Presso il Complesso del Vittoriano, Ala Brasini, è allestita la mostra dedicata all’artista americano Edward Hopper. Aperta dal 1 ottobre 2016 fino al 12 febbraio 2017, realizzata sotto l’egida dell’Istituto per la Storia del Risorgimento, in collaborazione con l’Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, prodotta e organizzata da Arthemisia Group in collaborazione con il Whitney Museum of American Art di New York. L’esposizione darà conto dell’intero arco temporale della produzione dell’artista americano. Dagli acquarelli parigini ai paesaggi e scorci cittadini degli anni ’50 e ’60,  tutto a cura di Barbara Haskell – curatrice di dipinti e sculture del Whitney Museum of American Art – in collaborazione con Luca Beatrice.

Il percorso attraversa la produzione e tutte le tecniche di un artista considerato oggi un grande classico della pittura del Novecento. La mostra è suddivisa in sette sezioni, seguendo un ordine tematico e cronologico: ripercorre tutta la produzione di Hopper, dalla formazione accademica agli anni in cui studiava a Parigi, fino al periodo “classico” e più noto degli anni ‘30, ‘40 e ‘50, per concludere poi con le grandi ed intense immagini degli ultimi anni. Tutte le tecniche predilette dall’artista  sono prese in esame: l’olio, l’acquerello e l’incisione.

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fonte: unacasasullalbero.com

Durante la mostra l’osservatore ha la possibilità di essere accompagnato da un’audioguida, che tratta dettagliatamente le opere, citando spesso critici o parole dello stesso Hopper.
Il percorso si apre con la visione dell’autoritratto dell’artista. Citando Carter E. Foster:  <<Hopper dipinge gli stati d’animo, l’introversione, l’introspezione, la riflessione, come se le figure fossero in attesa di qualcosa.>>.  Fa intendere, di conseguenza, il motivo per cui nei suoi dipinti trapela un senso di malinconia e solitudine: temi che lo accompagneranno per tutto il suo viaggio artistico. Tutti questi sentimenti sono presenti nel suo autoritratto, ma cosa sono malinconia e solitudine pe Hopper? Egli stesso li identifica come sentimenti non voluti consciamente.

Osservando i lavori dell’ americano, viene spontaneo chiedersi se la psiche da lui rappresentata, immersa e stravolta dalla solitudine, non sia proprio quella dell’artista stesso. Si può far riferimento ad una malinconia respirata dal personaggio, o semplicemente una malinconia che lo stesso vuole conoscere o affrontare, in solitudine. Quest’ultima, secondo Hopper, non ha un’accezione negativa. Oltre a far percepire tristezza, abbandono o delusione, si può considerare anche lontananza ed isolamento voluto, affinché emerga l’essenza dell’anima e un’eccellenza intellettuale, sempre in bilico tra tristezza, paura, delirio parziale e genialità. Da qui deriva anche l’utilizzo particolare della luce, attribuendole una funzione simbolica: l’assenza di qualcuno o qualcosa, ma la sua presenza dà subito consolazione.

Autoritratto di Edward Hopper. Fonte settemuse.it

Autoritratto di Edward Hopper, fonte: settemuse.it

 

Famosa è la sua tecnica dell’incisione eseguendo puntesecche. Tra queste citiamo Ombre di notte: si osserva un uomo apparentemente immobile ma che in realtà dà l’impressione di muoversi. E’ presente un punto di vista dell’opera detto “a volo d’uccello”, particolare canone espressivo che va dalla pittura fiamminga alla fotografia. Infatti sembra un fotogramma cinematografico: e diagonali e le ombre rimandano ai capolavori del cinema espressionista (dalla messa in quadro alle luci adottate) che, in seguito, influenzeranno i noir americani. Il soggetto, un passante in una strada deserta, introduce il tema del rapporto tra l’uomo e la città. L’idea fondante è quella di rappresentare la realtà nei suoi aspetti più bui, pertanto torna la questione del rapporto luce-ombra. Le composizioni e i tagli fotografici utilizzati da Hopper derivano da quelli impressionisti, che aveva visto dal vero a Parigi, ma di fatto il suo stile fu personalissimo, e imitato a sua volta da cineasti e fotografi.

La vocazione artistica si è rivolta sempre più verso un forte realismo, che risulta dalla sintesi della visione figurativa combinata con il sentimento struggente e poetico che l’artista percepiva nei suoi soggetti. E’ chiara l’influenza di E. Degas nell’utilizzo del fotogramma nelle opere di Hopper, con l’intento di far credere all’osservatore di trovarsi dietro l’obiettivo della macchina fotografica.

Ombre nella notte. Fonte atuttascuola.it

Ombre nella notte, fonte: atuttascuola.it

Nel suo soggiorno a Parigi, Hopper venne a contatto con la corrente impressionista dalla quale verrà parecchio influenzato. Passerà dalla predilizione di spazi chiusi (condizionato fortemente dallo stile di Degas) a quella per spazi aperti dedicandosi alla pittura en plein air. Il suo obiettivo è la semplificazione e l’essenzialità. In seguito, il rientro definitivo in America produce in lui un vero e proprio sconvolgimento. Quella che si trova davanti è una realtà che non ha nulla a che vedere con quella parigina ed europea: è una realtà all’insegna delle guerre e delle rivalità politiche in cui tutto si presenta “rozzo e acerbo”, secondo lo stesso Hopper. Nel 1907 realizza “Le pont des Arts”:  l’opera presenta un ponte interamente in ferro, un tutt’uno tra spazi architettonici e personaggi non ben definiti. Il dipinto rimanda a quegli spazi metafisici e geometrici di De Chirico. La prospettiva aberrante crea con le sue fughe lineari un senso di vuoto e vertigine che accentua il carattere spettrale dello spazio. Le immagini hanno colori brillanti ma non trasmettono vivacità. E’ soprattutto la realtà che colpisce: reale ma al contempo irreale e comunica allo spettatore un forte senso di inquietudine. La scena è spesso deserta, immersa nel silenzio; raramente vi è più di una figura umana, e quando ve n’è più di una sembra emergere una drammatica estraneità e incomunicabilità tra i soggetti.

Hopper viene considerato come fautore di un nuovo Realismo, fondato sull’idea che l’opera d’arte debba realizzare delle scene in cui il dato concreto assuma una dimensione astratta. Così come in De Chirico, è presente l’effetto straniante dal flusso normale della vita in una dimensione onirica rivelando improvvisamente il vuoto pauroso della realtà.

Le pont des Arts, 1907. Fonte artribune.com

Le pont des Arts, 1907, fonte: artribune.com