Santissimi è il nome del duo artistico costituito da Sara Renzetti (1978) e Antonello Serra (1977), due artisti che hanno fatto del corpo il loro personale strumento di indagine artistica e di rappresentazione poetica della realtà. Una poesia che si manifesta agli occhi in maniera crudelmente sfacciata, diretta, a tratti grottesca forse, ma estremamente vera.

Le loro installazioni presentate in occasione della mostra “Rebirth” alla White Noise Gallery di Roma ci parlano di una trasformazione interiore dell’uomo nella sua entità più intima, plasmandone il corpo e palesandosi allo sguardo attraverso la distorsione delle sue originarie fattezze esteriori. Un’antologica, quella a loro dedicata, che racchiude in se stessa le semplici, ma molto delicate, problematiche umane dell’essere e dell’esistere che vengono qui raccontate sfruttando il corpo come unica superficie narrativa.

Per addentrarci meglio nel loro mondo, abbiamo deciso di porre loro alcune domande.

Cosa vi ha spinti a comporre un duo? Da dove nasce la vostra collaborazione?

Ci conosciamo dai tempi del liceo e abbiamo sempre avuto una grande sintonia come esseri umani. La nostra collaborazione artistica nasce in modo completamente spontaneo, così abbiamo iniziato a ragionare e a sentirci uniti. Nel 2009 abbiamo partecipato al premio Terna, e da lì abbiamo capito che nell’arte potevamo avere una visione che ampliava la dimensione dell’uno. Ci siamo accorti che in due potevamo creare un immaginario aperto che riusciva a raccontare in forma più libera e meno egocentrica la folle spinta alla creazione.

Quale relazione esiste tra il nome che avete scelto per il duo, Santissimi, e la vostra personale poetica legata al corpo?

Il nome “Santissimi” l’abbiamo scelto in relazione alla dicotomia che  il nome si porta dietro. Santissimo è colui che è santo in sommo grado, ma ‘i Santissimi’ comunemente, in gergo eufemistico, sono anche i testicoli. In questo salire e scendere, dal più alto grado spirituale al più basso gesto scaramantico, ci siamo immediatamente riconosciuti. Utilizziamo il corpo come paesaggio, come foglia tra le foglie, come corpo che parla semplicemente ad altri corpi, ma anche come interfaccia diretta di un’esperienza filosofica.  Al corpo abbiamo riservato le stesse dinamiche del pensiero, cercando di scomporre la sua organizzazione interna ed esterna, facendolo migrare, transire in altre forme più lontane dalla sua natura specifica; permettendogli di viaggiare, di raccontare quel mondo interiore che è più vicino al simbolo e al sogno rispetto all’identità e alla disciplina.

Nel corpo abbiamo trovato la semplicità della sottrazione, il senso dell’abbandono, abbiamo scoperto il sentimento dell’altro, della relazione di una realtà complice e unitaria. 

Come nascono le vostre installazioni? Da quali materiali sono composte?

Nascono sempre da una visione che uno passa all’altro e soprattutto nascono come proseguimento del lavoro precedente. Il lavoro va letto nella sua ricerca e non nell’opera singola, è un percorso, e in quanto tale ogni creazione è figlia dell’opera la precede. Solitamente utilizziamo il silicone come finitura, ma i materiali sono tantissimi, dalla resina al plexiglas, dal legno alla canapa.

Cosa maggiormente ha contaminato/ispirato la vostra espressività? Avete qualche artista o movimento di riferimento (non necessariamente in campo visivo, anche nella musica o nella letteratura, ecc)?

Abbiamo da sempre riconosciuto come padre putativo Carmelo Bene, il suo vivere come opera d’arte, le sue manifestazioni esistenziali e filosofiche hanno decisamente contribuito alla nostra crescita.

Quali progetti avete per il futuro?

In programma abbiamo un’esposizione al museo EXMA di Cagliari che ci dedicherà un’antologica nei mesi estivi. Siamo molto felici di essere stati scelti per presentare la nostra ricerca.

Opere selezionate da”Rebirth”

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