erano quelli dei fumetti femminili  e maschili , in modo da contrapporre rispettivamente al soggetto romantico il tema della guerra, all’immagine statica quella dinamica e ricca d’azione.

Roy Lichtenstein, Sweet Dreams Baby, 1965 (foto di Alberto Villa)

Il tema della donna e della sua raffigurazione si evolve all’interno dell’opera di Lichtenstein, passando da un’iniziale rappresentazione di stampo pubblicitario, che voleva la donna dei primi anni ’60 occuparsi delle pulizie e della casa, all’ultima interpretazione in chiave sensuale, intima e quasi narcisistica, ottenuta attraverso la serie dei Nudi degli anni ’90. Tra queste due opposte rappresentazioni, che rispecchiano l’influenza dei movimenti femministi per quanto riguarda la visione della donna, il soggetto femminile non può non passare attraverso la fase fumettistica, una fase di idealizzazione della donna, secondo i cliché dei comic books. In mostra sono presenti anche delle sculture che danno spazio sia alla fase raffigurativa sia a quella astrattiva.

Le astrazioni diventano per Lichtenstein quasi un modello da parodizzare, ma anche una possibile svolta stilistica, tuttavia mai interiorizzata del tutto. Sicuramente interessante è la serie Brushstrokes, che raffigura sostanzialmente delle pennellate. In questo caso la pennellata non è più mezzo di costruzione di un soggetto, ma diventa essa stessa il soggetto dell’opera. La pennellata si traduce anche in scultura, in una fusione di arti apparentemente antitetiche che in Lichtenstein trovano uno spazio comune. L’intenzione di Lichtenstein era “dare forma solida a ciò che è invece un gesto momentaneo, di solidificare qualcosa di
effimero”. In Lichtenstein, l’astrazione trova spazio anche nella serie Imperfect, realizzata intorno alla metà degli anni ’80. Le opere sono composte da campiture determinate da linee che talvolta escono dai rettangoli che esse stesse disegnano. In questo senso si spiega il titolo della serie, come ricerca di un’instabilità che sconvolge la razionalità della composizione, che è priva di qualsiasi scopo.

Non si può negare che l’arte novecentesca abbia avuto un ruolo importante nella produzione creativa di Roy Lichtenstein: dal 1963, l’artista americano inizia a ricodificare le opere del passato, per riproporle in chiave nuova e contemporanea. Così nascono, infatti, le opere ispirate (per esempio) alle Ninfee di Claude Monet, oppure ai ritratti di donna di Pablo Picasso. Lichtenstein afferma: “potevo fare un Picasso, farne qualcosa di semplice, da poter utilizzare più o meno nello stesso modo in cui si possono usare gli oggetti dell’arte popolare”. L’atteggiamento quasi ludico di Lichtenstein nei confronti dei grandi maestri del Novecento si fa precursore del postmodernismo, corrente artistica che cercherà di abbattere il concetto di irripetibilità dell’artista e della sua opera, la visione secondo cui l’unicità della creazione non potrà mai essere riprodotta.

La mostra si conclude con l’imperdibile sezione sui paesaggi. Lichtenstein, durante la sua carriera artistica, si avvicina alla raffigurazione del paesaggio, non per esperienza diretta, ma, ancora una volta, come rappresentazione di un’immagine artificiale. Il tema del paesaggio coincide con la sperimentazione di nuovi materiali e nuove tecniche: chi visita la mostra non può non rimanere incantato davanti all’effetto che il Rowlux, un tipo di foglio di plastica riflettente, conferisce alle opere. Esso rappresenta in maniera affascinante i riflessi dell’acqua e le mille variazioni del cielo, tant’è che l’effetto cambia in base alla posizione dell’osservatore. Nonostante la ricerca di stili innovativi, Lichtenstein non abbandonerà mai la tecnica del Ben Day, che l’ha reso famoso e inconfondibile: essa ritorna, più sofisticata che mai, nei paesaggi chiaramente ispirati alla tradizione orientale, con vedute di ampio respiro sulle montagne della Cina caratterizzate da atmosfere rarefatte magistralmente realizzate attraverso l’accostamento di punti Ben Day di diverse dimensioni.

L’arte di Roy Lichtenstein rappresenta senza dubbio uno dei massimi livelli raggiunti dalla Pop Art: essa è lo specchio della società del tempo, il riflesso di un’insensibilità emotiva che si traduce, con Lichtenstein, in un abbandono del carattere narrativo dell’opera d’arte, limitandosi alla pura stampa della superficialità di un’epoca che fatica a vedere oltre al mero bene di consumo, non riuscendo ad approfondire la realtà e dunque vedendosi costretta ad esperirla in due dimensioni, come se la vita fosse nientemento che un’immagine pubblicitaria o un’opera di Roy Lichtenstein.

Dettagli evento

Luogo:
Mudec, via Tortona 56, Milano
Date:
01/05/2019 - 08/09/2019
Orario:
Lunedì: 14.30 - 19.30
Martedì, mercoledì, venerdì, domenica: 9.30 - 19.30
Giovedì, sabato: 9.30 - 22.30
Costo:
€14; per eventuali riduzioni consultare il sito web
Sito web:
www.mudec.it
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